Quando oggi sentiamo espressioni come “lotta al randagismo”, “guerra al randagismo” oppure “debellare la piaga del randagismo” siamo in genere portati ad identificarle con delle battaglie meritorie, portate avanti o da istituzioni attente al tema del benessere animale o anche da associazioni protezionistiche e privati cittadini che, con grande impegno, si prodigano per aiutare animali sfortunati a trovare una nuova famiglia. Insomma si pensa al randagismo come un fenomeno sempre negativo, quasi come una malattia, del quale i cani sono sempre e in ogni caso delle vittime.

Tutti pensano che parole forti come guerra, lotta o debellare siano rivolte al randagismo in sé e non certo ai cani. Questi anzi sarebbero vittime involontarie.

A sostegno di questa tesi, poi, vengono in genere portati quelli che si ritengono essere degli esempi virtuosi di come le battaglie possono essere combattute e vinte. E così sentiamo parlare del “civile” nord Italia, o delle “progredite” nazioni del nord Europa come isole di rispetto per i diritti animali, di amore e di benessere. Luoghi da imitare e da cui prendere esempio.

Ma cosa pensereste se vi dicessi che le cose non stanno proprio così? Cosa pensereste se vi dicessi che la guerra al randagismo nacque e si caratterizzò in origine non come un modo per aiutare degli animali sfortunati, ma come una guerra proprio contro questi animali? Che si può forse arrivare a parlare di una vera e propria persecuzione dei randagi e che essi furono trattati in maniera non poi così diversa da come facciamo oggi coi topi che infestano le nostre città?

Come reagireste se vi dicessi che proprio in quei luoghi che oggi sono considerati i più civili il randagismo non esiste più perché i randagi sono stati per lo più perseguitati e sterminati in maniera sistematica?

Oggi vorremmo parlarvi di una pagina triste della nostra storia. Una pagina per lo più dimenticata e forse mai completamente studiata e compresa. Una pagina in cui la negazione dei diritti fondamentali all’esistenza e alla libertà di una specie non è mai stata presa neanche in considerazione, perché tali diritti non erano di qualche persona o di qualche minoranza di esseri umani, ma di soggetti diversi, i cani, che non hanno voce e che non possono in nessun modo rivendicarli. Prenderemo ad esempio l’Italia, ma il discorso è valido per tutti quei paesi che compongono il cosiddetto “Occidente”.

Il 1954, un anno di svolta

Per comprendere le vere origini della lotta al randagismo dobbiamo ritornare indietro a una settantina di anni fa. Nel 1954 veniva infatti promulgato il DPR n. 320, altresì detto Regolamento di Polizia Veterinaria che, salvo alcune variazioni, è in vigore ancora oggi. Questo decreto, per ciò che riguarda il nostro rapporto con la specie cane, rappresenta un punto di svolta per diverse ragioni. In particolare le questioni più importanti erano: l’identificazione e la registrazione di tutti i cani; la nascita dei canili comunali e della figura dell’accalappiacani; la cattura di tutti i cani vaganti e l’uccisione di quelli sprovvisti di un proprietario.

Possiamo infatti leggere nel DPR 320 che:

  • il sindaco di ogni Comune deve "provvedere alla regolare notifica, da parte dei possessori, di tutti i cani esistenti nel territorio comunale per la registrazione ai fini della vigilanza sanitaria e per l'applicazione della tassa cani"  …
  • "I Comuni devono provvedere al servizio di cattura dei cani e tenere in esercizio un canile per la custodia dei cani catturati e per l'osservazione di quelli sospetti"  …
  • "I cani catturati perché trovati vaganti … devono essere sequestrati nei canili comunali per il periodo di 3 giorni. Trascorsi i 3 giorni senza che i legittimi possessori li abbiano reclamati e ritirati, i cani sequestrati devono essere uccisi con metodi eutanasici ovvero concessi ad istituti scientifici o ceduti a privati che ne facciano richiesta".

Traducendo il freddo linguaggio della legge, ciò che il nostro paese decise di fare fu di catturare e uccidere tutti quei cani che venivano trovati vaganti a meno che, nel breve tempo di 3 giorni, non vi fosse qualcuno che ne reclamasse il possesso o che ne richiedesse l’affidamento. Unica alternativa a questo triste destino quella forse ancora peggiore di cederli a qualche istituto per la sperimentazione animale o per la vivisezione.

Per la cronaca il DPR 320 del 1954 è in vigore ancora oggi. L’unica cosa che è cambiata, a partire dal 1991 con l’introduzione della legge 281, è che i cani non vengono più soppressi o ceduti per la sperimentazione, ma detenuti in canile a meno che qualcuno non ne richieda l’affidamento.

L’eradicazione di una specie dal territorio

Lo studio dell’evoluzione del cane, nonché l’osservazione della sua distribuzione a livello globale ci mostrano oggi un fatto che, in occidente, solo da pochi anni stiamo cominciando a comprendere e considerare, ossia che questa specie non esiste soltanto nello stato prettamente domestico. In tutto il mondo, e così anche in Occidente fino intono agli anni 50, il cane era una delle tante specie che popolavano il territorio vivendo anche allo stato libero.

Semplicemente, a differenza di altri animali, i cani hanno scelto come proprio habitat l’ambiente umano trovando, negli scarti della nostra specie, una importante fonte di nutrimento. Tra i membri di questa specie, poi, alcuni hanno compiuto un ulteriore passo, diventando completamente animali domestici, mentre molti altri hanno continuato a vivere sul territorio in libertà. E tuttavia mai, nella storia dell’umanità, si era pensato di eliminarli completamente. Questo è avvenuto soltanto nei paesi occidentali. Il motivo di tale decisione, almeno in Italia, fu dettato da un problema sanitario e questo problema si chiama rabbia.

In pratica i cani furono individuati come potenziali vettori di questa malattia ed essendo essa incurabile e potenzialmente trasmissibile all’uomo si decise di uccidere tutti quei cani che non avevano un possessore.

Scopo dunque del DPR 320 era quello, per debellare la rabbia, di eradicare completamente dal territorio la specie cane come specie autoctona, risparmiando soltanto quei soggetti rivendicati come proprietà da qualche essere umano.

La necessità di una revisione storica

Questa è la triste origine della lotta al randagismo e questo è il motivo per cui in molti luoghi del nord Italia e del nord Europa non esistono più cani liberi sul territorio. Oggi questa lotta ha assunto connotazioni molto diverse e, come dicevamo in apertura, si connota principalmente come una battaglia per aiutare i cani a trovare una casa e una famiglia che li ami e li protegga. E tuttavia vari sono gli interrogativi che cominciano ad emergere e il dubbio si pone se non sia necessario un processo di revisione storica, per meglio comprendere quanto avvenuto, ma anche per indirizzare le strategie in quei luoghi dove il fenomeno del randagismo è ancora presente.

In particolare le questioni su cui forse dovremmo maggiormente riflettere sono quelle sul diritto di una specie, che per decine di migliaia di anni ha vissuto libera sul territorio di poter continuare a farlo e se non dovremmo essere noi umani, nei nostri processi di urbanizzazione, a porre maggiore attenzione a quelle nostre attività che li minacciano e li mettono in pericolo.

Un’altra riflessione che dovremmo fare è rispetto alla profonda ingiustizia che abbiamo compiuto nel ritenere che, per sconfiggere la rabbia, fosse necessario uccidere indistintamente tutti i cani randagi. Oggi sappiamo che questa patologia è stata sconfitta anche in quelle regioni dove il randagismo non è stato mai completamente eliminato e che dunque la completa eradicazione di una specie dal suo ambiente probabilmente non era necessaria. Resta invece il grande sopruso che abbiamo compiuto nei confronti di chi non ha i mezzi per difendersi dalla nostra prepotenza.

E c'è anche da riflettere su un altro aspetto: ogni specie che vive in un ambiente rappresenta un tassello della sua biodiversità e dunque della sua ricchezza. Non sono dunque più povere quelle regioni che hanno perso tale ricchezza? Non soltanto le tante storie dei cani di quartiere ci mostrano come questi soggetti possono essere una risorsa per la propria comunità e per noi umani, ma la sparizione di una specie può portare anche a degli squilibri nell’ecosistema e così potrebbero aumentare animali per noi più pericolosi, come ad esempio i topi, oppure avvicinarsi altri che prima erano tenuti lontani. Non dobbiamo infatti dimenticare che questo è stato uno dei compiti principali che i cani hanno svolto nel corso della coevoluzione con la nostra specie.