Le persone si stupiscono sempre quando sanno che il tuo lavoro è fare l'istruttrice cinofila e lo reputano un mestiere affascinante. Ma c'è sempre il rovescio della medaglia. Quel pomeriggio mi preparavo come ogni mercoledì a spendere la mia giornata nella provincia di Siena, dove spesso venivo chiamata per il mio lavoro da famiglie che avevano difficoltà coi loro cani. Al telefono ero solita chiedere delle cose basilari alla persona che mi contattava, semplicemente per capire dove sarebbe stato meglio vedere il cane, se avesse avuto senso portare con me uno dei miei. Tutto senza farmi raccontare troppi particolari della loro storia, così da arrivare in consulenza scevra da pregiudizi il più possibile. Quel mercoledì sarei arrivata a casa di Neve, una cagnona adottata da poco che, a detta della sua amica umana, aveva qualche problema con le persone che non conosceva e le temeva un po'.

L'avevo lasciata per ultima perché mi sembrava una situazione non complicata e la sua famiglia si era già detta disponibile a vederci con frequenza perché volevano fare le cose al meglio possibile essendo il loro primo cane. Mi ero fermata a prendere un caffè qualche metro prima della loro casa. Avevo parcheggiato e avevo chiesto al mio cane Blu di attendermi in auto per la prima parte della consulenza. Poi sarei tornata a prenderlo in compagnia di Neve e avremmo fatto un giretto nel quartiere. Mentre sorseggiavo il caffè ripensando alla mattinata, notai che la barista ogni tanto mi lanciava un'occhiata, sempre più insistente. In effetti la mia giacca era ricoperta di peli, zampate, fango e sicuramente anche bava. Per rompere l'imbarazzo, finsi di darmi una rassettata e per dare enfasi alla cosa mormorai: «Benedetti cani che ti saltano addosso». Lei mi sorrise con comprensione, dicendomi che mi capiva, anche lei viveva con due cani. Certo io ero ridotta davvero male e i miei abiti erano un disastro come sempre, così per ricambiare le dissi timidamente che io lo facevo per lavoro e che coi cani degli altri, dopo mezza giornata, ero ridotta in quelle condizioni.

Sapevo che si sarebbe aperto il solito scenario sulla bellezza di fare un lavoro con gli animali, sulla fortuna di fare un mestiere che mi piaceva con tutti quei luoghi comuni tipici di chi vuole in modo innocente dirti che sei fortunata. Annuivo e ringraziavo, senza lasciar trapelare la verità e la voglia di dirle che a sera invece ti senti uno straccio, che a volte per delle ore diventi il contenitore dei problemi delle persone e che altrettante volte esci da certe situazioni sconsolata perché non c'è margine di supporto. E che mentre fai i chilometri che ti separano da casa per tornare, il cervello ti fuma per trovare soluzioni al limite del miracolo in tante, troppe situazioni. Ma ero contenta che avesse cani, sperando intimamente che i suoi non dovessero aver mai bisogno di gente che fa il mio lavoro. Perché parliamoci chiaro: se il nostro mestiere esiste perché purtroppo i cani e le persone vivono situazioni difficili, spesso dovute all'incomprensione.

L’incontro con Neve e una situazione inaspettatamente complicata

Mentre camminavo per raggiungere la palazzina dopo la pausa caffè, continuavo a riflettere sul fatto che in alcuni giorni mi sarebbe veramente piaciuto fare un altro lavoro. Arrivata alla palazzina suonai e sentiti già dagli abbai che Neve non doveva essere una tipa molto tranquilla quando qualcuno veniva a trovare la sua famiglia. Salii con calma le scale e quando mi aprirono la porta mi ritrovai di fronte una grossa cagnona bianca che mi abbaiava in maniera incisiva e forsennata. Il messaggio era chiaro: non voglio assolutamente che tu oltrepassi questa porta né che tu possa venire nella mia zona. Affacciata alla porta sul pianerottolo, nel vano tentativo di calmarla, c'era la proprietaria di Neve con un'espressione a metà tra l'imbarazzo e l'incredulo.

Continuava a ripetermi che a volte faceva così, non sempre, e che poi si calmava. Ci tenne a precisare che di solito lo faceva con gli uomini: non poteva spiegarsi perché con me avesse avuto quel tipo di approccio. Neve era arrivata in adozione da due settimane: mi domandavo tra me e me quanta gente avessero già fatto entrare a casa in quei giorni. Forse era stata esposta come l'attrazione del momento? Mi era solo chiaro che questa cosa era vissuta male da loro ma che soprattutto Neve era tesa e impaurita. Scorgevo nelle sue minacce abbaianti una cagna fragile, che stentava a credere nel personaggio che aveva assunto e che rivendicava uno spazio sicuro. Trapelava dal suo sguardo tutta l'importanza che meritava.

Mi soffermai un attimo sulla soglia, provammo a spiegarci qualche secondo: non era mia intenzione violare i suoi spazi ma doveva capire che non costituivo una minaccia. Ci volle poco e ci accordammo per una soluzione: sarei entrata e l'avrei totalmente ignorata. Parlammo con la signora di tante cose nella prima mezz'ora: mi raccontò che veniva dalla Puglia, che era stata trovata, che era stata persino una giovane mamma e lei sembrava esserne orgogliosa. A detta sua, Neve aveva questo “difetto” di non amare gli estranei, di non essere particolarmente sicura fuori a passeggio e lo strano fatto che non amasse il cibo che le proponevano. Per me, quell'ultima notizia, era l'informazione più esplicativa fino ad allora. Perché un cane che non si adatta al cibo industriale e mangia di notte vuol dire solo una cosa: aveva trascorso una vita semi randagia e non si sarebbe adattata alla città e al guinzaglio con tanta semplicità. Le era stato fatto davvero un regalo a portarla in adozione qui o no? Maledicevo con tutta me stessa questo tipo di adozioni perché era chiaro per la sua famiglia che quei piccoli difetti per loro erano la portata chiara invece di una situazione ben più difficile per Neve.

Neve conosceva il mondo dei cani ma non certo il mondo delle persone

Senza pensarci due volte spiegai molto tranquillamente alla sua proprietaria che sarei tornata giù alla mia macchina per risalire qualche minuto dopo insieme ad uno dei miei cani, perché alcune cose potevano essere valutate solo attraverso gli occhi loro. Non mi formalizzai a spiegare tante altre cose: sapevo che non poteva capire quello che mi stava ronzando dentro il cervello e sapevo che dare un significato a quei “difetti” come lei li chiamava non mi avrebbe aiutato neanche se le avessi spiegato che l'entità del problema forse era da percepire in maniera più grande. Ciò che contava era che Neve se la stava vivendo parecchio male la sua introduzione in quella famiglia. Non bisogna mai andare in risonanza con gli esseri umani, anche se l'entità di quello che loro considerano è nettamente inferiore alla reale criticità: d'altronde sono persone che ci hanno chiamato perché hanno bisogno di aiuto e noi dobbiamo limitarci a volte a quello. Dovevo pensare a Neve e avevo bisogno di vederla con un cane prima di prospettare che forse, quell'adozione salvifica non era esattamente così dal punto di vista della cagna.

Risalii dopo pochi minuti dopo con uno dei miei cani che, con molta tranquillità, allungò il muso per cercare di carpire degli odori di Neve. Lei, sentendomi tornare, nuovamente riniziò ad abbaiare in maniera furiosa ma la tensione fu interrotta quasi subito perché alla vista del mio cane tutto cambiò totalmente nella sua testa. Era molto più importante annusare e confrontarsi con qualcuno che poteva capire e comprendere la sua comunicazione piuttosto che continuare ad abbaiare a me. Anzi, fu anche abbastanza chiaro che lo smettere di abbaiare era sintomatico del fatto che io ero la persona che tornava nei suoi spazi ma questa volta con un cane e non come una minaccia. Forse, tutto sommato, non dovevo essere così orribile. A quel punto capii quanto nella testa di Neve fossero importanti i cani e il rapporto che poteva stringere con loro: il suo atteggiamento in casa era completamente diverso, rilassato, non aveva problemi. Portò il mio cane a conoscere la casa e nel tentativo di capire questo rapporto col cibo, potei persino tirar fuori qualcosa dallo zaino e farle masticare un pezzetto di carne offerto da me.

A quel punto dovetti spiegare alla proprietaria che l'unica cosa che aveva realmente importanza nella sua testa era il mondo dei cani che quello delle persone era veramente difficile da tollerare: accettare quel cibo non era il miracolo a cui le credeva che stava assistendo ma probabilmente molte delle criticità di Neve (o difetti come li chiamava lei), derivavano dal fatto che la sua conoscenza del mondo umano, coi suoi gesti, le sue azioni e le intenzioni verso di lei, le erano pressoché sconosciute e nutriva pertanto, una certa diffidenza verso le persone.

Le prospettai un lavoro di comprensione che sarebbe stato lungo e sarebbe passato dall'accettazione che Neve era una “cagna da cani” e non avrebbe mai amato le persone. Provai a farle capire che la sua vita era lì dove era cresciuta e che non si sarebbe mai abituata al vivere in città. Certo, l'avremmo aiutata attraverso il supporto di altri cani perché era il linguaggio dei cani quello che lei conosceva bene e io sapevo che per quanto rischioso fosse, era giusto non creare delle aspettative infondate.

Quella volta, però e per fortuna, per Neve fu diverso. I “suoi” umani capirono, si misero in discussione, adottarono persino un altro cane e tutto sommato, non andò male. A volte, ancora mi inviano qualche foto per salutarmi. Io scorgo nello sguardo di Neve, in quegli scatti, sempre un velo di tristezza. E sono tante le storie come la sua che purtroppo però non sono state felici: non tutti i cani riescono ad adattarsi. E spesso mi domando: chi siamo noi per scegliere che si adattino a una vita che non corrisponde alla loro natura? Mi viene voglia spesso di “sentire meno” e di fare un altro mestiere. E credo che lo pensino anche i miei cani quando sonnecchiano nell'auto di ritorno con me a casa dal lavoro.

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