Entrai per la prima volta in un canile, a Bologna, nell’inverno del 2005 e a partire da quell’anno ho avuto modo di conoscere diverse altre realtà, dalla Romagna alla Lombardia, fino al Trentino. Ciò che ho potuto riscontrare è il fatto che nei canili del nord Italia il vero problema non è legato soltanto al periodo estivo, ma è uniformemente distribuito durante tutto l’anno. E non si chiama più abbandono, ma ha assunto una nuova definizione solo all’apparenza più neutra: rinuncia di proprietà.

Quella parte d’Italia dove il fenomeno dell’abbandono è quasi inesistente ma basta un piccolo confine per ritrovarlo di nuovo: l’Emilia Romagna

Proviamo a chiarire meglio. Mi limiterò in questo articolo a parlare di nord Italia e dei cani che arrivano nei canili ma, naturalmente, non bisogna troppo generalizzare, perché ogni comune ha le sue specificità e vi potrebbero essere differenze anche significative tra le singole realtà locali. Tuttavia potremmo porre, con buona approssimazione, un ideale confine tra il nord e il resto dell’Italia all’incirca verso Bologna o poco più giù, ovvero laddove quella che è un’unica grande regione si divide, anche culturalmente, tra Emilia e Romagna; laddove inizia la Pianura Padana e il cosiddetto nord industrializzato e dove finisce il centro Italia, ricco di borghi rurali sparsi sulla dorsale appenninica.

Nel dire che il problema non è legato strettamente agli abbandoni estivi parlo dunque dell’area geografica che va da Bologna in su e della quale ho diretta esperienza. La ragione principale per cui questo fenomeno non è particolarmente rilevante in queste aree, a mio avviso, è dovuta oltre al fatto che le ricorrenti campagne di sensibilizzazione hanno effettivamente portato risultati, anche alla diffusa abitudine di identificare i cani mediante microchip. Questo rende molto più difficoltoso abbandonare un animale. Non è ad esempio così in molti borghi dell’Appennino romagnolo dove, tra l’altro, vi è ancora l’abitudine di lasciar vagare i cani liberamente per il paese. In questi casi, quando poi arrivano in canile, sta solo alla responsabilità del proprietario andarli a cercare e in diverse occasioni mi è capitato che, per non pagare il servizio di cattura o eventuali sanzioni, i cani non fossero reclamati e dunque, di fatto, venissero abbandonati.

Si può dunque dire che il microchip rappresenta in molti casi una vera e propria garanzia a tutela del cane, poiché consente di individuare il cittadino irresponsabile e procedere con le dovute sanzioni o, per lo meno, con dei controlli. Il microchip è inoltre una garanzia che quanto meno l’abbandono non venga fatto direttamente per strada (mettendo a repentaglio l’incolumità di cane e persone, ad esempio per il rischio di incidenti stradali), ma si cerchino delle vie più istituzionali rivolgendosi al comune o direttamente al canile.

Sono inoltre col tempo emerse, per fortuna, nuove modalità di approccio al cane e, soprattutto, si è messo in evidenza l’importanza della relazione coi nostri amici. A causare le difficoltà maggiori infatti sono spesso la mancanza di rispetto e conoscenza più che reali problemi del cane che necessita in primo luogo una guida umana sicura e di un riferimento stabile.

Al Nord, dove l’abbandono è ancora frequente: le rinunce di proprietà

Ma possiamo realmente dire che non esista un problema di abbandoni relativamente al nord Italia? Purtroppo l’amara realtà è che questo è tutt’altro che vero e lo dimostrano i numeri: per fare un esempio soltanto nel comprensorio bolognese sono presenti, tra pubblici e privati, 12 canili che, in totale, ospitano tra i 500 e i 1000 cani.

Ciò che può esser rilevato è che a partire dal 1991, anno di promulgazione della legge 281 che finalmente decretava la punibilità di questo gesto, il problema è molto cambiato nei modi e nelle parole. Poiché infatti l’abbandono diventava illegale si dovette regolamentare la modalità per cui fosse possibile, per quei cittadini che non erano più in grado di occuparsi del proprio amico, portarlo direttamente al canile. Cominciò così ad acquisire importanza il fenomeno delle cosiddette “rinunce di proprietà” o “cessioni al canile”. Tanto che ad oggi questa voce rappresenta una quota rilevante degli ingressi in queste strutture. Ciò ha portato diverse conseguenze tra cui ad esempio il cambiamento nella popolazione dei canili con una sempre maggiore presenza di soggetti di razze esotiche (mentre prima la presenza era in maggioranza di meticci o di cani da caccia e da pastore), l’ingresso di cani abituati a una vita domestica e che soffrono maggiormente la solitudine e la vita in box, o di cani che presentano diversi tipi di problemi comportamentali (specie coi propri simili).

Ma cos’è esattamente la rinuncia di proprietà? La risposta ideale dovrebbe essere che è un istituto da tutelare quando è attuata nell’esclusivo interesse del cane. In tanti anni mi son dovuto più volte confrontare con situazioni dove l’ingresso in canile era l’atto ultimo conseguente a difficoltà oggettive, come il decesso dell'umano di riferimento, situazioni di gravi difficoltà economiche, di salute o di altro tipo. In una società complessa come la nostra non si può pensare che ciò non avvenga mai ed è per questo che i canili hanno una utilità sociale e dovrebbero sempre rappresentare un presidio sul territorio.

Purtroppo, però, nella realtà dei fatti la rinuncia di proprietà diventa spesso tutt’altro. In questi 16 anni ne ho visti tanti di cani arrivare e, con essi, ho sentito anche le spiegazioni dei loro umani. Purtroppo in moltissimi casi i problemi lamentati si riconducono a 2 principali categorie: vivere con un cane è più impegnativo di ciò che si immaginava, oppure il cane non è stato ben educato e dunque è difficile da gestire. Entrambi i problemi possono essere ricollegati ad un’unica grave mancanza, ovvero la consapevolezza che l’adozione richiede impegno. Ecco allora che la rinuncia di proprietà non ha più molto a che fare con la tutela del cane, ma diventa un modo facile di risolvere un problema che riguarda principalmente l’egoismo delle persone.

In questo senso la rinuncia non è nient’altro che un abbandono legalizzato: un problema che è ampiamente diffuso anche al nord Italia; un problema che riempie i canili; un problema che non ha picchi nel periodo estivo ma, silenziosamente, subdolamente e in maniera impercettibile è diventato routine di ogni giorno dell’anno.

Un problema di cui non parlano i giornali e, lontano dall’opinione pubblica, ci dice di una sofferenza invisibile e silenziosa che per migliaia di cani rimane rinchiusa dietro le sbarre di un box.

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