Quello che oggi si definisce addestramento classico o tradizionale ha in realtà una storia non particolarmente antica, così come in generale tutte le pratiche della moderna cinofilia riferibili alla zootecnia, all’allevamento e alla selezione delle razze. Si ispira all’addestramento da “utilità e difesa” di razze particolari e, per trovarne le origini, dobbiamo tornare alla fine del 1800.

Per addestramento si intende l'insegnare al cane una serie di azioni o comportamenti da attuare a seguito di comandi o ordini impartiti dal conduttore. Nel metodo classico, tali comandi nascevano per consentire l'impiego di alcune razze, selezionate dagli allevatori, in particolari lavori utili all'uomo.

Allevamento e addestramento: un po’ di storia

Le moderne razze infatti, quelle che tutti conosciamo, esistono ufficialmente solo da quando, intorno agli anni 80 dell’800, cominciarono a nascere i cosiddetti kennel club. Il primo in assoluto fu il KC inglese (1874), cui seguirono l’ENCI in Italia (1882), l’americano AKC (1884), il nord europeo FCI (1911). Lo scopo di questi club, che nascevano come circoli di appassionati, era duplice: quello di selezionare particolari razze (a partire da tipicità locali o regionali, oppure con incroci mirati), stabilendo dei precisi standard e documentando i loro alberi genealogici, e ciò venne fatto attraverso l’istituzione dei pedigree; organizzare eventi e mostre allo scopo di valutare i soggetti e, in base a questo, scegliere anche i “migliori riproduttori”.

Ciò che si valutava nelle mostre non erano soltanto i caratteri estetici dei soggetti. Essendo infatti le razze deputate a svolgere determinati lavori si rendeva necessario anche valutare gli standard comportamentali. Ed infatti ancora oggi, all’interno delle mostre cinofile, sono presenti le cosiddette “prove di lavoro” i cui risultati trovano anch’essi spazio nei pedigree.

È in questo panorama che hanno origine le prime forme di addestramento e – in particolare nell’ambito della selezione di alcune razze – di quell’addestramento noto come “da utilità e difesa”. Infatti, intorno ai primi del 900, accanto a quelli che sono i tradizionali compiti attribuiti ai cani, ossia la caccia e la guardiania, si cominciarono a selezionare razze specializzate nella difesa personale e impiegate anche da esercito e forze dell’ordine. Una delle prime fu ad esempio quella del Pastore tedesco i cui primi standard risalgono al 1903.

Come funziona l'addestramento classico

L’addestramento classico dunque nasce in strettissima connessione con l’allevamento e in particolare con quello di specifiche razze. Il suo scopo è duplice: da un lato quello di abilitare i soggetti a un particolare lavoro. E questo è ciò che tutt’oggi si fa, ad esempio, nell’esercito e nei diversi reparti cinofili delle forze dell’ordine. Dall’altro, in collaborazione con gli allevatori, valutare le predisposizioni dei cani al fine di indirizzare verso la riproduzione i soggetti caratterialmente più adatti (le cosiddette “linee da lavoro”). È da questo ramo che è nata l’UD (utilità e difesa) come disciplina sportiva e, in generale, come metodica di addestramento. L’UD, anche detta IPO, si suddivide, oltre che su vari livelli, in 3 prove principali: ricerca su pista, obbedienza e attacchi. Essa nasce con l’intento di valutare le doti caratteriali del cane utili all’uomo e di lavorare affinché il conduttore possa averne pieno controllo.

In altre parole il principio da cui si parte è che, in quanto appartenenti a una razza particolare, i cani sono una creazione artificiale umana (un patrimonio culturale, si dice) il cui compito è quello di obbedire alle nostre esigenze e svolgere quel lavoro per cui sono stati selezionati. È da qui che nasce quello che oggi viene proposto, anche quale metodo educativo di base, come addestramento classico. Esso non è altro che una parte delle prove di utilità e difesa e, in particolare, si basa sulla parte di obbedienza, che ha come suoi cardini la “condotta ” e i comandi “seduto”, “terra” e “resta”.

Lo scopo è il pressoché totale controllo del cane in qualunque situazione da parte del suo conduttore. E il totale controllo è anche ciò che, da parte degli addestratori, viene proposto come obbiettivo principale del percorso educativo. Gli scopi infatti dell’addestramento sono l’evitare che il cane prenda qualunque tipo di iniziativa in maniera autonoma e che sia sempre sotto il controllo del suo conduttore il quale, in ogni situazione, gli dirà cosa fare impartendogli un particolare comando. Dovrà essere inoltre indifferente agli altri cani e così anche ad ogni stimolo che gli avvenga in prossimità. Ed anche l’immagine del cane addestrato come un piccolo soldato non è poi così lontana dal vero: da un lato infatti molti dei cani addestrati erano effettivamente cani militari, dall’altro disciplina, comandi e condotta sono il fulcro di un percorso in cui il cane è considerato il gregario (o anche ausiliario) e l’uomo il comandante che dà gli ordini.

L’addestramento e il rapporto coi cani che vivono in famiglia

Già da queste considerazioni si può comprendere che la pratica dell’addestramento nasceva e si rivolgeva in origine solo ad una ristrettissima cerchia di cani. E così infatti è sempre stato e continua ad essere fino ai giorni nostri, pur se in realtà negli ultimi decenni le cose sono in parte cambiate.

Bisogna infatti considerare che fino a circa gli anni 70/80 del secolo scorso il concetto di "cane da compagnia" (quello che oggi definiamo pet) era quasi sconosciuto alla maggioranza delle persone e l’addestramento era assolutamente circoscritto a pochissime realtà. Da un lato vi erano esercito e corpi cinofili che acquistavano cani di particolari razze dagli allevamenti e li impiegavano nel loro organico. Dall’altro poi i cani di razza (a parte quelli da caccia o da pastore) erano destinati solo a una ristretta fascia di appassionati che, anche da un punto di vista economico, poteva far fronte a quel che a tutti gli effetti era considerato un “bene di lusso”. Il servizio che veniva offerto, dunque, era non soltanto un cane selezionato e allevato, ma anche addestrato all’obbedienza. E non era infrequente che a tal fine esso fosse tenuto direttamente dall’addestratore per un periodo, e restituito successivamente assieme alle indicazioni dei comandi da impartire.

Le differenze tra addestramento classico e metodo gentile

Per quanto riguarda invece i metodi utilizzati si è nel corso degli anni creata una profonda divisione. La definizione "classico" o "tradizionale" fu assunta infatti, a seguito dell'affermarsi del cosiddetto "metodo gentile", per distinguere le diverse modalità di lavoro. In particolare ciò che veniva mantenuto nel metodo tradizionale riguardava non soltanto l'uso di punizioni e rinforzi negativi al fine di inibire i comportamenti indesiderati (e in alcuni casi anche per lavorare sugli attacchi), ma anche l'uso del collare a scorrimento come imprescindibile strumento di lavoro.

Secondo molti addestratori questo strumento sarebbe l'unico a consentire una corretta comunicazione col cane al punto di definire il suo uso come "comunicazione naturale" e di ritenere che un eventuale divieto impedirebbe loro perfino di lavorare. Sembra quasi, insomma, che la domesticazione del cane sia avvenuta non per un avvicinamento spontaneo tra due specie che hanno trovato il modo di relazionarsi tra loro attraverso segnali condivisi, ma grazie a uno strumento, il collare a strozzo, senza il quale non è possibile in alcun modo scambiarsi informazioni.

Vi è addirittura chi si spinge a dire che quei professionisti che non fanno uso del collare a scorrimento non possono neanche definirsi tali e che l'uso della pettorina è solo fonte di pericolo e causa di incidenti poiché, con tale strumento, il cane non sarebbe sotto il loro controllo.

I bisogni della nostra società

Se tuttavia l’obbedienza e il costante controllo possono essere considerati importanti per cani adibiti a svolgere un certo lavoro (e dunque non liberi di poter esprimere da tutti i punti di vista la propria soggettività durante l’espletazione del proprio servizio), ciò non è certo quello di cui buona parte della società ha mostrato il bisogno negli ultimi decenni, a seguito anche di numerosi cambiamenti nei nostri stili di vita e nel modo di considerare i nostri amici.

I cani ad oggi sono infatti sempre più visti come membri effettivi del gruppo familiare e non come creazioni artificiali umane selezionate per svolgere un determinato lavoro. Inoltre hanno cominciato a essere sempre più diffusi e ad occupare un posto, all’interno delle nostre case, che prima era quasi sempre loro precluso.

A fronte di ciò la pratica dell’addestramento ha mantenuto per lo più il suo posto di nicchia, rivolta a una stretta cerchia di appassionati della disciplina. Mentre, quando si è proposta come metodica generale di educazione del cane, ha dovuto confrontarsi con approcci diversi e basati su altri principi. L’esigenza che infatti si è venuta negli ultimi decenni a manifestare all’interno di molte famiglie si è radicalmente allontanata dall’idea di adottare un cane con uno scopo utilitaristico (e men che meno quello di addestrarlo alla difesa personale). E il concetto stesso di obbedienza è per molti passato in secondo piano di fronte a un’esigenza, sempre più diffusa, di comprendere appieno la soggettività del proprio compagno, la sua comunicazione, i suoi stati emozionali, le sue preferenze e il come fargli vivere al meglio e più liberamente possibile una quotidianità condivisa.

Ciò che molte persone ricercano non è una rigida disciplina basata su ordini e comandi, in cui il cane deve sempre far riferimento all’umano per sapere cosa fare, ma degli strumenti per comprendere cosa gli piace o cosa lo mette a disagio, come valorizzare le sue predisposizioni e in quali situazioni poterlo coinvolgere, senza pretendere un adattamento passivo ad ogni esigenza umana.

Gli studi più recenti, specialmente quelli sui cani liberi, hanno poi dimostrato le incredibili capacità adattative dei cani e la loro capacità di apprendere e vivere situazioni complesse, anche prendendo decisioni autonome e senza bisogno di qualcuno dall’alto che impartisce loro ordini e comandi in ogni situazione.

Le ultime stime parlano, nel nostro paese, di un numero di cani che va dagli 8 ai 27 milioni e la stragrande maggioranza di essi vive serenamente la sua intera vita senza alcun bisogno di un rigido addestramento. All’utilità e difesa, poi, si sono aggiunte numerosissime altre discipline che offrono alle persone interessate grandi possibilità di scelta nell’intraprendere percorsi sportivi diversi.

Infine, a partire dagli ultimi anni 90, accanto alla figura dell’addestratore, che è stata per decenni l’unica esistente, si è venuta ad affiancare una nuova figura professionale, quella dell’educatore, che ha intercettato un interesse nuovo e diffuso negli ultimi anni.

A fronte dunque di un aumento esponenziale delle persone che hanno manifestato il bisogno di rivolgersi a figure professionali che si occupano di educazione, solo una parte ha deciso di farlo intraprendendo un percorso addestrativo, mentre molte altre ritengono più idonei percorsi di tipo diverso, accogliendoli con entusiasmo e soddisfazione.

Addestramento o educazione? Due modi diversi di guardare al cane

Questo dà il quadro di quella che a tutt’oggi si manifesta come una spaccatura tra quelli che a volte sembrano approcci tra loro inconciliabili: da un lato chi pensa che il controllo sia il fine ultimo dell’educazione e che sia il cane a doversi adeguare in tutto e per tutto alle nostre esigenze, dall’altro chi ritiene che la convivenza sia sempre frutto di mediazione, in cui anche il parere dei nostri amici va compreso e rispettato. Senza dunque voler entrare nel campo dei metodi di lavoro ciò che contraddistingue radicalmente le due visioni è da individuare nel modo di considerare le iniziative dei nostri amici.

Secondo l’addestramento tradizionale il cane non dovrebbe prenderne, ma eseguire di volta in volta solo comandi che gli vengono dati, mentre secondo il modello educativo esse vanno comprese, valorizzate e semmai indirizzate, poiché è attraverso le iniziative che il cane ci mostra ciò che gli piace e ciò che reputa importante. In un caso dunque il cane è visto come un subordinato (un gregario o un ausiliario) che deve occupare l’ultimo gradino di una scala gerarchica, nell’altro è un membro di un gruppo, le cui istanze sono ascoltate e comprese, che ha diritto di parola e può anche influenzarne le scelte.

I problemi ritornano sempre all’adozione responsabile

Ciò su cui invece bisognerebbe forse aprire una seria discussione è su quanto determinate razze o determinate linee da lavoro, in cui certe caratteristiche comportamentali sono state sviluppate ed enfatizzate al limite dalla selezione umana (e che manifestano dunque importanti esigenze dal punto di vista dell’attività) siano invece adatte a stili di vita e contesti familiari in cui esse non possono trovare un'adeguata espressione. Ma qui entriamo nel campo dell’adozione informata e consapevole che, a nostro avviso, è il modo migliore di fare prevenzione. Purtroppo infatti il manifestarsi di problemi comportamentali è in molti casi dovuto a scelte errate di soggetti non adatti al proprio stile di vita, alle proprie esperienze e alla propria disponibilità ad impegnarsi. E purtroppo in questi casi qualunque soluzione proposta sarà sempre un compromesso al ribasso che inciderà sulla qualità di vita a volte del cane, a volte della famiglia umana, molto spesso di entrambi.

Addestratore o Educatore? Autorità o autorevolezza?