In Provincia di Varese, nei pressi di una clinica veterinaria, da alcuni anni si verificano episodi di costanti ritrovamenti di cani vaganti: «Ad attirare l'attenzione sul fenomeno è stato fin da subito il fatto che si trattasse sempre di femmine gravide – spiega Alessandra Calafà, Presidentessa della sezione di Varese della Lega Nazionale per la difesa del Cane (LNDC) – Appena riuscivamo a dare in adozione i cuccioli, nel giro di 3 mesi, nello stesso luogo avveniva un nuovo ritrovamento». La ciclicità e la costanza dei casi ha così permesso di intuire che non si trattasse di una casualità: «In quel periodo abbiamo cominciato ad analizzare la situazione – continua Calafà – rendendoci conto che si trattava di un'abitudine attuata da persone mosse molto probabilmente dal desiderio di dare una nuova vita a questi animali provenienti dalle strade di altre regioni d'Italia, trasferendoli dove secondo loro avrebbero avuto più facilità a trovare una famiglia». Il fenomeno dei falsi ritrovamenti poi si è così capito che però non interessava solo quel luogo, quella tipologia di cane e quel contesto ma è risultato essere più diffuso di quanto si credesse e soprattutto più complesso.

La nascita del progetto "Stop falsi ritrovamenti": «Diffusione favorita dalla comunicazione attraverso i social»

«Per "falsi ritrovamenti" s'intendono le operazioni di spostamento dei cani da una zona ad un'altra, condotte con la finalità di generare l'ingresso dell'animale nei canili come se fossero stati appunto abbandonati da qualcuno e ritrovati da altri», spiega Davide Majocchi, operatore del canile e gattile di Gallarate, membro dell'associazione "Pensiero Meticcio odv" e portavoce del progetto "Stop falsi ritrovamenti" (SFR) nato con l'obiettivo di scambiare informazioni tra le associazioni attive in provincia di Como e Varese, in modo da comprendere al meglio le dimensioni del fenomeno, le strategie attuate dalle parti in causa e le possibili soluzioni per ridurre le sofferenze dei cani coinvolti.

«Da molto tempo i cani vengono spostati in maniera incontrollata e non hanno un microchip che permetta di risalire all'origine dell'animale. Spostarli, secondo chi opera in questo modo, significa non farli finire in caso di accalappiamento in canili sovraffollati delle loro zone, dove ritengono che non avrebbero visibilità e possibilità di affido – precisa Majocchi – Con la diffusione dei social, poi, questo fenomeno ha assunto dimensioni sempre maggiori: i canali di comunicazione a distanza tra i volontari permettono infatti di traghettare i cani per centinaia di chilometri e così il numero è cresciuto a tal punto da far supporre che si siano inseriti nel flusso anche persone per nulla interessate al benessere dei cani che anzi trovano il modo di trarne pure guadagno».

Le conseguenze dei falsi ritrovamenti e il funzionamento del progetto

Il risultato dello spostamento però, a differenza di quanto sperato da chi se ne prende carico, spesso è tutt'altro che ottimale, come racconta Majocchi: «In alcuni casi vengono spostati cani con bassissimi gradi di socializzazione con gli umani, i quali una volta deportati dalle campagne ad aree più antropizzate non vedono affatto migliorare la propria condizione di vita. Ci sono migliaia di soggetti per i quali le porte del canile, seppur possa essere un buon canile, non si apriranno mai e per questi animali non esiste un "lavoro" comportamentale che possa trasformarli nei cani "da compagnia" che la gente desidera portare a vivere con sé».

Il funzionamento del progetto "Stop ai falsi ritrovamenti" è molto semplice e efficace: si rivolge ai canili e i rifugi principalmente e, una volta sottoscritte le clausole di rispetto della privacy, le segnalazioni degli aderenti verranno inserite all'interno di due check list contenenti i dati dei cosiddetti "cani di sospetta provenienza" e le "dichiarazioni sospette di ritrovamento": «Aderendo al progetto, ogni canile interessato avrà una figura incaricata dell'aggiornamento costante in tempo reale dei cani che poniamo "sotto la lente d'ingrandimento" – chiarisce Majocchi – Siamo inoltre in contatto con le guardie zoofile e proponiamo modulistiche anche per le ATS in caso di ritrovamento, in modo da raccogliere anche i loro dati. Una volta effettuate le richieste di accesso agli atti presso le istituzioni competenti, tutte le associazioni hanno a disposizione il riepilogo dei ritrovamenti e in questo modo possiamo seguire con precisione l'andamento del fenomeno».

La collaborazione per superare il disinteresse sociale

Non è solo la collaborazione tra gli esperti del settore a stare a cuore ai promotori del progetto, i quali intervengono anche attraverso servizi di formazione dedicati ai volontari: «Vogliamo contribuire alla formazione sociale di quella coscienza critica che deve proteggere anche la funzionalità dei canili locali, i quali rischiano il collasso perché anch'essi alle prese con molteplici problematiche dai risvolti drammatici, quali l'accumulo seriale da parte di "pseudo-amanti degli animali". In questo modo vogliamo poter liberare risorse per sostenere le zone d'Italia più in difficoltà. L'intenzione infatti non è quella di difendere ognuno il proprio orticello, ma di stabilire attraverso il dialogo e la condivisione di esperienze protocolli d'intervento mirati utili a tutti».

Secondo Majocchi, a giocare un ruolo importante in questo complesso sistema non sono solo gli errori di chi in buona fede vuole aiutare: « L'origine di questi fenomeni è la grave iniquità sociale. I cani vengono spostati malamente perché molti canili sono rimasti preda di alcune gestioni fallimentari o addirittura mafiose mettendoci di fronte al problema che risulta più evidente: la sofferenza di decine di migliaia di cani dimenticati nei canili. Di conseguenza, l'improvvisazione dello spostamento per simulare i ritrovamenti, per quanto sia un sistema fallace, è una conseguenza del disinteresse sociale generale, non la causa dei mali del mondo. Ecco perché dobbiamo offrire a chi vuole aiutare tutti gli strumenti per destreggiarsi adeguatamente, piuttosto che rinunciare a farci carico delle complicanze. Dobbiamo mettere in piedi progetti che fungano da deterrente per i malintenzionati che da questi spostamenti potrebbero voler trarre guadagno».

Il responsabile del progetto, appunto, sottolinea l'importanza della formazione di chi collabora a diverso titolo nel settore per approfondire la complessità di questo mondo: «Bisogna imparare a conoscere i problemi e i fraintendimenti che gravitano intorno al volontariato in canile. Solo così potremmo comprendere, ad esempio, che i falsi ritrovamenti sono l'ennesimo grido di allarme inascoltato, prodotto da parte di chi vorrebbe aiutare i cani, purtroppo a volte non riuscendoci come in questi casi. Questo conflitto ricorda le posizioni che assumiamo riguardo l'immigrazione: o si demonizzano gli interpreti oppure si approfondiscono le ragioni del fenomeno e si cerca di lavorare sulle soluzioni che tengano conto, prima di tutto, delle vittime. La formazione specifica in questo ambito così, è talmente necessaria che può diventare il supporto per il grande bisogno che tutti abbiamo di cambiamento sociale. Per tutti e tutte coloro che soffrono, per i nostri amati cani e per tutti gli altri animali».

Staffette e falsi ritrovamenti: pezzi del puzzle della sofferenza animale

Senza conoscere i meccanismi che muovono questo universo complesso si rischia quindi, secondo Majocchi, di perdere punti cruciali dei tanti fenomeni legati al mondo dei cani e degli animali in generale in Italia: «Anche per quanto riguarda le staffette si parla di legalità come mezzo di preservazione del benessere animale, dimenticando però che i cani vengono anche legalmente vivisezionati nei laboratori, detenuti nei i canili lager e trasportati proprio dai proprietari delle "grandi imprese del randagismo" che hanno il denaro per disporre dei furgoni omologati, senza contare delle violenze istituzionalizzate riservate a tutte le altre specie animali per divertimento, alimentazione e vestiario ma anche di ditte specializzate che si arricchiscono offrendo servizi a sfruttatori di cani di ogni tipo: cani "da lavoro" dirottati in tutto il mondo per monte, allenamenti, gare, expo e campionati vari di chissà quale abilità».

La riflessione riportata da Davide Majocchi, alla luce di quanto osservato all'interno del complesso mondo della relazione uomo – cane nel nostro Paese è quindi molto più ampia ed evidenzia una carenza che, secondo la sua esperienza è più chiara di altre: «Ciò che manca drammaticamente è un senso di reale vicinanza ai cani: il saperli socialmente oppressi. Perché i cani patiscono essenzialmente per due motivi: sono animali non umani e quindi giudicati inferiori. Inoltre veicolano, loro malgrado, giri di affari enormi».

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