29 Agosto 2023
9:00

In cosa è diverso un gatto da una pantera?

Gatto e pantera appartengono a specie diverse e non sono così simili come molti credono. Oltre all’aspetto fisico e alle dimensioni, ci sono differenze nelle loro origini, nell'habitat e nel comportamento.

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Il gatto e la pantera sono due specie di felini che appartengono a due generi differenti. Il gatto fa parte del genere Felis, mentre la Pantera del genere Panthera. Le differenze tra questi due animali non terminano qui: le due specie hanno dimensioni differenti, si sono evolute in contesti ambientali molto distanti fra di loro e cacciano prede di dimensioni non equiparabili.

Genericamente in italiano con il termine "pantera" si definiscono esclusivamente i giaguari melanici, mentre in altre lingue con questo termine ci si riferisce ad animali differenti, come il puma e il leopardo. Dal punto di vista scientifico, però, al genere Panthera appartengono anche i leoni e le tigri (rispettivamente Panthera leo e Panthera tigris), dunque bisogna fare particolare attenzione quando si utilizza questo termine in ambito accademico o al di fuori dell'Italia poiché potrebbe portare a creare confusione.

L'origine dell'uso differente del termine pantera deriva dall'uso indiscriminato di questa parola durante le grandi esplorazioni geografiche del Sedicesimo e del Diciassettesimo secolo. Un periodo in cui diversi naturalisti, studiando la fauna dell'Africa e dell'Americhe, attribuirono questo nome a diverse specie di felini, finché Linneo definì il genere che li avrebbe considerati tutti, usando il termine Panthera. 

Inoltre sia i giaguari che i leopardi (e qualche volta persino i puma) sono in grado di dare alla luce degli esemplari che presentano una pelliccia perfettamente nera. Infine, da qualche tempo, anche nel nostro paese è giunta l'abitudine dagli Stati Uniti di definire con questo nome anche i puma di colore nero che è possibile trovare in alcuni stati dell'America Settentrionale. Qui però si deve intendere delle pantere vere e proprie ovvero dei giaguari melanici (Panthera onca), perché in natura sono molto più presenti e numerosi rispetto alle altre specie di felini che possono avere una colorazione nera. La maggioranza dei leopardi melanici presenti nel mondo infatti sono il frutto di allevamento intensivo, voluto dall'uomo.

Origini ed evoluzione

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La storia evolutiva dei felini è molto complessa e prende in considerazione diverse decine di milioni di anni. Il più antico progenitore in comune di gatti e pantere risale tuttavia a circa 11 milioni di anni fa, un periodo in cui il genere Panthera andò a separarsi geneticamente dal resto dei felini, fra cui il genere Felis.

Alcune analisi genetiche pongono la pantera (e corrispettivamente i giaguari non melanici) come specie sorella del leone e in effetti dal punto di vista scheletrico questi animali si somigliano particolarmente. Ciò però che rende straordinaria l'evoluzione di questi animali è un dato riferito alla loro origine geografica. Per quanto le attuali pantere vivono principalmente in Sud America, il loro gruppo in realtà proviene dall'Africa, avendo origine circa 2 milioni di anni fa. In questo lasso di tempo la loro specie si è distribuita e si estinta in gran parte gran parte dei continenti del mondo, riuscendo a stabilirsi definitivamente in America Latina solo recentemente, grazie al ponte di ghiacci dello Stretto di Bering che ha permesso a questi animali di oltrepassare il Pacifico.

Le attuali specie di gatti invece, a differenza delle pantere, si sarebbero evoluti prevalentemente in Eurasia, per poi raggiungere l'Africa e tramite l'uomo divenire una delle specie più diffuse del Pianeta.

I dati genetici che prendono in considerazione l'origine di queste specie sono abbastanza controversi. Le relazioni filogenetiche delle pantere e dei gatti con gli altri felini infatti cambiano se si prendono in considerazioni i geni del DNA nucleare o quelli del DNA mitocondriale che si trasmette solo per via materna. Gli esperti stanno però lavorando a fondo per cercare di comprendere una volta per tutte le parentele delle varie specie di felini.

Storia dell'evoluzione dei gatti domestici

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Gli attuali gatti domestici derivano da una sottospecie peculiare di gatto selvatico, che ha origine africana e che prende il nome scientifico di Felis silvestris lybica.

Questa sottospecie cominciò ad abitare i dintorni delle campagne gestite dalle primissime comunità agricole umane tra i 10.000 e i 7.500 anni fa, attratti dai roditori e dalla grande disponibilità di cibo che questi campi gli offrivano, rispetto ad altri habitat naturali.

I gatti cominciarono dunque a "invadere" pacificamente i primissimi villaggi e gli orti degli esseri umani come animali commensali, ovvero come animali che non erano propriamente in simbiosi con la nostra specie ma la cui presenza migliorava notevolmente lo status di salute dei campi e delle nostre prime civiltà. Questi animali, infatti, limitavano il numero dei potenziali parassiti che potevano colpire la nostra specie come le coltivazioni e ben presto, essendo in grado di sviluppare una maggiore socialità, cominciarono a trasferirsi all'interno delle nostre abitazioni. In parte in maniera spontanea, in parte in quanto obbligati dagli stessi esseri umani che avevano cominciato la domesticazione.

I gatti selvatici africani quindi abbandonarono sempre di più gli habitat naturali tanto da modificare il corpo per assumere le forme e i colori maggiormente apprezzati dalla nostra specie. Tra l'altro le pellicce dei futuri gatti domestici cominciarono ad assumere tonalità sempre più chiare, così da essere più efficienti nella mimetizzazione contro le prede nei campi coltivati degli uomini che contenevano prevalentemente gli steli gialli paglierino del farro e del grano.

Con l'andare del tempo poi i primissimi gatti domestici andarono incontro a un severo processo di selezione che li rese molto più docili, mansueti e resistenti dei loro progenitori, divenendo al contempo tra gli animali domestici più importanti e anche in diverse culture un simbolo religioso.

L'evoluzione stessa dei gatti selvatici – da cui derivano le varie razze domestiche – e di tutti gli altri felini ha avuto tuttavia una storia molto travagliata ed in parte misteriosa.

I più antichi animali che possono essere ricondotti ai felini risalgono a circa 50 milioni di anni e all'epoca lontana dell'Eocene. In quel periodo abitava sulla Terra infatti uno strano animale, a cui gli scienziati hanno dato il nome di Miacis. Questi era un piccolo predatore quadrupede, dalle zampe corte e dal corpo allungato, che secondo gli attuali paleontologi è il più recente antenato comune di tutti i mammiferi carnivori terrestri: è antenato del gatto, del leone e anche degli orsi e dei cani. Morfologicamente, doveva essere difatti simile ad una strana fusione tra un cane e un leone.

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Il Miacis come compariva durante l’Eocene

Con il passare del tempo, i discendenti di Miacis cominciarono però a differenziarsi fra di loro e a costituire gli attuali gruppi di predatori, che conosciamo tutti: felidi, canidi e gli ursidi.

Da una ramificazione di questo grande gruppo, nacque la famiglia dei felini e circa 25 milioni di anni fa comparvero le prime forme di gatti e di tigri con i denti a sciabola.

Successivamente, da questo gruppo, come detto circa 11 milioni di anni fa nacquero i generi Felis e Panthera, tra cui i primi gatti moderni propriamente detti, come il gatto di Martelli e il gatto di Pallas. Mentre però il genere Panthera nacque fra le praterie e le savane nord africane e asiatiche, il genere Felis nacque nelle foreste europee e russe.

Dopodiché, tra i 900 mila ed i 600 mila anni fa, nelle foreste europee nacque il gatto selvatico moderno (Felis silvestris), da cui derivano tutte le sottospecie oggi presenti e gli stessi gatti domestici, che hanno poi cominciato ad espandersi in tutto il mondo grazie all'intervento dell'uomo.

L'evoluzione delle pantere

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Il genere Panthera, dopo la loro separazione filogenetica con i gatti e le tigri dai denti a sciabola, continuò ad abitare l'Asia e l'Africa settentrionale per molto tempo, a partire da 11 milioni di anni. Fino infatti alla comparsa delle specie più moderne, come i leoni e le stesse pantere (che ricordiamo essere solo delle varietà melaniche della specie Panthera onca, ovvero del Giaguaro), si spinsero solamente verso sud, conquistando l'attuale zona centrale e meridionale del continente africano.

Quando le tigri dai denti a sciabola cominciarono ad estinguersi per via del cambiamento climatico che precedette l'inizio delle ere glaciali, circa 2 milioni di anni fa comparvero gli ultimi veri antenati di P. onca, che a partire dall'Africa si spinsero verso oriente, abbandonando i territori che sarebbero poi stati occupati dai leoni in Africa e in India.

La specie attuale potrebbe tra l'altro discendere da Panthera gombaszoegensis, una specie che si pensa abbia raggiunto il continente americano attraverso la Beringia, il ponte di terra che all'epoca immediatamente precedente all'ere glaciali collegava le due sponde dello stretto di Bering.

A confermare questa ipotesi, in America settentrionale sono stati rinvenuti diversi fossili di giaguaro, risalenti poco più a 850.000 anni fa. Da allora, i giaguari e le pantere moderne scesero verso sud, in direzione del Messico e delle Ande, raggiungendo gli attuali territori 510.000 e 280000 anni fa.

Poco meno di 100.000 anni fa, questi animali cercarono di ricolonizzare l'America centrale e settentrionale, dopo che la specie era scomparsa per via dell'avanzata dei ghiacciai, permettendo così l'evoluzione di due sottospecie, conosciute come P. o. augusta, nordamericana, e P. o. mesembrina, situata in Sud America.

Delle due specie, solo la seconda sopravvisse, poiché a seguito della competizione con altri predatori (fra tutti i puma e gli orsi), del successivo cambiamento climatico e all'arrivo della nostra specie, gli habitat abitati da P. o. augusta cambiarono troppo in fretta, per permettere alle pantere di adeguarsi alle nuove condizioni di vita.

Le pantere sud americane però prosperarono in America fin quasi all'arrivo dei nostri giorni, finché gli eserciti colonizzatori di Cortes non sbarcarono in Messico, pronti a fare la guerra agli indigeni locali… e alla natura.

Nel 2005 venivano comunque ancora considerati validi nove sottospecie di Panthera onca, di cui solo una definita da Linneo nel 1758.

Caratteristiche fisiche

Le caratteristiche fisiche dei gatti e delle pantere differiscono molto, anche perché le loro specie sono molto lontane filogeneticamente. Ovviamente presentano delle caratteristiche in comune, visto che appartengono entrambi alla famiglia dei felini, ma per comprendere quanto queste due specie sono distanti dobbiamo fare molta attenzione.

Una delle differenze che è possibile notare fra le due specie è la forma dell'iride. Quella dei gatti appare ellittica, simile ad un taglio, ed è molto più efficiente per la vista notturna, mentre le pantere hanno un'iride rotonda, sferica, simile a quella degli altri felini.

Dimensioni e peso

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Le pantere sono molto più grandi e massicce rispetto ai gatti e questo lo si può osservare abbastanza facilmente. Le pantere sono i più grandi felini del continente americano e possono raggiungere i 185 cm i lunghezza per 160 kg di peso. Sono inoltre anche la terza specie di felini più grandi del mondo, dopo le tigri e i leoni, e i quinti predatori terrestri di maggiori dimensioni, considerando anche gli orsi.

I gatti domestici standard invece in media sono lunghi meno di 50 cm e pesano fino a 5 kg. Il gatto più grande in assoluto appartiene alla razza Maine Coon, è lungo poco più di 100 cm e pesa fino a 15-16 kg.

Le differenze sono quindi notevoli e qualora un gatto dovesse attaccare una pantera frontalmente, non avrebbe scampo: con una zampata, la pantera riuscirebbe infatti ad abbattere anche il gatto più forte e iracondo del mondo.

Colorazione e pelliccia

gatto

Le attuale tonalità e colorazioni delle pellicce dei gatti – come la loro assenza – derivano principalmente dalla selezione artificiale umana. In generale possiamo però dire che in media la pelliccia dei gatti può essere molto più lunga e folta, rispetto la pelliccia delle pantere.

Nella pantera inoltre il melanismo è dovuto a delezioni (perdite di alcuni segmenti del DNA ) nel gene del recettore della melanocortina 1, responsabile nella produzione della colorazione scura nel pelo. Una mutazione che viene ereditato attraverso un allele dominante. Questo comporta che tutti i giaguari melanici daranno alla luce delle pantere nere, al di là del sesso e della colorazione dell'altro genitore. Le pantere possono inoltre presentare un manto nero uniforme o con delle macchie più scure ,che ricordano il disegno degli esemplari non melanici della loro specie.

Per questa ragione in natura sono molto più presenti giaguari melanici rispetto ad altre specie con questo colore ed è giusto considerare "vere pantere" solo gli animali che presentano questa mutazione.

I leopardi melanici che presentano una pelliccia scura, per esempio, dal punto di vista genetico non possono considerarsi "vere pantere" non solo perché non appartengono alla specie P. onca, ma anche perché presentano un'altra mutazione che rende la loro colorazione anomala. Tale mutazione inoltre è situata all'interno di un gene recessivo e quindi si perde molto più velocemente, nel corso delle generazioni.

La colorazione delle pellicce dei gatti infine è il prodotto di una complessa interazione di geni, che permettono ai peli di assumere diverse tonalità.

Struttura muscolare e capacità fisiche

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La struttura muscolare di tutti i felini è in realtà molto simile e a differenziarsi sono solo le dimensioni delle fasce muscolari, alcuni legamenti che connettono i muscoli alle ossa dello scheletro e alcune piccole differenze, legate per esempio agli stili di vita. Essendo tuttavia gatti e pantere entrambe delle specie capaci di arrampicarsi sugli alberi e di cacciare per agguato, le loro strutture muscolari sono quasi identiche, per quanto le loro capacità fisiche siano logicamente molto diverse per colpa delle differenti dimensioni.

Se mettiamo infatti a paragone i muscoli di una pantera con quella di un gatto e corrispettivamente i muscoli di queste due specie a confronto con l'apparato muscolare delle tigri, dei ghepardi e dei leoni, troveremmo maggiori somiglianze fra questi ultimi che fra le altre specie. Come è possibile, visto che le pantere dal punto di vista genetico sono più affini ai leoni e alle tigri, rispetto agli altri felini?

Le ragioni sono semplici. Le pantere essendo animali da agguato sono molto meno pesanti rispetto ai leoni e alle tigri e rispetto ad essi non sono dei buoni corridori. Possono infatti mantenere grandi velocità (fino a 80 km orari) solo per pochi secondi, mentre i leoni e le tigri possono correre per più di qualche minuto. Le loro zampe, inoltre, sono molto più muscolose e più corte di quelle delle altre specie del genere Panthera di dimensioni corporee simili. Questo li rende morfologicamente più simili ai gatti, seppur essi siano molto più distanti geneticamente da loro.

Il muso più schiacciato e il torace molto muscoloso inoltre rendono le pantere ancora più simile ad alcuni gatti che agli altri felini. Il muso della tigre e del leone infatti sono molto più lunghi e profondi e hanno un petto molto più magro, dovendo controllare delle leve (le zampe anteriori) molto più lunghe e sottili. A tradire quindi la parentela delle pantere con i leoni sono le dimensioni e la forma della volta del cranio, che i gatti non possono riprodurre.

Le pantere possiedono anche delle mascelle molto potenti che sono in grado di produrre il terzo morso più forte tra i felini dopo la tigre e il leone, esercitando una forza di 887 newton.

I gatti invece riescono a correre fino a 50 km orari per diversi minuti ed esercitano una forza di 400 newton nel morso, sufficiente tutt'al più ad uccidere qualche piccola preda.

Entrambe le specie infine sono abbastanza brave nel saltare e di atterrare incolumi da elevate altezze, visto che hanno l'abitudine di arrampicarsi sugli alberi e si sorprendere i loro obiettivi, attaccandoli dall'alto.

Comportamento e abitudini

gatti liberi

Le pantere sono note per essere degli animali solitari, una condizione che li accumuna molto di più al gatto selvatico originale rispetto agli attuali gatti domestici e ai suoi parenti diretti, come i leoni.

Questi animali infatti prediligono vivere lontano dai propri simili sino alla stagione degli amori, quando i maschi vanno alla ricerca di una compagna, per mettere al mondo dei figli.

I gatti domestici invece sono divenuti di seguito alla domesticazione molto più socievoli rispetto alla loro specie progenitrice, che di per sé comunque tal volta forma delle piccole colonie, sempre durante la stagione degli amori. Mentre però i gatti possono formare delle colonie riproduttive e condividere il possesso delle femmine con altri maschi, di seguito a dei combattimenti preliminari, le pantere non formano mai società più grandi di due esemplari e i maschi difendono con le unghia e con i denti il diritto del possesso delle femmine.

Le femmine dal canto loro giudicano i loro potenziali partner dagli esiti di questi combattimenti ed entrano in escandescenze solo quando altri esemplari minacciano la loro prole o quando altre femmine più giovani cercano di rubargli la scena, proponendosi ai maschi.

Le pantere sono anche dei predatori apicali, ovvero sono solitamente i più grandi carnivori del loro territorio e non rischiano di finire nel menù di altri animali, al di là degli esemplari adulti della loro stessa specie. I gatti invece – quando vivevano prevalentemente nelle foreste e nelle praterie naturali – erano dei piccoli predatori e rischiando di finire vittima degli assalti delle altre specie erano molto più cauti e prudenti, rispetto alle pantere.

Per comunicare con gli altri esemplari, le pantere nella breve distanza ruggiscono o grugniscono, mentre i gatti tutt'al più possono miagolare. Questa differenza è dovuta alla conformazione diversa della laringe e nella maggiore potenza che possono raggiungere i versi delle pantere, per via delle maggiori dimensioni dei loro polmoni. Per la lunga distanza, invece, entrambe le specie usano dei segnali chimici dispersi nelle loro urine o dei segnali fisici, realizzati tramite gli artigli.

A differenza dei gatti domestici, i gatti selvatici sono prevalentemente notturni, una condizione che li accomuna alle pantere e a gran parte dei felini che abitano le foreste e le giungle equatoriali del mondo. Per quanto rari, le pantere possono però anche cadere vittima di alcuni casi di cannibalismo, un fenomeno quasi assente invece all'interno del genere Felis.

Habitat

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I gatti domestici si sono diffusi in tutto il mondo grazie all'aiuto dell'uomo, ma in origine abitavano solo le foreste centro europee ed asiatiche, oltre alle praterie coltivate dall'uomo. Le pantere invece abitano diverse tipologie di foresta presenti nelle Americhe, fra cui la foresta centro-equatoriale, la foresta pluviale e la foresta tropicale dell'Amazzonia. Essi inoltre si spingono anche in alcune praterie del Centro e del Sud America e abitano anche diverse zone umide, fra cui il Pantanal, la più grande pianura alluvionale del mondo.

La sua specie è stata segnalata fino a 3800 m di quota, presso le Ande, ma evita le foreste montane, poiché predilige i territori caldi e rigogliosi.

Attualmente il suo areale comprende il Belize, il Guatemala, l'Honduras, il Nicaragua, la Costa Rica, Panama, la Colombia, il Venezuela, la Guyana, il Suriname, l'Ecuador, il Perù, la Bolivia e i tre grandi paesi del sud America, ovvero Brasile, Paraguay e Argentina. È considerato invece localmente estinto in Messico, Stati Uniti, presso El Salvador e in Uruguay, dove le sue pellicce venivano molto apprezzate dai conquistadores.

Dieta e alimentazione

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Mentre i gatti selvatici e i gatti domestici condividono una dieta che prevede la cattura di piccoli animali, in particolare piccoli mammiferi, alcune lucertole, uccelli e rane, le pantere, essendo fra i più grandi predatori del pianeta, cacciano delle prede molto più grandi.

Le prede preferite di questo grosso felino sono il capibara, una forma di roditore amazzonico il cui nome scientifico è Hydrochoerus hydrochaeris, il formichiere gigante (Myrmecophaga tridactyla), il cervo delle paludi (Blastocerus dichotomus), il tamandua meridionale (Tamandua tetradactyla), il pecari dal collare (Dicotyles tajacu) e l'aguti nero (Dasyprocta fuliginosa).

Talvolta è possibile per questi animali anche catturare all'interno delle pianure alluvionali alcune specie di tartarughe e i caimani, mentre alcuni esemplari appartenenti a una remota popolazione del Pantanal si nutrono quasi esclusivamente di rettili acquatici e pesci. È stato inoltre stimato che un esemplare adulto in cattività del peso di 34 kg necessità di mangiare circa 1,4 kg di carne al giorno per sopravvivere. Per questa ragione questi animali non disdegnano neanche le carcasse degli animali deceduti o i bovini degli allevamenti umani.

Sono molto rari i casi di attacco all'uomo, visto che la nostra specie in genere si sposta all'interno del suo territorio in piccoli gruppi armati, che le pantere hanno imparato a riconoscere e a non attaccare.

Ruolo nell'ecosistema

Gatti e pantere hanno corrispettivamente dei importanti ruoli, all'interno dei loro ecosistemi. I gatti per esempio, ove presenti naturalmente, tengono a bada un gran numero di piccoli rettili e di roditori, consentendo così alle foreste di non essere invase da queste piccole specie.

Sfortunatamente però, con la liberazione di diversi gatti domestici in diverse isole, i gatti sono divenuti anche una delle specie più invasive e dannose del mondo, poiché stanno contribuendo a sterminare un grande numero di specie, fra cui moltissimi uccelli.

Le pantere invece, come tutti i grandi felini all'interno del loro habitat, essendo un animale che si presenta all'apice della piramide alimentare, secondo gli scienziati è una specie chiave, poiché mantiene sotto controllo il numero degli erbivori e granivori, che possono intaccare l'integrità strutturale dei sistemi forestali. Senza il loro lavoro, gli erbivori infatti comincerebbero a rovinare la qualità delle foreste equatoriali e tropicali sud americane, amplificando il processo di perdita di alberi, in cui partecipa anche l'attiva estrattiva e di disboscamento dell'uomo.

Sono laureato in Scienze Naturali e in Biologia e Biodiversità Ambientale, con due tesi su argomenti ornitologici. Sono un grande appassionato di escursionismo e di scienze e per questo ho deciso di frequentare un master in comunicazione scientifica. La scrittura è la mia più grande passione.
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