Nella città di San Cristóbal de Las Casas, nello stato messicano del Chiapas, al confine con il Guatemala, vive ormai da cinque anni un’educatrice cinofila italiana che sta aiutando le persone ad affrontare il fenomeno del randagismo sotto un punto di vista nuovo: non come un problema da estirpare, ma come una realtà con cui convivere serenamente, nel rispetto del benessere di ogni individuo.

Potremmo pensare che un cane che vive in strada sia necessariamente un individuo in difficoltà, da soccorrere o catturare a tutti i costi. Ma la realtà spesso è diversa da come appare: «In Italia si parla di canili con oltre 200-300 cani –  racconta Federica Nunziata a Kodami – Continuare ad accalappiare dalla strada senza sapere se quel cane può avere una buona qualità di vita anche lì dove sta, per riempire strutture o per creare delle adozioni che poi sono fallimentari, è una grossa mancanza di rispetto verso i cani che stanno aspettando da anni di essere adottati».

Federica Nunziata è cresciuta nella periferia di Napoli, abituata fin da piccola alla presenza di uno o più cani di quartiere, perfettamente integrati sul territorio. La sua esperienza e i suoi studi l'hanno aiutata, una volta arrivata in Messico, a svolgere il ruolo di mediatrice tra le esigenze della popolazione e la massiccia presenza di cani liberi: «San Cristóbal è un posto caratteristico, interessato da un turismo particolare: l’insurrezione Zapatista del ’94 ha fatto sì che questo paesino diventasse un centro d’interesse anche per stranieri che poi hanno deciso di venire a vivere stabilmente qui. Questo forte mix culturale ti fa osservare modi di considerare la relazione col cane diametralmente opposte. C'è l'indigeno che ha sempre convissuto con gli esemplari di strada, che non percepisce la loro presenza come un problema, e ci sono gli occidentali che invece hanno fatto nascere un tipo di volontariato di tipo "pietistico". Persone che pur di togliere i cani dalla strada come conseguenza arrivano anche a un'accumulazione di tipo compulsivo».

All'inizio, la nuova vita a San Cristóbal per Federica non è stata semplice: «Ho messo in discussione il fatto di poter continuare a lavorare come educatrice, poi pian piano ho stabilito una rete di conoscenze sul posto e ho iniziato a lavorare con il CECAM (il Centro di Controllo Canino Municipale). La struttura era stata aperta nel 2011, dopo l'ultima emergenza di rabbia. I primi tempi si attenevano alle indicazioni municipali: accalappiavano il maggior numero possibile di cani e dopo 48-72 ore sopprimevano. In seguito però si sono resi conto che questo non risolveva il problema: la presenza di risorse alimentare attirava sempre nuovi cani. Il passo successivo è stato cominciare a sterilizzare e reimmettere sul territorio. Quando sono arrivata io, il medico della zona aveva un problema di riconoscimento delle cagne che erano già state sterilizzate: dopo un po' la cicatrice non era più visibile e si ritrovavano a sedare due volte lo stesso cane».

Così Federica ha pensato di regalare una macchinetta per tatuaggi al centro, per identificare ogni cane, e ha proposto di iniziare a censire tutti gli esemplari, quartiere per quartiere, assegnando a ogni zona una persona di riferimento: «Non una persona responsabile dei cani, semplicemente qualcuno in grado di segnalare problemi e anomalie del comportamento, per aiutarci a mantenere un equilibrio». La sua intuizione e il coinvolgimento attivo della cittadinanza, alimentato da un dialogo costante, ha contribuito in modo decisivo a stabilizzare il fenomeno: «Il fenomeno del randagismo non si può affrontare ovunque allo stesso modo, quindi, deve essere chiaro che non si possono sterilizzare tutti o accalappiare tutti i cani e non si può nemmeno pretendere che la situazione si autoregoli sempre da sola. Bisogna studiare caso per caso, animale per animale, ma è importante mettersi in discussione e chiedersi: davvero quel cane, che ha risorse alimentari ed è integrato nella comunità, soffre dove si trova? O sono semplicemente le mie proiezioni che me lo fanno vedere così? La capacità di analizzare le situazioni in modo più profondo è la chiave per una buona convivenza».

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