Alla vigilia della riapertura della stagione venatoria in Italia e in concomitanza del referendum per l’abolizione della caccia in corso di svolgimento in tutti i Comuni, ci ritroviamo nuovamente di fronte al fenomeno del grande numero di cani utilizzati per la caccia che nascono, vengono messi in prova per l’attività venatoria in questi mesi e vivono durante il periodo della stagione le loro uniche esperienze in attesa della successiva. Ma quali sono i numeri reali di questo fenomeno e come incidono sugli ingressi dei cani nelle strutture canile? Un breve viaggio di conoscenza fra leggi mancanti ed esperienze di un fenomeno troppo sottovalutato.

Cani da caccia: un fenomeno demografico senza controllo

Quello che maggiormente preoccupa e non viene regolamentato dalle nostre leggi di tutela e benessere animale è sicuramente in primis il numero dei cani effettivi che nasce e dovrebbe essere registrato in anagrafe. Chiunque ha conoscenza del mondo venatorio sa infatti benissimo che spesso le nascite sono il frutto di accoppiamenti di soggetti abili a questa attività: accoppiamenti tra cani di persone che si conoscono o tra cani di “proprietà” della stessa persona. Mentre la legge prevederebbe l’identificazione dei cuccioli sin da subito, nei cani destinati alle attività venatorie spesso questa procrastinazione deriva dal fatto che i soggetti giovani devono essere allenati e provati perché non sempre è detto che siano poi abili all’attività venatoria. La domanda chiaramente non supera mai l’offerta e quindi il bacino dei cuccioli – tra i meno abili e quelli che non saranno presi in carico da altri – determina il numero di cani “in eccesso” da ricollocare.

Un fenomeno piuttosto radicato è quello di allenare i giovani per un periodo di tempo piuttosto breve in cui devono dimostrare subito le loro qualità e spesso le prove fallimentari sono “utili” per vedere se il cane è abile quantomeno con il naso. E’ abbastanza frequente che giovanissimi cani da caccia vengano considerati non “buoni” per il lavoro venatorio perché hanno paura degli spari ed ecco che allora sono ceduti a persone che vanno a tartufi, ad esempio.

Perché un cane da caccia non ama la caccia?

Come può un cane figlio di cani da caccia da generazioni e generazioni non avere una propensione naturale a questa attività tanto da essere scartato? La risposta è estremamente semplice: i cani non sono solo ed esclusivamente il frutto della genetica innata e della razza, ma ogni individuo è il risultato soprattutto di una serie di esperienze apprese non solo nella vita intrauterina ma anche nelle “finestre sensibili” delle prime settimane di vita. Ora proviamo ad immaginare una madre con i suoi cuccioli che vive in un serraglio, magari in un momento in cui la stagione è chiusa e pertanto non solo non va a caccia ma viene a contatto con le persone pochissime volte se non per le operazioni di pulizia e pasto nei box. Pensate che magari questo serraglio è in aperta campagna dove i rumori di fondo sono il cicaleccio estivo, un filo di vento e qualche raro temporale estivo. I cuccioli che nasceranno, pertanto, potrebbero essere estremamente sensibili ai rumori che non si sono abituati a sentire, come gli spari di fucili, il vociare costante delle squadre a lavoro e il rumore delle auto su cui vengono trasportati. Aggiungete a questo il fatto che l’ambiente in cui questi cuccioli nascono e fanno le prime esperienze sono spesso luoghi deprivati anche da un punto di vista sociale e delle esperienze con altri cani, se non con la madre. Ecco che, magari, alla prima prova del “debutto in società” vengono messi a lavorare in numerose squadre di cani e mute miste. Credo che questo scenario possa già sufficientemente spiegare, seppur in maniera semplicistica, che ogni cane nato non è affatto un foglio bianco su cui si possa scrivere qualsiasi apprendimento ci piaccia debba avere e che già solo per questo sarebbe assolutamente importante regolamentare le nascite e il benessere dei cani da tanti punti di vista.

L’allenamento e le prove: abilità e insuccessi

Le persone che vanno a caccia coi loro cani vi raccontano che dietro questa attività c’è impegno e vera dedizione verso i loro compagni animali. E questa affermazione è innegabile. Eppure a conti fatti, l’allenamento dei cani è piuttosto diversificato a seconda della specialità a cui sono destinati: i cani che vanno “a piuma” non vengono allenati e testati come quelli che vanno “a cinghiale” o a “a lepri”. Partiamo da un concetto molto semplice: la maggior parte degli animali rilasciati in natura per mano dell’uomo non è affatto abituata a predatori naturali come potrebbero essere i cani e quindi va da sé come cacciarli sia piuttosto semplice e non richieda neanche da parte dei cani delle abilità strutturate. Fatta eccezione forse per una: la maggior abilità di un cane non deve essere solo quella di puntare, segnalare, accerchiare, stanare o riportare l’animale o seguirne la traccia per guidare il cacciatore ma muoversi su spazi estremamente ampi con una struttura chiara di esplorazione e perlustrazione, zona per zona.

Spesso gli allenamenti per questi cani avvengono in setting recintati e artificiosi rispetto ad un bosco e in condizioni climatiche che a livello olfattivo e chimico, per quanto un cane possa avere un naso che è un prodigio di ingegneria, non saranno mai sostitutive della realtà delle esperienze che vivranno poi davvero in battuta. Per fortuna  moltissimi cani hanno delle coordinate ben precise e innate sull’uso dello spazio e spesso fanno ritorno esattamente da dove sono partiti e cioè le auto da cui sono scesi. Molti altri non verranno aspettati e spesso i gps che indossano a distanza di molte ore si scaricano: qualcuno torna a riprenderli, altri cani li vediamo vaganti per giorni, a volte per mesi.

La vera difficoltà? Questi cani si sanno muovere su spazi verdi ma se finiscono in contesti urbani e li guida il loro naso spesso vanno zigzagando anche fra le auto con grande pericolo e senza considerare che spessissimo il loro deficit di socializzazione alle persone comporta che abbiano una distanza di fuga dagli sconosciuti di diversi metri che non permette nessun tipo di avvicinamento.

Una coordinata chiara però ce l’hanno: spesso sono avvicinabili con altri cani e hanno quella che io chiamo la “sindrome da bauliera”: cioè con uno sportello aperto, ovvero salgono in auto nonostante tutti timori, come fosse un esercizio di abilità appreso senza indugio. Del resto se pensiamo a quante poche esperienze vivono, va da sé che questa competenza sia proprio il “minimo sindacale”.

Discorso molto differente va fatto per i cani da muta al cinghiale che subiscono allenamenti piuttosto importanti già dai primi mesi seppur con cuccioli di ungulato: la loro longevità è chiaramente soggetta alla drammatica realtà che molti cani si infortunano in maniera importante già durante gli allenamenti.

La caccia uccide animali selvatici, cani e anche persone

Una ricerca condotta da Animalisti italiani rende noto come durante la stagione venatoria nel nostro Paese il 70% degli studi veterinari rimane aperto nei festivi e oltre i normali orari abitudinari per intervenire rispetto ai danni causati ai cani dalle attività di caccia.

Purtroppo poi la caccia non porta morte soltanto fra gli animali selvatici e i nostri amici a quattro zampe. I dati raccolti da diverse associazioni per l’abolizione della caccia ci dicono che ogni anno durante la stagione venatoria muoiono mediamente 60 persone (una ogni tre giornate di caccia) e ne vengono ferite più o meno gravemente circa 90. Le vittime sono “gli stessi cacciatori, escursionisti, o persone che vivono e lavorano in campagna”. Il bilancio della stagione appena trascorsa, nonostante il lockdown, è di 14 morti e 48 feriti tanto che l’Associazione Vittime della caccia  (costituitasi anni fa da persone che hanno perso amici e parenti in incidenti), chiede a gran voce da molti anni i codici identificativi sulle mimetiche delle persone che imbracciano armi nei nostri spazi verdi. Armi che spesso vengono date in uso a persone avanti con gli anni che mancano di riflessi e lucidità; armi che spesso vengono imbracciate dopo luculliani pasti nelle pause in battuta, accompagnati da fiumi di vino.

I numeri nei canili, gli abbandoni e le mancanze degli enti pubblici

Come già scritto in precedenza, un gran numero di cani destinati alla caccia nasce e non è detto che sarà abile a tale attività: spesso rimangono nei box come prodotti di scarto o vengono ceduti per altre attività se va bene. E’ sempre più ingombrante e serio il fenomeno dei ritrovamenti di cuccioli in prossimità dei canili o di volontari che si occupano maggiormente di ricollocare questi cani e che vengono direttamente contattati dai cacciatori stessi per sistemare un esubero di cani o cuccioli “inabili”. Sicuramente un triste fenomeno che spesso ha visto raggiungere numeri importanti nei nostri rifugi, numeri variabili chiaramente: prima delle stagioni venatorie, a cavallo fra fine gennaio e febbraio quando le prove sono andate male o alla fine delle attività di caccia. Ancora più triste e mercificatorio è il fenomeno di coloro che cedono le fattrici, ovvero quelle femmine che non sono più in grado di fare cuccioli o sono a fine carriera per la caccia: considerate, ahimè, alla soglia del XXII secolo, ancora delle macchine da produzione.

Un’altra faccenda che riempie il bacino e alza i numeri di questi cani nei rifugi sono anche i ritrovamenti: non sono numeri elevatissimi perché spesso questi cani dalla grande resistenza vagano per settimane e mesi senza che si riesca a prenderli pur segnalandoli agli enti preposti e, spesso, si lasciano avvicinare solo sfiniti e in condizioni che non sempre ne garantiscono la sopravvivenza o, purtroppo, incidentati lungo le nostre strade.

Un ultimo e terrificante fenomeno che gira intorno ai cani da caccia sono i sequestri: abbiamo una legge veramente ridicola su come questi cani possano essere detenuti che non aiuta a migliorare sensibilmente il fenomeno. Spesso sono box fatiscenti, in zone isolate, veri e propri tuguri con coperture e cucce inadeguate: la maggior parte delle volte parliamo di cani che escono nei weekend per alcune ore e per pochi mesi l’anno. Durante l’inattività a malapena ricevono acqua e cibo.

Ultimo e non per importanza è il fenomeno legato ai sequestri dei cani da caccia detenuti in maniera non compatibile con la loro natura o peggio maltrattati: purtroppo quasi mai si passa dal sequestro preventivo a quello effettivo, perché troppo spesso i canili di zona non hanno capienza sufficiente e i Comuni non hanno risorse finanziare adeguate già per i cani dei canili comprensoriali figuriamoci per i nuovi ingressi. Seppur la copertura di queste spese spetterebbe agli enti pubblici, la maggior parte delle volte mancando a bilancio le risorse, i cani vengono lasciati in custodia giudiziaria ai loro aguzzini e troppo spesso, alla fine dei processi, pur scattando la condanna che ne vedrebbe la confisca definitiva, la legge in virtù di un adeguamento migliorativo che non sempre avviene, li lascia ai “proprietari”.

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