Ogni volta che scorgevo il nome di Gabriella fra le chiamate sul telefono, sapevo già che mi stavo per ritrovare di fronte alla possibilità di dover provare ad aiutare un cane. Ma sapevo anche che ancora una volta si sarebbe potuto trattare di un caso difficile. Gabriella era una ragazza molisana che avevo avuto il piacere di conoscere anni addietro, una di quelle volontarie di canile che cerca, con grande tenacia, di dare possibilità di adozione a ogni cane che incrocia la sua strada e finisce in canile. Viveva in un piccolo paese a pochi chilometri dal canile comprensoriale: uno di quei rifugi di cui la metà dei paesani ignora l’esistenza, completamente arroccato in cima ad un cucuzzolo e sperso fra i dirupi.

Mi chiedevo sempre: ma pur sapendo dove fosse, chi mai salirebbe lassù per adottare un cane rischiando di finire con l’auto nelle innumerevoli buche e tra i dossi? Già solo per questo ero sempre propensa a dare una mano a Gabriella che era davvero sola e quei paesaggi sperduti rendevano titanica l’impresa di far adottare gli ospiti del rifugio. Anche se mi ero trasferita in Toscana da un decennio, mi legava a lei lo spirito di sorellanza tipico di quelle regioni vicine come il mio Abruzzo il suo Molise. Condividevamo terre di nascita con tante similitudini: una bellezza mozzafiato che nascondeva piccole e grandi storie di umanità. Lei era una di quelle persone che il solo parlarci al telefono me la rendeva vicina come una sorella, appunto. Una ragazza caparbia e sensibilissima, che non avrebbe mai chiamato più d'una volta, sempre pronta ad anticipare la conversazione con un “non voglio disturbarti” ma dalla cui voce, trapelava sempre un indiscusso “anche solo parlarne, mi aiuterà a trovare una soluzione”. Era un carico importante quello che si portava sulle spalle ed era doveroso per me, ogni volta, fare un tentativo di spartire quantomeno il peso di certe faccende a metà con lei.

Un cane di quartiere relegato in un canile e l'impossibilità di riportarlo alla sua vita

Quella volta Gabriella mi raccontò uno degli episodi più tristi che potessi immaginare. Nerone era un cane di quartiere, frutto sicuramente di qualche abbandono pregresso perché era saltato fuori da un giorno all’altro ma si era adattato alla vita in paese senza grossi problemi e in breve tempo. Un cagnone con grandi occhi color ambra che passava le sue giornate in centro a sonnecchiare vicino le panchine popolate dagli anziani al mattino e la pizzeria a sera tarda. A fine giornata rimediava sempre la sua dose di avanzi e nonostante non fosse di sicuro la dieta più adatta per un cane, Nerone godeva di ottima salute e non dava mai fastidio. Il pelo nero e lucido era la prova che riposare in paese, farsi fare qualche coccola dai ragazzini della scuola e mangiare pizza era tutto ciò di cui avesse bisogno nonostante chi lo aveva abbandonato probabilmente lo credesse già morto.

Quando il colore fa la differenza: il "terrore" dei cani neri

Nerone non incarnava il tipico cane totalmente adattato alla vita paesana e di quartiere: era molto affabile con anziani e bambini ma si rivelava altrettanto schivo con persone di età diverse. Forse proprio questa sua caratteristica di diffidenza gli aveva permesso di entrare a far parte della vita di paese a piccoli passi e con cautela e lo aveva in qualche modo reso più accettabile rispetto la sua taglia e il suo colore. Ebbene sì: essere nero anche per un cane ha i suoi svantaggi purtroppo e fu proprio questo che segnò il suo destino soprattutto per la sua affabilità con i piccoli del paese. Qualcuno infatti iniziava a lamentarsi della sua presenza, nonostante i genitori stessi negassero con forza che fosse potenzialmente pericoloso o irritabile. Era sotto gli occhi di tutti, del resto, che era un cane eccezionale coi bambini della scuola. Persino il titolare della pizzeria stentava a credere che qualcuno potesse lamentarsi: Nerone aspettava la chiusura della sua attività con educazione e non si sarebbe mai sognato neanche di avvicinarsi ai clienti per elemosinare un pezzo di pizza.

Gabriella era sconvolta: arrivando in canile quella mattina, Nerone era stato preso e portato al rifugio e il veterinario di turno le aveva raccontato che era stato accalappiato dopo una segnalazione di diversi residenti perché si era avventato su un ragazzo mordendolo. Sembrava impossibile. Cosa era accaduto per farlo arrivare a mordere? O forse, come cercammo di sostenere entrambe, Nerone non era mai arrivato a questo ma probabilmente, quel grosso cane nero non era più ben visto in paese.

I mesi passavano senza una soluzione per Nerone

Dal giorno della cattura Gabriella non ebbe più pace: privare un cane affabile come Nerone della libertà e della sua vita in paese era quanto di più terribile si potesse immaginare. Per ogni cane finire in una gabbia è qualcosa di devastante ma arrivarci in queste circostanze era un dolore enorme. A nulla valsero i tentativi di mediazione fatti, gli incontri col sindaco, la prova di quanti cittadini fossero affezionati a quel cane e potessero riportare le esperienze positive della sua integrazione nella vita del paese. Le settimane passavano e Nerone, incapace di rassegnarsi, in box ormai scaricava tutto il suo disagio. Abbaiava, era teso nei confronti delle persone, se la prendeva con ogni cane di passaggio e la situazione giocava solo a favore di coloro che avrebbero voluto il verdetto finale nel non farlo tornare libero. Il veterinario della struttura, di fronte a quei comportamenti, non tentennò un istante: Nerone non poteva tornare in paese e, probabilmente, non sarebbe neanche stato adottato. Quella sequenza di comportamenti era, a suo avviso, solo l’escalation di quel fattaccio avvenuto ai danni del ragazzo: non vi era dubbio. Campeggiava un cartello sul box per gli operatori comunali come un monito terribile: “Attenzione! Cane morsicatore”. Se Gabriella era ormai affranta e incapace di accettare questa condanna senza appello, io mi sentivo egualmente inadeguata a dividere con lei il peso della vicenda. Ero lontana, guardavo le foto e i video di questo cane a passeggio con lei sereno e docile come sempre era stato e non mi davo pace. Era una commedia tragica con un epilogo inaccettabile. Per Nerone prima di tutti.

La testardaggine di un gruppo di donne stava per ribaltare la situazione

Chi avrebbe mai adottato un cane nero, taglia grande e di cinque anni? Nessuno. Ci rimbombava nella testa costantemente questo pensiero. Nel frattempo un tentativo per ricollocarlo si doveva pur fare e così, mentre Nerone si rassegnava alla vita in gabbia e alla passeggiata settimanale per un po’ di libertà con Gabriella, avevamo scritto per lui un appello di adozione. Ci rendemmo ben presto conto che la sua storia per quanto terribile, stesse a cuore a più persone. Gabriella aveva letteralmente dato vita a una serie di contatti lungo lo Stivale che, imperterriti, continuavano a condividere il suo appello in attesa di una richiesta di adozione. Molise, Abruzzo, Toscana, Lazio, Umbria, Liguria, Piemonte e Lombardia ospitavano ciascuna una madrina che aveva preso a cuore la notizia della storia di Nerone e il tam-tam del suo appello girava continuamente senza sosta. Un giorno Gabriella mi inviò un messaggio che mi lasciò letteralmente senza fiato: era arrivata una richiesta di adozione per Nerone ma lei era piena di dubbi. Io ero felice e invece piena di speranza ma il mio entusiasmo fu subito smorzato. Una tale Marcelle aveva visto il suo appello di adozione e avrebbe voluto prendere con sé Nerone. Ma, come mi raccontava Gabriella, al telefono con la voce rotta, aveva già altri cani, 3 gatti e soprattutto viveva in Francia.

Italia-Francia solo andata: la gara di solidarietà per Nerone

Eravamo tutte frastornate e i pareri su quella adozione erano discordanti. “Bisogna tentare!”. “No, è troppo rischioso!”. Chi avrebbe valutato quella famiglia come idonea o meno? E come avremmo fatto per portarlo fin lì? E, nella peggiore delle ipotesi, se fosse andata male come avremmo potuto riportarlo in quel canile? Ci volle un mese prima di prendere una decisione unanime e convincere i più scettici, fra cui la sottoscritta. Ma, alla fine, decidemmo che Marcelle e la sua famiglia sembravano avere le carte in regola. Non avevano fretta, ci inviavano giornalmente notizie di loro e video, in attesa di avere da parte nostra un riscontro. Gabriella nelle sue uscite si era occupata di riportare Nerone a contatto con le persone in situazioni più urbane, per vedere anche come se la cavasse coi gatti in giro per il paese. Laura da Firenze aveva capitanato insieme ad Eliana una squadra di solidarietà per pagare il viaggio in aereo, il biglietto per Nerone e per me, tutte le analisi necessarie e il passaporto.

A me, toccava un  lavoro altrettanto impegnativo: andare a prendere Nerone, portarlo in una pensione e occuparmi di lui fino al viaggio. Poi, una volta partiti in aereo per la Francia, arrivare a casa dalla famiglia di Marcelle e stare da loro per fare un buon inserimento, sperando che andasse tutto bene. Quando lo venne a sapere mia madre, mi prese per pazza: «Davvero fai questo viaggio per un cane?». Ma Nerone non era semplicemente un cane: era l’emblema del fatto che i pregiudizi vanno combattuti in prima persona, ogni giorno, ciascuno col suo piccolo impegno se vogliamo che qualcosa cambi davvero. Eravamo pronte a farlo e glielo dovevamo. Quando scesi a prenderlo, montò nella mia auto senza problemi. Laura ci accompagnò in aeroporto a Bologna e seppur nella breve ora di viaggio in aereo la mia preoccupazione era comunque tanta.

La meraviglia dell’incontro con Marcelle e la sua famiglia

Atterrati a Parigi, ci volle quasi un’ora perché mi consegnassero il suo trasportino, mentre vedevo Marcelle e la sua famiglia fuori dalle vetrate dell’aeroporto salutarmi col mio stesso livello di ansia mista a commozione. Una volta fuori, nel grande parcheggio sotterraneo dell’aeroporto di Parigi, ci fu il primo incontro fra Nerone e Marcelle. Benché fosse ancora un po’ rintronato dalla blanda sedazione, anche in quella occasione si rivelò in tutta la sua docilità. Guidammo fino al paesino dove vivevano e quella che seguì fu una settimana che non dimenticherò mai. Una volta arrivati nel giardino di Marcelle, Nerone fu accolto dalla sua Husky e da un’altra cagnolina anziana della famiglia e come solo i cani sanno fare in modo magistrale, subito misero i puntini sulle i, spiegandosi chiaramente ruoli e competenze. Ma la sorpresa più grande fu quando qualche ora dopo arrivarono i nipotini di Marcelle: Nerone pareva conoscere quei bambini da sempre. Persino io che avevo passato con lui dei giorni non mi permettevo di essere così serena nel toccarlo ma da loro, beh… da loro Nerone accettava di buon grado ogni gioco e ogni coccola. Li cercava, attendeva sornione che si corresse insieme, si buttava a pancia all’aria in attesa di coccole e li scortava in giardino come un vero membro della famiglia.

Lo ammetto: ho pianto quando sono ripartita dalla Francia ma ero davvero serena e non vi era più nemmeno mezzo dubbio che il rischio andasse corso. A distanza di tanti anni, anche adesso che Nerone non c'è più da un anno a questa parte, nel mese della nostra partenza a maggio, noi tutte condividiamo un video che la nostra amica Laura aveva montato con la sua storia. Perché Nerone non ce lo scordiamo e vogliamo che più gente al mondo sappia che di storie come la sua ce ne sono tante, tantissime, troppe. E che nessun pregiudizio sarà mai forte quanto la solidarietà.