Sono migliaia gli annunci che ogni giorno vengono postati sui social network per far adottare dei cani. Moltissime sono anche le pagine e i gruppi creati appositamente a questo scopo. E chi vuole adottare un animale sfortunato, proveniente da un abbandono o da situazioni di randagismo, non deve far altro che accendere il pc o scrollare lo schermo dello smartphone per trovarsi davanti a una variegata serie di annunci.

Ci sono anche numerosi appelli di canili tra questi post, di strutture sparse in tutta Italia, che invitano le persone a recarsi in loco per conoscere direttamente l’eventuale prescelto, ma ciò che è molto più frequente è di imbattersi in appelli che offrono all’adottante di recapitare il cane direttamente nelle sue zone attraverso le cosiddette staffette.

Un fenomeno sul quale Kodami ha realizzato la sua prima video inchiesta, "Staffette, dall'amore al business", del format "L'ora blu". Una puntata in cui abbiamo analizzato gli spostamenti che vengono fatti da Sud verso Nord cercando di dare una visione d'insieme attraverso l'analisi dei dati che abbiamo raccolto proprio attraverso la Rete e con nostre immagini esclusive, commentate da esperti del settore.

Nella quasi totalità dei casi si tratta di animali del centro sud Italia che chi li ha recuperati vorrebbe trasferire (o lo ha già fatto) verso località del Settentrione: cani che si trovano spesso presso stalli privati oppure ancora sulla strada e che, attraverso questi appelli, si garantisce di voler salvare da una misera esistenza in qualche canile lager o da gravi rischi e pericoli nei luoghi in cui sono nati e cresciuti.

Adottare un cane: le differenze tra Nord e Sud analizzando gli appelli sui social

Scorrendo le infinite serie di annunci bisogna porsi alcune domande e mantenere una certa lucidità nell'analisi per non perdere di vista che esiste un sottobosco decisamente non virtuoso,  in cui "salvare" non vuol dire rispettare né i cani né le persone che vorrebbero adottare.

Sia chiaro – come abbiamo voluto sottolineare anche nell'inchiesta – non si vuole far di tutta l’erba un fascio né svalutare la preziosa opera di tanti volontari e associazioni che si impegnano seriamente in un territorio difficile quale quello di molte regioni del centro sud della nostra Penisola, dove l’esistenza di canili indegni e indecenti è purtroppo una triste realtà e dove spesso quello del randagismo è un fenomeno completamente fuori controllo.

In un mare magnum di appelli di ogni tipo è importante, dunque, provare a fare una macro analisi e poi scendere nel dettaglio e appunto ciò che subito salta agli occhi è che nel nord Italia la maggior parte dei post sono pubblicati direttamente da Associazioni o da canili, mentre nel sud la quasi totalità è "a firma" di privati cittadini che si occupano in maniera più o meno diretta dei cani in questione.

Questo andamento rispecchia nel virtuale ciò che accade nella realtà, del resto: nelle regioni del Meridione l'attenzione al fenomeno del randagismo è a carico principalmente dei singoli, in una ancora troppo forte assenza delle istituzioni nel loro ruolo fondamentale di tutela e crescita di una cultura di rispetto e di tutela nei confronti degli animali. Ciò comporta che tante persone, a titolo privato, prelevano cani e li ricollocano presso nuovi luoghi mossi dal desiderio di "migliorarne le condizioni di vita" ma senza sapere effettivamente quale sia il percorso migliore per quegli individui troppo spesso. Questa situazione reale sicuramente ma ormai perennemente percepita come emergenziale ha anche delle derive pericolose, per i cani stessi, per le famiglie a cui andranno se non messe al corrente della reale storia del cane e della sua personalità e sempre più spesso proprio per le strutture del nord dove poi rischiano di finire a vita. E non solo in caso di cessione da parte di chi li aveva in maniera superficiale scelti solo attraverso un post e con persone che glieli hanno ceduti senza valutare se nel contesto in cui sarebbero finiti (ovvero la famiglia e il luogo in cui questa vive) fossero adeguati, ma anche perchè sempre più spesso stanno capitando dei ritrovamenti di meticci al nord che lì sono stati lasciati vicino a canili e rifugi da persone che così pensano che verranno recuperati e che comunque avranno in questo modo più possibilità di essere adottati. E' un fenomeno che abbiamo analizzato su Kodami in due articoli diversi parlando della campagna "Stop Falsi Ritrovamenti” ad esempio nella provincia di Varese.

Tra i tanti appelli che girano in Rete, ovviamente, ci sono anche quelli di molti cittadini del nord ma, sempre andando ad analizzare la tipologia di post, si nota che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta o di storie di cani che ancora si trovano al sud oppure che sono stati già trasferiti e si trovano in qualche stallo o appunto in rifugi / canili in attesa di una nuova famiglia.

Perché gli appelli spesso si chiudono con quella frase: "Si adotta solo al centro-nord"?

Un particolare che merita attenzione è rappresentato dal fatto che moltissimi di questi annunci si concludono con frasi tipo: “si adotta solo al centro-nord”. Ma, sebbene una dicitura di questo genere sia comprensibile per dei cani che si trovano nel nord Italia (non avrebbe infatti molto senso inviare un cane dal nord al sud, dove sono migliaia quelli che cercano casa) può apparire invece quanto meno particolare per cani che invece già si trovano in loco.

Una variante che si può spesso leggere negli annunci è anche “non si adotta in regioni con alto tasso di randagismo”. Questa dicitura sembra addirittura assurda, come se adottare un cane al sud non significasse trovargli una famiglia che lo terrà con sé ma automaticamente buttarlo in mezzo alla strada a incrementare il numero dei randagi sul territorio.

Perché, dunque, si preferisce obbligare gli animali a lunghi e faticosi viaggi verso una destinazione sconosciuta piuttosto che una vicina e magari in un contesto più simile a quello di provenienza? La realtà è che queste frasi descrivono perfettamente un bias da cui necessariamente chi opera con grande fatica sul campo in luoghi in cui l'emergenza sembra non finire mai deve uscire. L'idea di base è che chi vive in un'area in cui il tasso di abbandono è elevato e i canili scoppiano per la presenza di soggetti che non hanno famiglie, allora in quei luoghi non ci sono persone "degne" di poter amare un cane e rispettarlo.

Questo è un passaggio molto delicato della nostra analisi, perché mostra un preconcetto che colpisce una fetta di popolazione che a suo modo giudica i propri concittadini come non meritevoli facendo, in questo caso sì, di tutta un'erba un fascio. Un elemento che vorremmo invece fosse superato, spingendo proprio "dal basso", ovvero invitando proprio chi è sul territorio a dare maggiori opportunità a quei cani di rimanere "a casa loro" e dare più fiducia a tantissime persone che desiderano davvero vivere con un cane e sono pronte a seguire percorsi di pre affido e adozione. Capita sempre più spesso proprio a Kodami di ricevere segnalazioni in cui cittadini del sud ci raccontano di sentirsi esclusi e ghettizzati a priori e non riuscire così a incontrare il cane che hanno visto attraverso un post per poter realmente provare, almeno, a conoscerlo e incontrarlo.

Aumenta la consapevolezza al sud, gli esempi virtuosi

Oggi sempre di più, grazie proprio all'impegno di volontari e operatori di canili e rifugi del sud questo fenomeno sta diminuendo e solo con una vera collaborazione tra tutti gli attori coinvolti si può arrivare a far sì che non vi sia differenza tra nord e sud del Paese. Anche al Meridione sempre più strutture, ancora non abbastanza però, si sono già mettono in pratica i percorsi di conoscenza tra adottante e cane in modo da valutare al meglio la compatibilità, eventualmente essere di aiuto in caso di problemi successivi all’adozione e favorendo così delle adozioni responsabili.

Pensiamoci: è il percorso migliore che invece più difficilmente può avvenire con cani provenienti da regioni lontane, sebbene vi siano anche in questo già esempi virtuosi di collaborazione stretta tra chi opera da una parte all'altra del Paese con una filiera organizzata in cui cane e adottante sono seguiti sin dall'inizio. Un esempio è il lavoro costante che fanno le educatrici cinofile del Buoncanile di Genova che prima attraverso il "progetto Palermo" e ora in collaborazione con la realtà campana strutturano i trasferimenti da Sud a Nord con valutazioni dell'indice di adottabilità dei cani provenienti da canili locali per poi inserirli in un contesto sereno all'interno della loro struttura e procedendo poi a adozioni consapevoli con le famiglie in Liguria.

 

E lo fanno anche associazioni locali di volontari, come "gli amici di Gigio" che operano nel Palermitano e spostano cani attraverso staffette legali in cui il benessere degli animali da tutti i punti di vista è tutelato e che accompagnano le famiglie nel percorso di conoscenza con il sostegno di educatori cinofili sul territorio di partenza e di arrivo:

 

Il senso di tutto questo è che bisogna davvero fare un passo in avanti e non limitarsi ad un controllo sommario da parte di chi ha recuperato un cane. E invece chi è alla ricerca di un nuovo membro della famiglia deve leggere bene ciò che viene scritto negli appelli e chiedere maggiori dettagli, perché ancora troppo spesso accade che chi ha deciso di "salvare" quel cane non solo non lo conosce ma non ha specifiche competenze per svolgere un compito così delicato. Col rischio che, in caso di problemi, l’adottante si trovi completamente abbandonato a se stesso, o nella difficile situazione di dover decidere tra rimandare il cane indietro (quando questo è possibile e non sempre lo è), oppure portarlo in canile (cosa che accade non di rado).

L'aspetto economico della questione

Dell'aspetto economico della questione ne abbiamo parlato con numeri e dati nella nostra video inchiesta. E' importante sottolineare che contribuire ad alcune spese è sinonimo di cura e vero interesse per il cane ma ci sono delle "regole" che non tutti conoscono e che vanno rispettate. Adottare un cane direttamente da un canile è una lodevole azione che non comporta alcun costo all’adottante. Non solo non vi sono spese di spostamento, ma anche tutti gli altri costi sono in genere sostenuti o dal gestore stesso o, eventualmente, dalle pubbliche istituzioni. Il cane verrà consegnato direttamente, già provvisto di libretto vaccinale, scheda sanitaria e, in caso, già sterilizzato (quest’ultima pratica, poi, è per legge a carico del Servizio di Sanità Pubblica). Ciò che invece accade spesso quando i cani vengono trasferiti da una regione all’altra è che si vengono a creare i presupposti per delle richieste più o meno esplicite di denaro, giustificate dai costi del trasporto. A queste in diversi casi vengono aggiunti costi supplementari per stalli, vaccinazioni, cure, sterilizzazioni, fino ad arrivare talvolta anche a guinzagli, pettorine e perfino trasportini. Quel che in certi casi è stato verificato che avviene è che tali spese non vengono in genere regolarmente fatturate o documentate, mostrando le relative ricevute, ma vengono richieste come “donazioni liberali” (offerte) verso singoli o qualche associazione collegata direttamente alle persone che si occupano dell’adozione del cane, o addirittura su anonime postepay.

Ripetiamo: dare un contributo per sostenere il lavoro di persone oneste è assolutamente un valore aggiunto ma in mezzo ai molti volontari che si impegnano  per garantire un futuro migliore a degli esseri sfortunati si celano purtroppo anche persone che lucrano sul fenomeno del randagismo e sugli spostamenti da una regione all’altra. Persone con nessun interesse a contribuire a risolvere i gravi problemi di tante regioni italiane perché dalla gestione emergenziale di questo fenomeno traggono guadagni personali, approfittando della buona fede e del buon cuore di tante persone convinte di fare una buona azione. Tra queste non soltanto gli adottanti, ma anche tanti altri che fanno donazioni o già solo condividono gli appelli.

L'opinione di Stop Animal Crimes Italia e di Assocanili

Antonio Colonna dell’Associazione Stop Animal Crimes Italia e Michele Visone, presidente di Assocanili (Associazione Nazionale Dei gestori Strutture Degli Animali Domestici), da diversi anni monitorano questi fenomeni e si battono per riportarli su un piano di maggiore trasparenza e legalità. Attraverso le loro parole emerge anche un'ulteriore importante questione: ovvero quella degli stalli che, in molti casi, sono delle vere e proprie pensioni abusive, che non rispettano alcuna normativa sanitaria o burocratica, né, in tanti casi, garantiscono il rispetto del benessere animale, poiché realizzate o in terreni di fortuna o in abitazioni private. In questi luoghi vengono spesso stipati decine di cani in situazioni precarie.

Colonna, dalla vostra esperienza vi siete fatti un’idea sul numero di associazioni del sud Italia che si occupano di adozioni?

Come stiamo denunciando da alcuni mesi tante realtà hanno assunto una connotazione emergenziale piuttosto che rivolta alla proposizione di soluzioni e collaborazioni con gli enti pubblici preposti. Emerge anche l’elemento diffuso del lucro che mostra delle realtà isolate l’una dall’altra concentrate, appunto, sul gestire i randagi del proprio territorio violando le regole. Alcuni si spacciano per "associazioni" che in realtà non esistono legalmente e che nascono non per trovare soluzioni al problema ma per gestirne i sintomi, raccogliendo i randagi per strada, stabulandoli in strutture abusive per poi farli partire per il nord Italia, finanziando tutto con donazioni private stimolate da appelli social ben studiati. Dei randagi raccolti la maggior parte finisce in ricoveri a pagamento e quindi pensioni abusive a tutti gli effetti. Un giro di danaro che alimenta un sistema illecito che spesso produce profitti derivanti da attività di ricovero spacciate per volontariato

Perché si preferisce inviare i cani solo al nord? 

I cani si mandano al nord per le ragioni sopra esposte: il sud “fabbrica” randagi e il nord, più ricco, finanzia a sua volta anche l’illegalità sopra descritta. Ma bisogna dirlo: anche al Settentrione ci sono molte strutture abusive.

In che modo chi opera al sud potrebbero impegnarsi sul proprio territorio per migliorare la situazione?

Stiamo provando a diffondere l'importanza di comprendere che c'è la necessità di occuparsi delle cause del randagismo e non solo delle conseguenze. Offriamo la nostra collaborazione ai Sindaci e proviamo ad entrare nei canili. Riteniamo però che vi sia una verta volontà che le cose non funzionino per poter continuare a lucrare. Altro elemento è dato dalla nomea che certo animalismo ha creato ad hoc dei canili, descrivendoli negativamente, per continuare a prendere i cani direttamente per strada e mantenere in vita il sistema illegale sopra descritto. Tanto è vero che nei canili non entra quasi nessuno, mentre i cani che vanno al nord, paradossalmente, provengono per il 90% da rifugi abusivi. In conclusione si lamenta il malfunzionamento della pubblica amministrazione (che certamente ha grandi colpe), ma poi non si fa nulla per trovare soluzioni in collaborazione con essa.

Il parere di Visone è che in ogni caso un così radicato sistema non potrebbe esistere se non vi fossero connivenze anche all’interno delle istituzioni stesse e che apre anche il fronte delle truffe che vengono fatte a danno dei cittadini che, ricordiamolo, pagano attraverso le tasse il mantenimento dei canili pubblici.

Ti sei occupato già più di 10 anni fa del fenomeno staffette con un’inchiesta. In breve, quali esiti ha dato questa inchiesta?

Mi occupai del fenomeno staffette e di un sistema che vedeva personaggi che, sotto le vesti di associazioni, partecipavano a gare di appalto, in molti casi monopolizzando dei territori, considerato che in molti dei casi questi personaggi risultavano componenti di Commissioni Regionali, dipendenti ASL, nonché responsabili regionali di Associazioni Nazionali. Gli esiti di queste denunce non hanno purtroppo sortito alcun effetto; la magistratura, malgrado documentazione a comprova dei fatti, non è intervenuta e in alcuni casi, anche avendo inoltrato richiesta (art. 355 c.p.p.) per essere informati dall’autorità che ha in carico il procedimento, siamo stati ignorati. Un altro punto non di poco conto è il fatto che questi personaggi diventano, presentandosi sul mercato alla stregua di privati, come controllati e controllori.

 Quale spiegazione dai invece a questa abitudine da parte di chi fa gli appelli di non voler affidare cani direttamente sul proprio territorio?

La maggior parte delle associazioni organizzate trasferiscono cani esclusivamente al nord Italia. Nel caso di privati, considerato che tutte le leggi regionali prevedono l’obbligo della presenza delle associazioni nelle strutture, si affidano a queste ultime per le attività di adozione. Questo sistema prevede puntualmente pagamenti sotto forma di contributi ed ecco che ci troviamo di fronte ad un giro economico di grande portata. Resta inteso che non tutte le associazioni o i volontari siano parte del sistema, anzi alcuni di essi mettono in gioco la loro esistenza personale unitamente a risorse economiche per portare a termine adozioni coscienti e assistenza ai cani vaganti. La spiegazione non è certo quella che si propaganda, ovvero che al nord siano più sensibili alle adozioni: questa è una bufala finalizzata a sostenere un sistema dove si evince che sono più i cani che danno da mangiare alle persone che viceversa. Altra cosa che gira tanto e si spaccia per vera è quella del numero di adozioni di cui si fregiano alcuni. Invito e sfido le istituzioni a verificare quante di quelle che risultano adozioni sono in realtà trasferimenti di cani da un canile ad uno stallo o in altro canile dove poi inizia la campagna raccolta contributi, materiale, ecc. Basterebbe fare una verifica sull’Anagrafe di tutte le Regioni per rendersi conto che ci sono persone che hanno in carico un numero di cani incompatibile con la propria posizione economica, lavorativa ed abitativa. Tutto questo funziona solo con una serie di complicità che non possono che essere pubbliche.

Da Sud a Nord, dobbiamo tutti fare uno sforzo per collaborare e perché vi sia davvero un cambio culturale

Da queste considerazioni emerge così una grande questione culturale che coinvolge tutti i cittadini italiani a prescindere dal luogo in cui si vive e su cui tutti dobbiamo ancora migliorare, sull'impronta della collaborazione perché è evidente che da soli non si va da nessuna parte. Se tutte le energie vengono concentrate soltanto nello spostare i cani da un luogo ad un altro, senza minimamente impegnarsi nel fare formazione e informazione sul proprio territorio in merito alle adozioni responsabili, sarà estremamente difficile che la situazione possa in futuro migliorare. Le associazioni del sud e i singoli devono sempre di più entrare nei canili (cosa che per altro sarebbe loro garantita in base alla legge 281) per modificare la gestione di tali strutture e promuovere i cani che lì sono spesso condannati a rimanere a vita. E le istituzioni devono sostenere chi vuole seriamente fare qualcosa di onesto e finalizzato al benessere di cani e famiglie adottanti, principalmente nel garantire che i canili pubblici siano gestiti in trasparenza. Chi vive al nord, allo stesso tempo, deve avere a sua volta meno pregiudizi e maggiore conoscenza di ciò che realmente accade e informarsi maggiormente quando si viene attratti da una foto e dalle parole di un appello: un clic non basta per adottare un cane, ci vuole responsabilità e senno nel compiere un'azione così importante. Oltre a tutte le informazioni sul cane prescelto, sul suo carattere e sulla sua provenienza (magari documentate con video e foto da sottoporre a professionisti cinofili che ne possano dare una corretta lettura) richiedete sempre, in caso vi vengano richiesti rimborsi economici, che vi vengano forniti documentati giustificativi delle spese che vi vengono richieste.