A cura di Laura Arena
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Veterinaria esperta in benessere animale

Il randagismo è un fenomeno ecologico-dinamico caratterizzato dalla presenza di cani vaganti sul territorio. Si definisce “ecologico” perché riguarda l’interazione dei cani con il sistema ambiente che li circonda, sia esso urbano, suburbano o rurale, e con le specie che simultaneamente occupano lo stesso territorio, esseri umani in primis.  È un fenomeno “dinamico” perché è mutevole nel tempo ed è influenzato da diversi fattori come dal numero, l’origine e le caratteristiche degli individui che lo definiscono. Contestualmente è influenzato anche dalla capacità del territorio di ospitarli e dall’atteggiamento delle persone nei loro confronti. Altro fattore fondamentale sono le misure di controllo messe in atto dalle autorità competenti che ne influenzano appunto le caratteristiche e le dinamiche.

Il randagismo è un fenomeno molto complesso e che merita di essere trattato con cura e precisione: altri articoli che pubblicheremo su Kodami ci aiuteranno a comprendere il quadro normativo internazionale e nazionale e le frammentarie leggi regionali italiane per il controllo, la gestione, i rischi legati alla presenza di cani vaganti sul territorio e il destino, soprattutto, di tanti animali.  Spesso, il termine “cane randagio” viene utilizzato in maniera erronea. In questa tipologia si tende a far rientrare ogni genere di cane che si trova nella condizione di vagare fuori dal controllo umano. Analizzare la distinzione tra le diverse tipologie di cani è il primo passo per  comprendere il randagismo, conoscere e valutare quali sono gli interventi per il controllo ed è, soprattutto, la chiave per fare prevenzione.

I cani padronali vaganti

Non è corretto, dunque, etichettare come randagio ogni cane che si incrocia per strada, nella piazza della città o in campagna. Alcuni di questi animali possono essere di proprietà, ma essere lasciati liberi di allontanarsi dalla propria dimora e di girovagare senza alcun controllo. Hanno quindi un luogo a cui fanno ritorno, sia pure una cuccia sgangherata nel retro di una casa. Da un lato questi cani sono liberi di poter esplorare da soli il mondo e poterne vivere le avventure, da un altro lato invece il comportamento umano di lasciare incustoditi i cani può rappresentare un grave problema di salute pubblica e benessere animale.

Molto spesso questi cani, che definiamo come padronali vaganti non sono sterilizzati, il che li rende dei potenziali (e reali) riproduttori. Considerando inoltre che questa “abitudine” di lasciare incustoditi i cani è caratteristica proprio delle zone con presenza di randagismo, come per esempio il Sud Italia, è facile pensare come essi possano avere un ruolo nella proliferazione della popolazione randagia.  Dobbiamo inoltre pensare che questi animali sono esposti ai pericoli della strada, come per esempio il rischio di investimenti, e al rischio di smarrimento che, nel caso di assenza di identificazione che permetterebbe di ricondurli al proprietario, fa sì che essi possano essere target delle misure di controllo, tra cui ad esempio la cattura e il viaggio, a volte di sola andata, verso il canile.

I cani di quartiere

In alcune regioni come, per esempio, la Puglia e la Campania, ma di fatto quasi tutte le regioni del sud Italia, ci possiamo imbattere in tranquilli, e spesso in carne, cagnoni. Non tutti sanno che questi cani sono i così definiti cani di quartiere. Il cane di quartiere è un individuo, certificato come non pericoloso per l’incolumità pubblica, identificato con microchip, sterilizzato e vaccinato, cui viene riconosciuto lo status di cane libero e appartenente alla comunità. Legalmente il suo proprietario è il Primo Cittadino. Molto spesso questi cani sono ben visti e ben voluti, ma possono generare dei conflitti in relazione alle lamentele dei meno amanti degli animali, che li percepiscono come un fastidio. La qualità della loro vita dipende dall’interesse delle amministrazioni e dall’impegno dei cittadini e dei volontari che se ne prendono cura.

Chi sono i “veri” cani randagi

Dopo aver introdotto queste due tipologie di cani vaganti, definiamo come cani randagi propriamente detti quegli individui vaganti che sono fuori dal controllo (di identificazione, sterilizzazione e cure sanitarie) da parte dell’uomo, anche se spesso sono comunque accuditi da fasce di cittadini.  Chiaramente lo status di cane randagio presenta molte differenze con gli altri due tipi di cani e, soprattutto, questi individui sono liberi di riprodursi, generando nuove generazioni di cani, la cui qualità della vita può essere spesso discutibile.

I cani inselvatichiti

In ultima istanza, poco rappresentato, e comunque poco riconosciuto nel nostro Paese, vi è il cane inselvatichito (anche denominato ferale). Esso ha le caratteristiche di un cane che si è allontanato quasi completamente dall’uomo e le cui esigenze di riparo ed alimentazione non dipendono da esso. In ogni modo, il ruolo ecologico di questa tipologia di cane all’interno del fenomeno del randagismo può essere marginale a seconda delle circostanze.  Tutte le tipologie di cani citate possono entrare in contatto tra di loro e spesso gli individui possono passare da uno status ad un altro nell’arco di un periodo di tempo. Esempi possono essere il cane padronale vagante, non identificato e smarrito, che si trasforma in randagio, che a sua volta nel tempo può perdere contatti diretti con le persone ed essere sempre più diffidente e acquisire le caratteristiche del ferale. Oppure un cucciolo, nato da una randagia e un padronale vagante che può essere adottato dalla strada e divenire così un cane di proprietà.

Tali distinzioni e le dinamiche di popolazione sono importanti da definire in quanto la tipologia di animale influenza direttamente le strategie di intervento per la prevenzione e il controllo del fenomeno da un lato, ma anche il comportamento dei cittadini. Affronteremo poi nel dettaglio il comportamento che un cittadino può e deve assumere nei confronti di un individuo vagante o di un gruppo di cani.