A cura di Laura Arena
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Veterinaria esperta in benessere animale

La caccia esiste da sempre. Nei secoli ha cambiato la sua forma e la sua funzione e ad oggi rivendica ruoli importanti, spesso però discutibili. Contrastata dagli animalisti e da un’importante fascia di popolazione, protetta dalle associazioni e federazioni di categoria e in un certo modo dalle istituzioni e dalla politica, la caccia in Italia oggi si presenta così come proveremo a spiegare in questo articolo.

La legge nazionale sulla caccia

La caccia, detta anche più tecnicamente “esercizio o attività venatoria” consiste nell’uccisione, o nella cattura poi seguita da uccisione, di animali selvatici per l'approvvigionamento di cibo o per fini prettamente ricreativi. Altro ruolo attribuito alla caccia è quello del controllo delle popolazioni animali.

La caccia in Italia è regolamentata dalla Legge quadro 157 del 1992 ,“Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. Per la Legge «la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale ed internazionale»; ciò significa che gli animali selvatici sono di proprietà dello Stato e nessun cittadino può disporne, tranne i cacciatori, che godono di una specifica concessione statale, la licenza di caccia.

La Legge stabilisce quali sono gli animali selvatici protetti in Italia, includendo uccelli e mammiferi – tra questi il lupo, l’orso, i cetacei, il camoscio e il gatto selvatico – e stabilisce sanzioni e divieti.

L’attività venatoria è ad esempio vietata in determinati luoghi, come giardini e parchi pubblici e privati, parchi storici e archeologici e terreni adibiti ad attività sportive. La Legge vieta inoltre di utilizzare determinate munizioni e richiami, di tenere determinati comportamenti potenzialmente dannosi per fauna ed ecosistema, ed impone l’obbligo di rispettare distanze minime da abitazioni, locali e veicoli e l’obbligo di recupero dei bossoli delle cartucce da parte cacciatore. Per il mancato rispetto delle prescrizioni imposte la Legge prevede quindi sanzioni penali ed amministrative.

I territori dove la caccia è consentita e la stagione venatoria

La vera potestà legislativa spetta però alle Regioni i cui due ruoli principali sono stabilire i territori agro-silvo-pastorali in cui è consentito esercitare l’attività venatoria, e la pianificazione della stagione venatoria.

Sulla base dei piani faunistico-venatori regionali, le Province emanano a loro volta i piani faunistico-venatori provinciali, della durata di cinque anni, nel rispetto dei primi.

La stagione venatoria è soggetta alla principale restrizione temporale stabilita dalla Legge quadro, come attuazione della Direttiva 79/409CEE e della Convenzione di Berna. Infatti, il suo esercizio può essere svolto solo dalla terza settimana di settembre fino al 31 gennaio. Le singole Regioni stabiliscono poi un calendario più dettagliato per specie animale cacciabile e periodo venatorio. In deroga alla Legge nazionale, le Regioni possono poi proporre delle pre-aperture (massimo dal primo di settembre) e post-chiusure (massimo fino al 10 di febbraio).

La caccia può essere quindi praticata generalmente durante 55 giorni l’anno. I martedì e i venerdì sono giorni definiti di “silenzio venatorio”, in cui quindi in nessuna Regione è consentito cacciare. È consentito esercitare la caccia da un’ora prima dell’alba a un’ora dopo il tramonto; in questo intervallo di tempo le Regioni definiscono gli esatti orari di inizio e termine attività.

Il ruolo della caccia: i (discutibili) pro e i contro

Rispetto alla caccia esistono due schieramenti opposti. Chi, non solo ne è a favore ma ne decanta un ruolo cruciale nella tutela degli ecosistemi e del patrimonio agro-forestale; e chi ne è contro in quanto volge alla tutela del diritto alla vita degli animali selvatici e che, inoltre, non riconosce come valido questo ruolo anzi ne identifica importanti responsabilità ad impatto negativo.

I pro

Nell'equilibrio dell'ecosistema, la caccia si vede attribuito il ruolo del contenimento di una determinata specie animale in situazione di sovrappopolamento. È però evidente come questi piani di contenimento siano più che altro sostanzialmente inefficaci; possiamo prendere ad esempio la gestione venatoria del cinghiale che non solo ha fallito ma è anche sfuggita di mano. La situazione di Roma e dei suoi cinghiali ne è l’esempio eclatante.

Il contenimento della diffusione di specie aliene considerate invasive è un altro ruolo attribuito alla caccia. Anche questo discutibile. Se così fosse le situazioni di emergenza generate da alcune specie aliene sarebbero allora dovute cessare da anni. Se non si conosce profondamente l’eco-etologia di una specie animale e non si programmano piani di intervento che siano strategici, etici ed efficaci, nessuno sparo potrà essere risolutivo.

A riguardo, un’ulteriore riflessione è d’obbligo. Ad oggi una delle principali specie considerate invasive in Italia è proprio il cinghiale, animale non autoctono introdotto dai paesi dell’est nel dopoguerra. Questi animali rispetto agli autoctoni, ormai presenti solo in Sardegna, sono molto più grandi, più voraci e più prolifici dei nostri storici maremmani. Questi cinghiali sono stati introdotti in Italia specificamente per motivi venatori. Possiamo allora dire che, oltre a non essere in grado di apportare una soluzione al problema, la caccia ne è bensì la causa.

Sempre in tema di popolazioni animali, la caccia presume il ruolo di contenimento delle malattie infettive. A sfavore di questo “ruolo” attribuito alla caccia possiamo pensare che, proprio in questo periodo in cui la Peste Suina Africana è diventato un rinomato problema per la sanità veterinaria e l’economia nazionale, abbiamo appreso che la caccia rimane sospesa nelle aree infette. Le normative comunitarie stabiliscono questa restrizione a causa del maggior rischio di diffusione della malattia a causa del fuggi-fuggi degli animali selvatici spaventati dall’attività venatoria stessa e a causa della movimentazione del virus mediante i cadaveri degli animali cacciati e i mezzi di trasporto, l’attrezzatura, gli indumenti e le scarpe dei cacciatori.

Un altro ruolo auto-attribuito alla caccia è quella della riduzione del rischio di incidenti stradali causati da animali selvatici vaganti. Innanzitutto questo è un dato molto difficile da poter dimostrare e, in secondo luogo, in maniera diametralmente opposta dobbiamo considerare che la caccia favorisce la dispersione degli animali, spaventati dagli spari o dall’uccisione o il ferimento dei propri simili. Rispetto agli incidenti stradali, uno studio spagnolo attribuisce invece alla caccia un ruolo indiretto nell’aumento di animali investiti. Lo studio ci dice infatti che gli incidenti a carico di cani (attribuibili a cani da caccia) subisce un’impennata di non poco conto durante la stagione venatoria.

I fattori economici, che sono forse quelli che hanno un peso maggiore, sono legati da un lato al guadagno dello Stato sotto forma di contributi, di tasse di concessione governativa e di tasse regionali e, da un altro lato, all’importante contributo economico al settore delle armi, delle munizioni, dell'abbigliamento e di tutto lo strumentario necessario all’attività venatoria.

I contro

Tra i contro legati alla caccia possiamo in primis citare la negazione al diritto alla vita libera di minacce degli animali selvatici cacciabili. Animali liberi nel proprio habitat, uccelli in migrazione, individui a vita solitaria o organizzati in nuclei sociali o familiari che sono distrutti dall’intervento dell’uomo. Inoltre, mentre un animale viene ucciso si provoca la dispersione del resto del branco o lo spostamento dello stesso per mettersi al sicuro. In questi spostamenti non sono quindi escluse le zone agricole, peri-urbane o di strade percorribili da automobili.

A seguito dell’uccisione di un individuo seguono anche necessari fenomeni di riassestamento dei ruoli sociali. Quando ad esempio viene cacciata una femmina adulta di cinghiale di “alto rango” le femmine giovani entrano nel giro di non molto tempo in calore e si riprodurranno, generando così un’ulteriore proliferazione della specie (altroché contenimento della sovrappopolazione).

La caccia può inoltre mettere gravemente in pericolo il numero di animali di specie già a rischio o addirittura contribuirne all’estinzione, specialmente a causa di crimini, reati e illeciti venatori, comunemente detti “bracconaggio”, che sono saldamente correlati alla caccia.

Oltre all’uccisione degli animali, la caccia può causare loro ferite e deformità. Ciò provoca dolore e stress e spesso la modificazione dello stile di vita dell’animale e l’isolamento sociale, e portano spesso a morte lenta.

La caccia può essere inoltre mortale o dannosa per persone e animali domestici. In Italia esiste infatti un vero e proprio bollettino di guerra stilato dall’associazione Vittime della caccia. Nella stagione venatoria 2021/2022, l’associazione conta 90 vittime tra feriti (43 tra i cacciatori stessi e 23 tra i non cacciatori) e morti (24 divisi in egual misura tra cacciatori e non cacciatori).

I dati dovrebbero far riflettere!