A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

Nel nostro Occidente, l'urbanizzazione ha gradualmente eradicato il gatto dalle strade, dalle piazze, dalle corti. Da quei luoghi dove per diecimila anni aveva vissuto fianco a fianco con gli esseri umani, ora sfruttandoli da buon opportunista spazzino, ora limitandosi al suo millenario ruolo di controllore di roditori e piccoli animali.  Poi gli abbiamo aperto le porte delle nostre case, rendendo evanescenti i confini tra la nostra vita e la sua. E lo confermano anche le statistiche: sono quasi sette milioni i gatti presenti nelle nostre case secondo il rapporto Eurispes del 2019 e più del 70% dei proprietari di animali li considera membri effettivi della famiglia.

Ad una valutazione superficiale potrebbe sembrare che il gatto stia recuperando antichi fasti: la condizione di semidio che 3500 anni fa gli era stata accordata attraverso il culto Egizio oggi sembra tornare prepotente. Una posizione sociale promossa dalla religione del consumismo, laddove il mercato per il pet food e gli articoli per animali da compagnia non vede praticamente crisi, nemmeno in tempo di Covid. Anzi, proprio il mercato ci persuade nell'acquistare tutti gli accessori per trasformare le nostre case in piccoli templi di devozione al piccolo felino dove al posto degli altari vengono eretti tiragraffi e passerelle sospese e giochi di gomma e piume colorate prendono il posto della vittima sacrificale.

Perché gli esseri umani moderni si occupano dei gatti

Ma, come diceva Marx, “la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni”. Le ragioni per cui gli esseri umani si occupano di gatti sono molte, cambiano da persona a persona e, spesso, se ne coltiva più d'una. In maniera più o meno consapevole, coerentemente con la capacità di ognuno di elaborare i propri vissuti, siamo tutti portatori di bisogni e nell'accudimento dei gatti la nostra specie riesce a trovare il nutrimento emotivo di cui necessita. Il che non è un male, è semplicemente quello che abbiamo sempre fatto con gli animali, dall'alba della domesticazione e anche prima.

Tuttavia, c'è qualcosa di assolutamente inedito nella storia dell'uomo che caratterizza l'epoca moderna e che influisce enormemente sulla qualità della nostra relazione con i gatti e tutti gli altri animali, complicando le prospettive. Viviamo in un habitat che, in meno di mezzo secolo, da agricolo è diventato industriale e ora iper-tecnologico. Siamo immersi in una bolla gestita da dispositivi elettronici e notifiche su smartphone che in ogni momento scandiscono la nostra vita, ci distraggono, ci isolano, rendendo più difficile il dialogo con noi stessi e con chi ci circonda. E il contatto con la natura e i suoi attori è diventato, quando va bene, una fuga ristoratrice della durata di un fine settimana: uno strumento di svago, una parentesi cui tendere per rompere una quotidianità vissuta altrove.

Desideriamo vivere con un gatto ma non sappiamo chi sia davvero

Il risultato è duplice. Conosciamo poco gli animali che vivono accanto a noi perché sin dall'infanzia siamo poveri di un contesto dove farne esperienza in modo libero, autentico e senza il giogo dei nostri strumenti gestionali (ancora la tecnica che ìmpera). A riprova di ciò trovano un riconoscimento crescente tutte quelle figure da mediatori, consulenti, comportamentalisti, assistenti, educatori, istruttori che si pongono come “traduttori” del comportamento dei pet che, pure, decidiamo di metterci in casa. Li vogliamo con noi, ma non sappiamo chi siano e non viviamo più in una rete di storie, di relazioni e di contesto in grado di raccontarcelo con autenticità. Inoltre, quel poco che ci sembra di intuire, lo irregimentiamo in uno stile di vita sempre più enucleato dal rapporto con la natura e con l'ambiente esterno, cui gli animali sono imprescindibilmente legati.  Come conseguenza, siamo poco predisposti all'ascolto dei loro bisogni i quali, o non vengono riconosciuti o vengono piegati alle nostre sovrastrutture antropogeniche.

La doppia sfida da affrontare se si decide di vivere con un gatto

Se in futuro vorremo tessere delle relazioni sane con i nostri gatti e appaganti per entrambi, dovremo affrontare una doppia sfida: imparare a individuare quali siano i bisogni cui tendiamo nella relazione affettiva con loro, riconoscendo il peso di una condizione esistenziale inedita che ce li rende estranei; riuscire a vedere un individuo nell'altro: a riconoscere le sue istanze, anche e soprattutto quelle che lo allontanano dallo stile di vita che abbiamo ritagliato attorno a noi stessi ma in cui i gatti non trovano sempre corrispondenza.

L'accudimento inteso in forma assistenziale come sollievo, esonero, se non addirittura agio, dalle difficoltà del sopravvivere, non basterà per creare una nuova dimensione sociale in cui esseri umani e gatti trovino spazio e benessere in egual misura. La grande sfida del futuro, che vede gli uomini sempre più tecnicamente dotati ma poveri di sensibilità ecologica ed etologica, è vedere nella dimensione animale non solo una fuga dalla pressione del quotidiano ma una vera e propria occasione per costruire un'alternativa esistenziale.