Intervista a Francesca Gorzanelli
Fotografa e accompagnatrice nella zona di esclusione di Chernobyl

L'esplosione della centrale nucleare di Chernobyl a Pripyat nel 1986 ha rappresentato un vero e proprio disastro ambientale che ha costretto gli abitanti della città e dei villaggi vicini a evacuare a causa dell'alto livello di radiazioni. Quella che viene definita ad oggi la zona di esclusione, ossia il territorio compreso nel raggio di 30 chilometri dal sito della centrale nucleare, a dispetto di ogni previsione, è diventata un'oasi di animali selvatici che hanno popolato l'area trovando un posto favorevole per la loro sopravvivenza a causa dell'assenza dell'uomo.

Oltre gli animali selvatici è forte la presenza di tantissimi cani che hanno fatto di questo posto il loro territorio dove poter vivere liberi. Durante la frettolosa evacuazione delle città, gli abitanti erano infatti stati costretti a lasciare i propri animali domestici, pensando di poterli poi venire a recuperare qualche giorno dopo. Ma così non è stato e cani e gatti hanno continuato a riprodursi diventando un numero davvero considerevole in uno dei territori probabilmente più inquinati della Terra. A parlarcene è Francesca Gorzanelli, fotografa, che ha fatto numerosi viaggi per documentare e accompagnare le persone nella zona di esclusione.

La zona di esclusione è diventata una vera oasi popolata da animali e piante. Come può essere spiegato questo fenomeno?

Durante i miei viaggi lì ho avuto la fortuna di poter incontrare molti animali selvatici come volpi, lupi e alci. Ma ce ne sono anche tanti altri come l'orso bruno, la lince, i falchi, le lepri e mandrie di mucche inselvatichite. Uno degli animali più interessanti nella zona è il cavallo di Przewalski (Equus przewalskii), un cavallo selvatico e non addomesticabile, che si era quasi estinto a causa dell'uomo per l'utilizzo che se ne faceva nei circhi e per la caccia. Le popolazioni mongole infatti, utilizzavano il suo muco pensando che potesse curare alcune malattie, decimandone così la popolazione. La proliferazione degli animali nella zona di esclusione è dovuta al fatto che è un territorio dove l'uomo non può intervenire molto sull'ambiente perché la caccia è proibita, le auto sono pochissime e quindi vi è un basso rischio di incorrere in incidenti stradali e l'inquinamento tipico delle città non è presente. Gli animali hanno quindi trovato un posto dove rifugiarsi che offre maggiore disponibilità di cibo, la possibilità di pascolare liberamente e un'alta presenza di prede. Gli animali hanno una vita più breve rispetto alla stessa specie che vive altrove perché sviluppano alcune malattie, soprattutto cardiache, ma paradossalmente possono avere una vita più lunga a causa dell'assenza dell'influenza umana.

Chi sono invece i cani di Chernobyl e come vivono?

 ©Francesca Gorzanelli

I cani sono davvero tantissimi e sono tutti eredi dei cani che sono stati abbandonati durante l evacuazione. Molti sono stati abbattuti, altri sono scappati e alcuni si sono accoppiati con i lupi creando degli ibridi che generalmente non hanno vita lunga. I cani rimasti ad oggi vivono liberi e in serenità, hanno sempre avuto da mangiare da chi pattugliava la zona e non sono mai stati scacciati. Di conseguenza si sono stabiliti in tutta l'area ed è possibile incontrarli soprattutto ai check point di accesso della zona di esclusione e a Chernobyl che è attualmente abitata. Fino ad un paio di anni fa nessuno si era occupato della loro sterilizzazione e quindi hanno continuato a riprodursi diventando un numero davvero considerevole. Appena arrivi nella zona di esclusione è davvero difficile non notarli: ti saltano addosso, cercano cibo, vogliono le coccole, sono davvero molto socievoli e docili. Fino al 2018 incontravo frequentemente femmine gravide e anche individui malati di rabbia ma ora le cose sono cambiate da quando è arrivata un'associazione inglese che se ne sta prendendo cura.

In che modo l'associazione si sta occupando dei cani di Chernobyl?

L'associazione chiamata Clean futures fund è arrivata un paio di anni fa circa, intorno al 2018, e si sta occupando della sterilizzazione delle femmine, delle vaccinazioni e delle adozioni dei cuccioli. Sta attuando anche un censimento degli individui, attraverso l'applicazione di una placca all'orecchio con un numero identificativo. Quando c'è una cucciolata i piccoli, dopo il periodo in cui devono stare con la madre, vengono portati in un laboratorio in Bielorussia dove vengono alimentati con cibo e acqua pulita e sottoposti a degli esami medici, tra cui il livello di isotopi radioattivi. Se infatti l'esposizione alle radiazioni avviene per un periodo breve di tempo, gli isotopi vengono lentamente espulsi e il soggetto può tornare ad essere completamente sano. Successivamente si procede all'adozione, seguendo delle regole ben precise, e gli animali vengono affidati soprattutto in America e in Inghilterra. L'associazione si occupa anche di curare i cani feriti che per fortuna ora è davvero difficile incontrare.

E' difficile immaginare una zona ancora radioattiva come un'oasi di animali, è davvero così? 

©Francesca Gorzanelli
in foto: ©Francesca Gorzanelli

Sebbene la storia dei cani è triste perché sono gli eredi degli animali domestici abbandonati durante l'evacuazione, possiamo dire che si arriva a un lieto fine perché questi cani sono animali che vivono sereni e in tranquillità e l' arrivo di quest'associazione ha fatto davvero la differenza. Bisogna considerare che non tutti i cani sono animali "da divano" e possono vivere bene anche diversamente. Ormai sono abituati a essere liberi e si sono anche adattati al clima accoppiandosi tra di loro, infatti presentano tutti un pelo folto. La zona di esclusione di Chernobyl potrebbe essere il posto più inquinato del mondo ed invece, nonostante le ipotesi catastrofiche, le cose sono andate diversamente. La natura si è adattata: le piante si sono riprese gli spazi e ora la parte della zona di esclusione che cade in Bielorussia è una riserva, dove gli scienziati monitorano e studiano le specie presenti. Si è creato un vero e proprio equilibrio con animali che vivono 2-3 anni in meno del normale, ma hanno prede e non hanno cacciatori a minacciarli. La zona di esclusione è infatti un posto che ti fa porre tante domande su quello che stiamo facendo. Ad esempio il fatto che molte specie si siano andate a rifugiare lì ci fa pensare che forse i luoghi felici che abitiamo, che non sono per niente esuli dall'inquinamento, non hanno più la possibilità di accogliere loro e neanche noi.