A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

La legge italiana riconosce il diritto del gatto domestico (di proprietà o meno) di vagare per il suo territorio. La comunità di quartiere e i rapporti di buon vicinato diventano allora gli strumenti più potenti per la tutela dell'incolumità del gatto perché fanno le veci ideali dello sguardo che i proprietari non possono avere quando un micio esce di casa. Per godere di questo vantaggio, tuttavia, è necessario recuperare una dimensione comunitaria e locale.

Un girovago per natura

Il gatto è un animale girovago per natura. La sua non è mera curiosità ma una vera e propria identità di specie: il predatore solitario che è in lui lo porta a rimanere stanziale su un dato territorio (che nei nostri paesi e città corrisponde a poco più di un isolato) ed esplorarlo in lungo e in largo, negoziando spazi e possibilità con altri eventuali gatti. Questo modo di concepire il territorio e, soprattutto, l'attitudine a stabilizzarsi in un'area e farla sua, pur condividendola con altri eventuali gatti, è comune a tutti gli individui, indipendentemente che si parli di gatti di colonia o di proprietà.

Sebbene l'area di riferimento superi solitamente la proprietà della sua casa, può porsi in maniera socievole nei confronti degli estranei al suo nucleo familiare, oppure evitare con decisione qualunque interazione che non si consumi nei confini rigorosi della sua abitazione. Ne consegue, quindi, che se si è interessati ad una forma di tutela efficace per il gatto libero, ovvero per il gatto a cui viene riconosciuto il diritto al territorio e alla perlustrazione libera, – come dalla Legge quadro 281/91 in materia di animali d'affezione e prevenzione del randagismo –, questa tutela non può che venire dalla comunità che umana incontra.

Cos'è la comunità

La comunità o, come si diceva un tempo, “il vicinato” è un'entità che regola i rapporti tra gli individui in maniera profonda e individuale. Un vicinato che è comunità è una rete di relazioni in cui ci si conosce tutti personalmente e tutti sanno a chi appartengono i gatti circolanti. Comunità significa anche supportarsi nell'assenza e, quindi, poter contare sul vicino per badare al micio quando la casa si svuota per un viaggio o una breve vacanza. Comunità significa anche protezione della proprietà privata laddove il vicino può fare da sentinella in caso di intrusioni sospette, dando l'allarme a vantaggio di tutti.

In una comunità sana è possibile contare sulla solidarietà collettiva, sul sostegno emotivo in caso di fragilità familiari ed offre un gancio eccezionale per ottenere ed offrire aiuto, suggerimenti, conforto nelle avversità quotidiane. Certo, la convivenza non è sempre facile ed essere comunità significa anche discutere, avere pareri discordanti, preferenze diverse. Ma il dialogo e la capacità di negoziare dovrebbero essere la bussola con cui mediare nei rapporti, soprattutto se si hanno animali.

Comunità è costruzione

Oggi, purtroppo, costruire comunità di vicinato è diventato molto più difficile rispetto a 30 o 50 anni fa. Eppure è un'abilità che dovremmo cercare di recuperare, non solo perché farebbe bene a noi personalmente e alla nostra percezione dell'ambiente che pure abitiamo ma perché sarebbe un fattore di protezione eccezionale per i gatti del vicinato – e quindi per i nostri -.

Perché le comunità proteggono

Vicini con cui siamo in buona relazione – perché la curiamo e ce ne occupiamo – sono quegli occhi sulle vite dei nostri gatti che noi non possiamo puntare quando si allontanano da casa. Possono fare da sentinelle rispetto agli incontri che hanno e, soprattutto, sono in grado di restituire a tutto il quartiere o all'isolato la testimonianza dell'identità riconoscibile del gatto come animale che è tutelato, protetto, noto, accudito.

Questo potrebbe anche ri-educare le persone a rispettare l'appartenenza dei gatti al territorio che calpestano, animali che girano in libertà perché questo è il loro comportamento di specie, senza che questo significhi che siano stati abbandonati o rifiutati o che si siano smarriti e senza il bisogno, quindi, che qualcuno li prelevi dal quartiere – come purtroppo a volte accade -, sottraendoli alla loro vita e ai loro affetti.

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