Membro del Comitato Scientifico di kodami
Istruttore cinofilo CZ

Nel 1950, Konrad Lorenz, padre dell'etologia e premio Nobel nel 1973, dà alle stampe un testo destinato a diventare un libro cult per tutti gli appassionati di animali, ma soprattutto di cani: "E l'uomo incontrò il cane". Un lavoro in cui lo studioso ipotizza come possa essere avvenuto il primo contatto della nostra specie con i canidi. Lorenz pensa in prima battuta agli sciacalli, i quali erano soliti approfittare degli avanzi lasciati dai nostri antenati. Esseri umani che lui descrive come creature alquanto scimmiesche e che così scrive: «Il loro comportamento ha qualcosa di animalesco …Non sono ancora uomini liberi, non sono i signori della Terra ma creature inseguite che in ogni cespuglio temono un pericolo».

La teoria di Lorenz è che il mutuo vantaggio sia stato il movente principale di quello che definiremo come "processo di domesticazione". Mette in risalto un aspetto interessante, di cui i nostri antenati non potevano sospettare l'importanza della futura relazione se non nell'immediatezza. Il fatto che questi sciacalli gravitassero nei pressi dei bivacchi umani, in attesa di poter approfittare di qualche scarto di cibo, forniva una certa protezione allo sparuto gruppo, consentiva di dormire sonni tranquilli. Cosa di certo non di poco conto grazie al fatto che si dimostravano sentinelle molto efficaci nell'avvisare, con i loro latrati, l'avvicinarsi di un pericolo. Dormire sonni tranquilli ha un certo effetto sulle nostre facoltà cognitive, favorisce lo sviluppo della creatività, basti pensare che nelle varie fasi il nostro cervello compie un enorme lavoro sulle informazioni che ha elaborato durante la veglia.

Cani e umani: l'ipotesi utilitaristica

Nel 1973 Konrad Lorenz formula dunque un’ipotesi sulla domesticazione del cane in cui risalta chiaramente l’idea che la motivazione principale che ha fatto scegliere all’uomo e allo sciacallo di avvicinarsi l'un l'altro è l’utilità. La forza, i sensi, l’adattamento all’ambiente, le capacità nella caccia: erano tutti evidenti limiti che l’essere umano percepiva confrontandosi con l’animale, limiti che lo hanno spinto a convivere con gli sciacalli cercando la loro collaborazione, in cambio della condivisione del cibo. Come vedremo più avanti, questa però non è l’unica ipotesi avanzata dagli studiosi. Ma procediamo per gradi.

Il lupo e il cane

Oggi sappiamo che quegli “sciacalli dorati”, di cui parla Lorenz, in realtà dovevano essere lupi, ma l'ipotesi dello studioso del resto non poteva basarsi sui dati genetici di cui disponiamo oggi. Su chi sia il progenitore effettivo del cane moderno, il dibattito è comunque ancora aperto e la questione è assai complicata: tutti i membri del genere Canis (lupo, coyote, quattro specie di sciacallo e dingo) sono interfecondi, ossia possono accoppiarsi e generare prole fertile. Si cercano risposte in qualcosa di veramente complesso perché, senza dubbio, gli incroci ci sono sempre stati, dall’alba dei tempi, e continueranno ad esserci ogni qualvolta si presenterà l’occasione. La vita è qualcosa di impetuoso, che non si può controllare. Si può solo avere l’illusione di farlo.

Lupo e cane: la separazione intorno a 130 mila anni fa

Nel 1997 lessi una ricerca condotta da due genetisti statunitensi sulla comparazione del DNA mitocondriale (mtDNA) di lupi grigi e di numerosi cani di razze diverse. I risultati avevano stabilito che il cane moderno discende esclusivamente dal lupo: non è un mix di diversi canidi, come volpi, sciacalli e lupi, e che – con buona approssimazione – le due specie avevano preso strade evolutive separate intorno a 130 mila anni fa. Un bel salto indietro rispetto all'idea che fino a quel momento dominava l'opinione degli esperti, ovvero che la comparsa del cane domestico – e quindi del processo di domesticazione – fosse avvenuta intorno ai 15 mila anni fa.

Attenzione però: un conto è pensare che l’uomo abbia incontrato il lupo e, non sappiamo bene come, lo abbia addomesticato con il passare del tempo. E un conto è pensare che l’uomo incontrò già il cane belle che fatto, un proto-cane, diremmo. Comunque un animale che già si era differenziato dal lupo, che aveva in sé caratteristiche differenti dal suo progenitore, degli a-priori specifici, che ne consentiranno poi il successivo intimo rapporto con l’uomo.

Quando lessi la notizia mi venne un colpo: perché se cani e lupi si erano differenziati per un atto volontario dell’uomo (domesticazione), allora significava che ciò era avvenuto agli albori della nostra specie (Homo sapiens ha circa 250 mila anni) quando ancora eravamo in Africa orientale. Infatti le prime migrazioni della nostra specie dai territori africani avvennero intorno ai 70 mila anni fa.

Invece vorrei porre l’attenzione sul fatto che la domesticazione non è stata un atto volontario dell’uomo, ma che ci sia stato appunto un incontro tra essere umano e proto-cane: un animale diverso dal lupo che si avvicina di sua spontanea volontà per sfruttare le “nostre” risorse. Mi sono soffermato su questa riflessione perché non di rado mi sono sentito dire: “Il cane lo abbiamo fatto noi e quindi possiamo farne ciò che vogliamo!”. A parte l’arroganza di pensare una cosa del genere, questa affermazione è scorretta nei suoi presupposti. Ma è anche un’idea diffusa e fa da sponda ad una prospettiva antropocentrica già di per sé molto radicata.

La domanda corretta è: da quale lupo discende il cane?

In tutto questo però ci sono cose che non quadrano. I risultati sul DNA mitocondriale sono stati rivisti e messi sotto critica. Altri ricercatori si sono dati da fare su questo tema, e non solo dal punto di vista della genetica. Qui entrano in campo differenti discipline che portano il loro contributo e le loro scoperte come l’archeologia, la paleozoologia e diverse altre. I risultati nel tempo sono stati molto ridimensionati da altre ricerche, spostando la datazione della domesticazione ad un periodo compreso tra i 15 mila e i 25 mila anni fa.

Nel 2011 viene dato alle stampe un libro del biologo John Bradshaw, fondatore e direttore dell’Istituto di Archeozoologia dell’Università di Bristol. Viene pubblicato in italiano con il provocatorio titolo: “La naturale superiorità del cane sull’uomo”, che poco ha a che fare con il titolo originale inglese: “How the new science of dog behavior can make you a better friend to your pet”. Nel 2013 verrà rivisto e ripubblicato con il titolo: “Come diventare il miglior amico del tuo cane”, decisamente più attinente. In questo libro, per la prima volta, leggo qualcosa che mi sconvolge, nuovamente.

Gli ultimi studi sul DNA hanno portato all’evidenza di un nuovo fatto, ossia che il cane non discende dal lupo grigio che conosciamo. In sostanza cani e lupi sono parenti, sì, ma più come cugini, proprio come ha affermato la dottoressa Sarah Marshall Pescini del Wolf Science Center di Vienna nel suo intervento al Congresso Nazionale “IL CANE A 360°” (prima edizione, 2018). Condividono un antenato comune ma non sono l’uno il figlio dell’altro. Dalle parole di Bradshaw: «Quindi i lupi di oggi sono i discendenti degli esemplari più selvatici (qui l’autore si riferisce ai lupi sopravvissuti agli stermini perpetrati dall’uomo nelle varie epoche n.d.r.), mentre i cani provengono dal tipo di lupo che accetta meglio l’uomo, che non esiste più in natura, e del quale non sappiamo nulla». Queste parole hanno delle conseguenze, soprattutto su quello che da sempre si dice sul comportamento “naturale” del cane, che viene estratto dalle osservazioni del comportamento del lupo grigio. Su questo argomento ci ritorneremo in futuro. Mi provoca tristezza sapere che probabilmente non sapremo mai quali caratteristiche avesse il progenitore comune di lupi e cani, ma questo fatto rimette in gioco molte delle convinzioni più radicate che hanno dominato la scena cinofila per molto tempo.

Molti temi e diverse ipotesi

Indubbiamente si aprono molte tematiche, tutte ugualmente interessanti, che via via riprenderemo in considerazione, ma per ora ci manterremo sulla strada che abbiamo intrapreso alla ricerca del perché viviamo oggi con i cani. Abbiamo già visto “l’ipotesi utilitaristica” di Lorenz, vedremo presto anche altri ipotesi in merito. Abbiamo anche visto come le nuove scoperte e il contributo di più discipline scientifiche possano cambiare le carte in tavola. Come già detto, il concetto di realtà è qualcosa che dobbiamo esser pronti a mettere in discussione. Cosa che io personalmente trovo molto affascinante.

Il prossimo passo che faremo sarà quello di andare a vedere cosa sia questo “processo di domesticazione” accompagnandolo, come al solito, da nostre riflessioni. Intanto, per gli appassionati lettori che intendano approfondire questo tema, suggerisco il libro, fresco di stampa, della dottoressa – e amica – Paola Valsecchi, ricercatrice dell’Università di Parma, dal titolo: “Attenti al cane – Una storia di 40.000 anni” (il Mulino, 2020).

Emozioni, pensieri e desideri: chi è il cane che vive con te?