Membro del Comitato Scientifico di kodami
Etologa

La felicità, lo dice Umberto Galimberti, «ci viene da uno straccio di relazione in più». Seppur certamente vero, non parlerei solo di quantità, ma anche, e forse soprattutto, di qualità. Pensando agli animali domestici, la qualità della relazione che essi riescono a instaurare con noi conta davvero tanto. Il processo di domesticazione ha gradualmente avvicinato alcune specie all’uomo. È un concetto insito nella parola stessa “domesticazione”, che affonda le proprie radici nel termine latino “domus”, casa. Vengono subito in mente i cani, i gatti, ma anche suini, bovini, polli, pecore, capre e cavalli sono animali domestici e, al pari dei cosiddetti pet, standoci vicino, anche loro imparano a comprendere i segnali comunicativi umani, e a rispondere ad essi.

Stress e paura: due facce della stessa medaglia

Allo stesso tempo, questi animali possono ancora percepire l’uomo come un potenziale predatore, e temerlo. La paura dell’essere umano è la principale fonte di stress per gli animali domestici, e, in quanto tale, può influire negativamente sulla loro fisiologia e sul loro comportamento. In una parola: sul loro benessere. Stress e paura non sono la stessa cosa. Lo stress è una risposta generalizzata, e non specifica, a qualsiasi fattore che turbi, o minacci di turbare, la capacità di un animale di mantenere l’omeostasi, ossia il proprio equilibrio, la propria stabilità. La paura, invece, è una risposta emozionale, e quindi psico-fisiologica, a un pericolo percepito. Come diceva lo psicologo britannico Jeffry A. Gray, autore del libro “The psychology of fear and stress”, la paura è una «reazione emozionale a uno stimolo a cui l’animale cerca di mettere fine, da cui cerca di fuggire o che cerca di evitare».

Paura e stress non sono sinonimi, dunque, ma la paura può contribuire a generare, o a mantenere, uno stato di stress. E un animale che ha molta paura, soffre.

Il mondo soggettivo degli animali

Le situazioni non sono stressanti, o spaventose, in sé: lo divengono per come sono percepite dall’animale. Animali di specie diverse, quindi, ma anche singoli individui appartenenti alla stessa specie hanno una propria soggettività, che fa sì che possano avere differenti aspettative e necessità.

Ad esempio, è noto che permettere a gattini e cuccioli di cane di entrare in contatto con le persone nelle prime settimane di vita, ma anche nella fase prenatale, quando sono ancora al sicuro nell’utero e si fa loro percepire la nostra mano attraverso il dolce massaggio del ventre materno, ne migliora il grado di confidenza nei confronti dell’essere umano. Questo si riflette positivamente sul loro comportamento anche da adulti. Bastano interazioni di pochi minuti, fatte di dolci carezze e gentili massaggi, purché avvengano tutti i giorni o quasi, per aumentare significativamente le loro probabilità di diventare, da adulti, estroversi e fiduciosi nei confronti delle persone.

Lo stesso non vale per i cavalli, per esempio (Hausberger et al., 2008). La manipolazione gentile da parte dell’essere umano nei primi giorni di vita del puledro, non solo, non sembra avere effetti benefici sulla relazione uomo-puledro, ma in qualche caso può addirittura indurre una successiva riluttanza al contatto con le persone.

Come si può spiegare questa differenza?

Come molti altri ungulati che danno alla luce un piccolo alla volta, e contrariamente ai carnivori domestici, i cavalli non si lasciano andare molto al contatto fisico neanche tra loro. Le madri leccano la prole solo occasionalmente, e per brevi periodi, sin dalle prime ore dopo la nascita. Anche i soggetti adulti, durante la toelettatura reciproca, tendono ad annusarsi, più che a leccarsi, e comunque a questo comportamento non si dedicano per oltre il 2-3% del tempo. Non deve stupire, quindi, che le nostre carezze non abbiano su un cavallo gli stessi effetti positivi che possono avere su un cane o un gatto.

Ogni interazione è fonte di ricordi e di emozioni

Nella relazione uomo-animale, il modo di rapportarsi è il risultato delle interazioni precedenti, che possono essere di natura positiva, negativa o neutrale. Ciò avviene perché ogni interazione è fonte di ricordi, e ai ricordi è spesso associata un’emozione. Anche solo il ricordo, e quindi la ricostruzione mentale del volto, dell’odore o della voce, di una persona con cui un animale si è sentito a disagio durante un incontro, può evocare un’emozione spiacevole, e una conseguente reazione di evitamento, negli incontri successivi, anche mesi dopo. Le volpi rosse sono in grado di associare un’interazione piacevole o spiacevole al colore dell’abbigliamento dell’essere umano. Se hanno vissuto un’esperienza avversiva con una persona vestita di un certo colore, successivamente, anche solo la vista di quel colore provoca in loro reazioni di paura, quali evitamento, accelerazione della frequenza cardiaca e aumento della temperatura corporea.

La tutela del benessere animale

Nel rapportarsi con le altre specie, dunque, è bene ricordare che gli effetti delle nostre azioni possono durare anche per tutta la loro vita. Gli esseri umani rappresentano una parte fondamentale dell’ambiente con gli altri animali con cui vivono e hanno un ruolo centrale nella tutela del loro benessere. Dobbiamo sforzarci di capire il mondo soggettivo degli animali, e fare in modo che le condizioni in cui si trovano a vivere rispondano a un’idea di benessere il più possibile vicina alla loro, e non alla nostra.

  • Bibliografia

Gray, JA (1987) The Psychology of Fear and Stress. CUP Archive, Cambridge.

Hausberger M, et al. (2008). A review of the human–horse relationship. Appl. Anim. Behav. Sci. 109(1):1-24.

Henry S, et al. (2006). Influence of various early human–foal interferences on subsequent human–foal relationship. Dev. Psychobiol. 48:712-718.

Waiblinger S, et al. (2006). Assessing the human–animal relationship in farmed species: A critical review, Appl. Anim. Behav. Sci. 101(3–4):185-242.

Bakken M., et al. (1999). The effect of environmental stressors on deep body temperature and activity levels in silver fox vixens (Vulpes vulpes). Appl. Anim. Behav. Sci. 64:141-151.

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