Quando Erik mi aveva inviato un messaggio ero ben contenta di guardare i video che aveva allegato: voleva un’opinione su una cagnona di Pastore tedesco che stava per arrivare in rifugio. Brasca era una cagna giovane, comprata in un allevamento rinomato e gestita dai suoi umani al limite del maltrattamento. Brasca passava le sue intere giornate in casa e anche da adulta era pertanto costretta a fare i suoi bisogni fisiologici tra le mura domestiche: le veniva concessa un'uscita serale con mezzo metro di guinzaglio solo dall’uomo di casa perché sua moglie non era in grado di portarla fuori. Nella sua unica mezz'ora di libertà, se così vogliamo chiamarla, Brasca non incontrava né cani né persone, non interagiva con nessuna entità del mondo esterno e a malapena poteva annusare a terra.

Erik era piuttosto scettico quando lo contattarono per cedere questa cagna al loro rifugio perché «non siamo più in grado di gestirla» e lui voleva da me un consiglio spassionato. E’ così che siamo soliti lavorare e collaborare fra noi istruttori in tutti quei rifugi che hanno la grande fortuna di avere dei professionisti che operano per i cani. Ci scambiamo opinioni, mentre la gente si siede dopo cena a guardare un film noi esaminiamo video, ci confrontiamo, rispondiamo agli audio, ci prendiamo del tempo per dire la nostra, cerchiamo di tirare le somme e darci man forte. E quando Brasca è entrata nella nostra vita era anche l’inizio di questa maledetta pandemia e la famiglia premeva perché entrasse in rifugio, senza la minima accortezza dei tempi che occorrono per aprire a volte un dialogo con un soggetto come lei, che nei suoi primi anni di vita aveva conosciuto l’isolamento sociale più totale. Che cosa avrebbe dunque potuto fare quella giovane Pastore tedesco schiacciata in una relazione malsana? L’unica cosa che che le costava poca spesa, che la sua genetica la portava a fare in modo vantaggioso: Brasca non lasciava che alcuna persona potesse avvicinarsi alla coppia. Chiunque entrasse nel suo spazio veniva aggredito fisicamente saltando su con una foga e una fisicità importante perché visto che per mesi le avevano tenuto il mondo distante, adesso il mondo non poteva permettersi di avvicinarsi. Qualcuno di voi potrebbe forse darle torto? No: Brasca non era una cagna aggressiva. Non lo era affatto.

Bisogna del resto che iniziamo ad assumerci una bella porzione di responsabilità quando decidiamo di iniziare una vita con un nuovo soggetto e smetterla di pensare che siccome si è sempre avuto cani o ce lo ha consigliato qualcuno allora si sa come comportarsi, al di là della razza. Un cane di razza, poi, possiede sicuramente delle caratteristiche più spiccate di altre ma è prima di tutto un individuo, un essere senziente e ha bisogni e necessità come qualsiasi essere vivente.

La fiducia e la comprensione sono le uniche strade percorribili

In realtà Erik ed Evelina del Dog Ranch avevano già impostato un ottimo lavoro con Brasca perché erano stati molto chiari nonostante la pressione ricevuta della famiglia: «Non si può instaurare nessun dialogo con Brasca fintanto che non conquistiamo un briciolo di fiducia nei suoi confronti, altrimenti qui nel rifugio sarà un inferno gestirla, per lei e per noi!». Dai video che continuavo a guardare, Erik aveva già messo Brasca a fare delle piccole esperienze sociali con altri cani e lei dimostrava di saper stare in gruppo molto bene e con grande voglia di prendersi finalmente quel ruolo e quel posto nel mondo sociale a cui aspirava da sempre. L’acqua e le pozze erano diventate, in quegli incontri conoscitivi prima della cessione effettiva al rifugio, un elemento che la aiutavano a sentirsi più serena e a scaricare in maniera più consona lo stress accumulato durante i mesi di quella relazione soffocante e priva di tutto. I ragazzi del Dog Ranch ci avevano visto lungo e sapevano che Brasca, nonostante la forte reattività verso le persone, non era affatto una cagna avversativa: semplicemente stava gridando al mondo con tutta la forza che possedeva dove fosse il suo posto e lo rivendicava con grande apertura nonostante il vocabolario con cui si esprimeva non fosse adeguato.

Nel corso degli incontri ormai Brasca aveva imparato a fidarsi di Erik e ai suoi occhi quel ragazzo che ogni tanto incontrava e a cui le prima volte pareva volesse solo saltare al collo, in realtà si era trasformato nell’unico essere umano che davvero avesse incontrato e con cui stringere una relazione: una relazione sana questa volta. Al rifugio passeggiava nel verde, stava con gli altri cani e poteva esprimere se stessa non legata a quel mezzo metro di guinzaglio. Le competenze di Brasca aumentarono incredibilmente quando arrivò poi in maniera definitiva in quel di Sassello, nel luogo dove si trova il Dog Ranch, e così finalmente quella cagnona uscì dall’incubo di una casa che era diventata la sua prigione. Brasca ha poi incontrato decine e decine di persone senza nessun tipo di problema, prendendosi i suoi tempi e i suoi spazi. Ha potuto scoprire che gli oggetti possono essere fonte di grandi esperienze se usati con coscienza: sì, puoi prenderti qualcosa e metterti giù per ritirarti in un momento di tranquillità o usare “le cose” per aprire dei dialoghi con gli altri cani e avere interazioni sociali. Brasca era rinata e adesso, era importante che avesse un’altra opportunità: trovare la famiglia ideale.

Brasca va finalmente a casa: tutte le precauzioni possibili non significa avere un cane perfetto

Il lavoro che i ragazzi al rifugio hanno portato quotidianamente avanti, sotto la direzione di un altro educatore cinofilo, Claudio Lugaro, è stato lungo, meticoloso, fatto di grandi passi avanti per Brasca ma anche di piccole ricadute. Nessun professionista può cancellare con un colpo di spugna la vita passata di un cane ma può comunque accompagnarlo verso un futuro migliore: ricordatevelo sempre quando chiedete in adozione un cane che dietro ci sono sacrifici immensi, di quel cane prima di tutto, di colleghi e volontari e di chi, come noi, crede che restituire la vita ad un cane valga molto di più del prezzo che vi hanno fatto quando volevate togliervi lo sfizio di averne uno.

E anche quando li mandiamo in adozione ricollocandoli nelle nuove famiglie, tutte le accortezze che vi chiediamo e le raccomandazioni, i consigli di gestione che diamo non sono cose campate per aria o eccessiva puntigliosità: ve lo diciamo proprio perché a differenza di quelli che vi promettono un “cane perfetto” con qualche lezione o che con un colpo di spugna si toglie di dosso le cose infelici vi mente, semplicemente. Perché questi cani noi li vediamo ogni giorno, prigionieri in case e relazioni malsane, li vediamo arrivare in canile perché la legge permette che le persone si deresponsabilizzino al primo problema: problema che loro stessi hanno contribuito a creare, spesso con la loro ignoranza. Li vediamo abbandonati nei giardini da soli, uscire con mezzo metro di guinzaglio senza poter annusare un filo d’erba, li vediamo morire poco alla volta quando non gli permettete di fare i cani e fare cosa da cani. Quando rompiamo le scatole per le adozioni dei cani e ci teniamo che vi facciate affiancare da un professionista, lo facciamo perché ricevere un messaggio in cui si dice che il cane X è tornato in canile significa che oltre al cuore che ti si spezza, qualcuno ha preso alla leggera le nostre indicazioni.

Ci sono persone come Erik, Evelina, Claudio, me, Giancarlo (che attualmente segue Brasca nella sua nuova famiglia) che non grida mai veramente al finale felice, alla storia da raccontare su Kodami che fa emozionare le persone perché sappiamo che di Brasca, là fuori, è pieno zeppo, dentro le mura di qualche casa o in qualche canile. E un rifugio, ancora una volta, deve essere solo un luogo di passaggio per traghettare questi cani verso una nuova possibilità. Pertanto, egoisticamente, fatelo anche per noi che saremmo i primi a volere che il nostro mestiere non esistesse perché significherebbe che tutti i cani stanno bene: quando adottate, fatelo responsabilmente. Sempre.

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