Filippo era un gigantesco cane da pastore, uno di quei cani di taglia davvero abbondante. Alcune persone sono convinte che un cane di quella stazza abbia bisogno di vivere in un posto enorme e con tanto verde a disposizione per fare una vita dignitosa. Poi, la maggior parte delle persone che chiede in adozione un cane non solo si fa spaventare dalla taglia grande ma ha quell’idea tutta umana che un cane piccolo sia più integrabile e di più facile gestione.

Filippo doveva essere stato un cucciolo meraviglioso, di quelli molto pelosi come un peluche, con gli occhi grandi, che suscitano tenerezza al primo sguardo. Era ancora un cane bellissimo, anche adesso che era adulto e gigantesco e i suoi occhi erano rimasti proprio quelli di un tempo: grandi e amorevoli. La sua famiglia, una coppia di persone olandesi, viveva da tempo nelle campagne della nostra zona e lo aveva adottato da una cucciolata casalinga di qualche casa più avanti. Questo tipo di provenienza, in media, può essere considerato molto sano: i cuccioli che nascono in una casa, in un bel posto, risultano ben socializzati alla presenza delle persone e di altri cani. In realtà però una domanda da farsi in più c’è sempre: “Siamo certi che quando una madre fa una cucciolata numerosa come una squadra di calcio, noi umani possiamo poi garantire a ognuno di quei cuccioli un’adozione consapevole fino la fine della sua vita?”. Per Filippo, purtroppo, la risposta non fu a suo favore. Adottato da cucciolo in una bella famiglia e con una casa nel verde. Le cose andarono bene, fintanto che la vita ti mette di fronte delle scelte e tutte quelle che erano delle sicurezze crollano velocemente. Filippo era cresciuto come i suoi fratelli e le sue sorelle e così, in un batter d’occhio e dopo pochi mesi in famiglia, non era più il cucciolo tenero di un tempo. Era diventato un bel cagnone da pastore, come la sua mamma e il suo babbo: iniziava e farsi dei lunghi giri nei dintorni di casa, esplorava il mondo e a si faceva vedere in zona. Si spingeva oltre quelle aree che noi esseri umani consideriamo consentite ad un cane e per di più di quella taglia. E non importa quanto socievole possa essere un individuo con gli altri cani e le persone: prima o poi qualcuno ne avrà paura e darà fastidio.

L’arrivo di Filippo in canile

Le scorribande del giovane Filippo non erano più tollerate. Più di una volta era stato segnalato, accalappiato e riconsegnato alla sua famiglia. Troppe volte si era sparsa la voce in paese di “non passare da quella strada nei campi coi cani” perché c’è un cane gigante e chissà cosa può accadere. Di lì a poco Filippo sarebbe finito in prigione, attaccato a pochi metri di corda per conservare il decoro collettivo. Privato della libertà di esplorare e pattugliare il suo territorio perché reo di pesare troppi chili. La sua vita, i mesi della giovinezza, quelli in cui un cane esplora il mondo e si mette alla prova andando a fare esperienze (da solo se nessuno ce lo porta, chiaramente!), si erano ridotte a qualche metro su un fazzoletto di verde.

A nessuno poteva interessare se Filippo era un adolescente e incontrare i cani di passaggio era un modo per trovare il suo posto nel mondo. Non era certo importante se in quegli incontri non ci fosse nessun pericolo reale: era un cane che comunicava in modo eccezionale, non cercava lo scontro e non avrebbe mai aperto un conflitto con cani e persone. A nessuno interessava che Filippo fosse un cane con una docilità tale da andare incontro alle persone scodinzolando col suo sedere gigante ancora come un cucciolo di pochi mesi.

Viviamo in una società che non è disposta ad affrontare i problemi quando se li trova davanti ma che è ormai abituata a un meccanismo di scarsa assunzione delle proprie responsabilità, allo “scarica barile”: se ho un problema, qualcuno me lo risolverà. E fu proprio così: vennero in canile da noi a chiederci “aiuto” ed in quella richiesta c’era tutta l’incapacità di volersi far aiutare davvero. Mi ero resa disponibile a dar loro una mano per segnare dei confini con Filippo nonostante l’assenza di recinzioni intorno casa. Avevo mostrato loro come fosse socievole con gli estranei nonostante la sua mole e di che grande talento avesse coi cani. Filippo non avrebbe mai creato problemi ma quando qualcuno non vuole cambiare punto di vista, anche il tuo, rimane inascoltato e si perde nelle parole dette e non comprese lì dove non contano nemmeno i fatti. In quella che diventa una crisi generale dettata da frustrazione mista a rabbia, a volte si prendono decisioni inesorabili: meglio il canile che due metri di corda? Non c’era altro margine di comprensione con queste persone e l’ambiente di vita di Filippo era quello. Accettammo con gran dolore, così, di ospitarlo noi al rifugio.

Non vennero loro a portarlo in canile: andai io. Tagliai la spessa corda che lo teneva incollato a quel pratino verde davanti casa e lo caricai in auto. Mentre ripartivamo lo vidi dallo specchietto dare uno sguardo indietro: non credo che sia possibile spiegare a parole come ci si sente in questi momenti e quanta rabbia, frustrazione e dolore si prova nei confronti dell’ignoranza. Perché è questa la più grande battaglia che dobbiamo portare avanti: far comprendere che esistono bisogni imprescindibili dei cani che vanno al di là della salute fisica e della grandezza di una casa e del suo giardino: il benessere psichico e l’educazione.

Di cosa ha bisogno un cane? Non certo dello spazio ma della relazione 

Educare significa dar modo di pensare ad un cane e non indirizzarlo verso pensieri già pensati”: mai frase fu più vera di questa. Le persone con i cani spesso vivono nell’idea preconfezionata che per educare un cane a fare o non fare determinate cose sia sufficiente mostrargli “come”. Niente di più inutile. Un cane va indirizzato, guidato e modulato a farsi un pensiero proprio sulla base anche delle sue necessità e dei suoi talenti: educare un cane è un atto profondo di supporto da parte nostra che si sperimenta nella vita di tutti i giorni, nella stessa quotidianità che condividiamo con loro ed è fatto di dialoghi autentici coi cani anche e soprattutto quando incontriamo delle criticità.

"Non devi fare questo perché io lo voglio o perché è così”: chiedete ad un cane di riflettere, affrontare dei banchi di prova, sbagliare anche se necessario e costruirsi la sua identità su queste esperienze. Noi siamo là per accompagnarlo in questo processo di crescita verso quello che sarà in futuro, dandogli gli strumenti per venire su nel modo più coerente e integro possibile con se stesso e nell’accettazione di tutte quelle sfumature, che spesso possono essere un problema, e scendendo anche a dei compromessi con questa società a volte. Anche se questo significa dover imparare a gestire delle frustrazioni per esempio.

Filippo era un cane eccezionale e mi ribolliva il sangue che nessuno avesse visto il suo talento e anzi che la sua vita fosse stata trasformata in una somma di problemi. Ci volle più di un anno prima che Filippo fosse adottato e che saltasse fuori per lui la famiglia giusta. In quel periodo ho avuto la fortuna di condividere con lui in canile tante esperienze: era così comunicativo che mi ha supportato tantissimo e con molti cani. Ne ha aiutati davvero parecchi perché era solito rimanere un individuo “preso bene dalla vita” come mi piace dire spesso, nonostante il canile avesse tirato fuori anche delle difficoltà. Insomma parliamoci chiaro: passare dalla libertà al box richiede un adattamento che difficilmente si può pretendere da un cane, nonostante i talenti che possiede. La cosa davvero più interessante della storia di Filippo è la sua adozione che io ho vissuto in qualche modo, come una sorta di schiaffo morale verso le idee pregiudizievoli che si hanno sui cani grandi. Filippo è stato adottato in un appartamento di paese da Michela che ha altri 3 cani. L’unico spazio di cui necessita il nostro compagno di vita è infatti quello dentro cui può stabilire una relazione sana col suo gruppo sociale e vivere una vita “a misura” di quello che è e condivide con gli altri, nel pieno delle sue vocazioni. Filippo è ancora abituato a girare per i campi della zona con gli altri cani, solo che adesso lo conoscono tutti: è il “cane grande di Michela” e seppur qualcuno chiacchiera ancora, la competenza di questo gigante buono ormai è sotto gli occhi di tutti. Grazie Filippo: che questa lezione di buon senso e civiltà di Michela e della tua famiglia sia di buon auspicio ad aiutarci a cambiare il modo di vedere e intendere i cani.

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