A cura di Francesco Cerquetti
Esperto in Etologia Applicata e Benessere Animale. Educatore, operatore di canile a Bologna e coadiutore del cane negli IAA

L’uso della parola punizione in rapporto al comportamento animale risale a circa la metà del ‘900. Nei suoi studi di laboratorio, condotti al fine di comprendere come i comportamenti venissero appresi, ripetuti o abbandonati, fu usata da Skinner, ma con un significato ben preciso: aggiunta di uno stimolo sgradevole (punizione +), oppure sottrazione di uno stimolo gradevole (punizione –) a seguito di un dato comportamento. Tuttavia, sebbene Skinner avesse sperimentato le sue teorie su animali, l’obbiettivo era la comprensione dell’apprendimento umano e ciò probabilmente influenzò la scelta terminologica.

Premesso il fatto che la scienza ha oggi dimostrato che l’apprendimento è qualcosa di ben più complesso del semplice ricevere conseguenze gradite o sgradite rispetto ad un’azione, e che anche nell’educazione umana l’utilità delle punizioni è stata di molto ridimensionata, a Skinner va tuttavia riconosciuto di aver posto le basi delle moderne teorie sull’addestramento, tutte basate sui suoi concetti di rinforzo e punizione. Questo ci fa comprendere alcune differenze.

Perché è inutile punire il cane

La punizione: questa parola, nata in rapporto ai comportamenti umani e con diverse connotazioni morali, è ingannevole e causa di equivoci. Ed infatti mentre nel mondo umano lo scopo principale della punizione è far comprendere a qualcuno che un certo comportamento è ritenuto moralmente sbagliato, nell’addestramento l’unico obbiettivo è che un dato comportamento non sia ripetuto perché esso causa conseguenze sgradevoli. Si potrebbe quindi erroneamente pensare che attraverso una punizione il cane possa imparare cosa è giusto o sbagliato. In realtà l’unico effetto della punizione è quello di creare una paura nell’esprimere un dato comportamento per le conseguenze che ne seguiranno. Ciò che in pratica si ottiene non è un apprendimento nel senso di acquisire una nuova abilità, ma esattamente il suo contrario: in altre parole non la capacità di fare qualcosa di nuovo, quanto piuttosto il timore di ripetere un’azione fatta in precedenza.

Strattonare il cane al guinzaglio, che effetto ha?

Ad esempio un cane che riceve uno strattone tutte le volte che tira al guinzaglio non impara che è sbagliato tirare, ma ad aver timore di prendere iniziative. Infatti il tirare al guinzaglio è solo la conseguenza del fatto che il cane è interessato a ciò che gli accade attorno. Può essere un odore interessante, la vista di un suo simile, un oggetto in movimento o anche qualcosa che lo intimorisce… Se ad ognuna di queste cose è associata una punizione forse smetterà anche di tirare, ma ciò sarà solo la conseguenza del timore di interessarsi a qualcosa e non dell’aver imparato che tirare non è giusto.

L'importanza del fattore tempo nella punizione del cane

Vi è poi un ulteriore aspetto che può condurre fuori strada, soprattutto se non si è tecnici del settore. Possiamo definirlo fattore tempo. Tutti gli studi sugli animali concordano sul fatto che, per essere efficace, la punizione va somministrata in maniera immediata rispetto al comportamento indesiderato. Tuttavia nel mondo umano la rilevazione di un’infrazione è spesso successiva rispetto a quando è stata compiuta. Inoltre anche la contestazione, ovvero il far capire che quell’azione è sbagliata e perché è sbagliata (e che perciò verrà sanzionata) richiede del tempo. Vi è poi un ulteriore momento, quello della decisione in cui la punizione sarà commisurata alla gravità dell’infrazione. Sia il sistema penale, dove la condanna può arrivare anche anni dopo la commissione del reato, sia anche l’educazione, dove la punizione è quasi sempre successiva e dilatata nel tempo, sono chiari esempi di questo uso della punizione.

Tuttavia questo è un processo estraneo ai cani, basato sulla nostra capacità di usare il linguaggio. E d’altronde pensate a quanto sarebbe complicato anche per noi riferirci ad un evento passato se non potessimo usare delle parole. Persino esprimere un concetto semplice come: «Ciò che hai fatto ieri non è giusto» risulterebbe estremamente complesso.

Ciò che bisogna comprendere è che ogni specie ha proprie caratteristiche e proprie abilità. La capacità di usare il linguaggio per parlare di cose passate non ci rende migliori o più intelligenti ed anzi con le parole si fanno anche cose estremamente malvagie o estremamente stupide. Semplicemente questa è una caratteristica umana. Per un cane, ad esempio, capire che al nostro rientro a casa lo stiamo punendo per il cuscino mangiato durante la nostra assenza, è difficile come lo sarebbe per noi trovare un oggetto nascosto sentendone solo l’odore. Anche se gli mostriamo il danno non capirà cosa sta succedendo né il motivo per cui siamo arrabbiati. Semplicemente imparerà ad aver paura di noi o al più di quel cuscino.

Inibizione e non punizione del cane, ma anche questo serve?

Forse più che di punizione sarebbe meglio parlare di inibizione. Perché non soltanto certi comportamenti saranno inibiti attraverso stimoli sgradevoli, ma il cane stesso, che non li ripeterà per timore delle loro conseguenze, sarà più correttamente definito non come educato, ma come inibito. Posto però che forse il termine inibizione è più adatto di punizione, quanto è giusto utilizzarla nell’educazione del cane? Prima di farsi questa domanda, a mio avviso, c’è una questione ancora più fondamentale su cui riflettere: il cane è un animale sociale e il suo principale interesse è far parte di un gruppo. Non è mai nelle intenzioni di un animale sociale essere un problema per il proprio gruppo. Questo è scritto nel loro DNA. Il cane desidera avere un suo ruolo, capire cosa viene reputato importante, cosa rende felici i suoi familiari. Quei comportamenti che rendono contenti i membri del proprio gruppo non solo verranno più facilmente ripetuti ed anzi ricercati, ma faranno sì che il cane si senta importante e ben accetto nella sua famiglia.

Così, prima di pensare a come punire, o meglio, inibire il nostro cane non sarebbe allora più giusto pensare anzitutto a come gratificare anche nelle piccole cose ciò che ci rende contenti e renderne dunque contento anche lui? Non è in fondo per questo che abbiamo scelto di vivere con un cane?

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