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«Ariel era tra le mie braccia e un attimo dopo era per strada, sotto le ruote di una macchina. Non ricordo molto altro, solo la sensazione di vuoto nell’arco di pochi secondi. Forse urlavo, perché è accorsa una donna, un medico, e ha portato Ariel al pronto soccorso. La mia cagnolina è morta quella notte. Pensando a tutto quello che è successo dopo, credo che lei abbia dato la sua vita per me». A raccontare questa drammatica storia è Jessica, 26 anni, che da un anno e mezzo vive a San Patrignano, la più grande comunità di recupero d'Europa per persone con problemi di tossicodipendenza.

È qui che dopo aver perso tutto sta provando a costruire le basi per la sua nuova vita formandosi come educatrice cinofila all’interno del Sanpa Dogs, il canile della Comunità. Kodami ha incontrato Jessica e gli altri giovani del canile che si stanno mettendo in gioco per provare a dare una seconda occasione di rinascita a loro stessi e ai cani.

Al Sanpa Dogs, infatti, il recupero dei giovani va di pari passo con quello dei 60 cani ospiti, reduci da contesti di abuso, abbandono e canili lager: animali a cui era stato affibbiato un basso indice di adottabilità perché giudicati mordaci, aggressivi e in qualche caso addirittura irrecuperabili. E anche già solo per questo, il parallelismo tra la parabola dei cani e delle persone torna di frequente nei racconti dei giovani del canile, e Jessica è tra questi.

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in foto: Jessica

Jessica era giovanissima quando ha iniziato a vivere per strada e a fare uso di droghe: cocaina ed eroina soprattutto, «ma mai in vena», ci tiene a sottolineare mentre ci accompagna all’interno di uno degli spazi dove i ragazzi della Comunità fanno attività con i cani. «Stare con i cani mi fa sentire bene: da loro non mi sento giudicata e sento che posso capirli, perché io quando sono arrivata ero come loro», racconta.

«Io con Ariel ci parlavo, quando vivevo per strada era il mio solo conforto, l’unico affetto che mi era rimasto dopo che mio padre mi ha buttato fuori di casa – ricorda – Non mi sono mai identificata con il mio sesso, e per mio padre è stato uno choc quando mi ha trovata in camera con una ragazza e lo ha scoperto. Non mi aspettavo una simile reazione: io pensavo fosse evidente», aggiunge con un sorriso ironico mentre mostra i capelli corti con la sfumatura e la maglia di almeno due taglie più grandi, capo in voga tra i ragazzi della sua età ma utile anche a nascondere forme che sente non appartenerle.

I cani che arrivano al Sanpa Dogs non sono solo randagi e meticci: la Comunità collabora con diverse associazioni rescue che si occupano di salvare individui appartenenti a razze specifiche come i Levrieri impiegati nelle corse e i Weimaraner.

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in foto: Levriero Borzoi del Sanpa Dogs di San Patrignano

Appartiene a quest’ultimo gruppo Yoda, un maschio di Weimaraner al quale, insieme all’etichetta di mordace, è stata comminata la pena dell’isolamento perpetuo.

A Yoda è inibito l’accesso alle aree sgambamento e anche il contatto diretto con persone e altri animali. L’unica che riesce ad avvicinarsi a lui, dopo lunghi mesi di lavoro, è Jessica: «Appena è arrivato ho capito che eravamo simili: anche Yoda non è adottabile. Lui non si fida di nessuno e quando sale la sua frustrazione reagisce mordendo. Io non mordo, però come lui quando mi trovavo davanti a una situazione più grande di me diventavo aggressiva».

Ai ragazzi del Sanpa Dogs è affidata la gestione di tutti i cani e non possono scegliere di seguirne uno in particolare perché  l'obiettivo finale è educarli tutti per alzare il loro indice di adottabilità e trovare loro una casa definitiva. Ma i ragazzi che operano nel rifugio comunque hanno un compagno prediletto tra i box con il quale instaurano una relazione privilegiata.

«Yoda è stato un'emozione forte proprio perché ho visto tutti i suoi momenti di crisi e mi ci sono riconosciuta nelle difficoltà che avevo quando sono entrata qui. Dopo molti mesi di lavoro insieme sono orgogliosa che ora si faccia toccare almeno da me», racconta.

Il SanpaDogs e la formazione a San Patrignano

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in foto: Kevin mentre prende i cani dai box per la classe di socializzazione

Il lavoro al rifugio inizia la mattina presto, subito dopo la colazione che le ragazze e i ragazzi consumano insieme nella grande sala mensa comune. Appena arrivati al canile fanno uscire gli animali dai box per condurli in passeggiata e nell'area di sgambamento. Poi si passa alla classe di socializzazione: un momento in cui i cani, grazie all’aiuto dei ragazzi, interagiscono per ricominciare a fidarsi delle persone dopo il dolore e l’abuso, come spiega Kevin: «Durante le fasi di socializzazione insegniamo ai cani a condividere le risorse, alimentari e non, come acqua, cibo, giochi o spazi. Lo scopo è fare in modo che possano comunicare tra loro in maniera sana. Inoltre facciamo in modo che smettano di vedere l’essere umano come una minaccia dandogli quello che è mancato loro durante il percorso di vita».

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in foto: Kevin con i cani del canile

Kevin, abruzzese, ha 24 anni e con la droga ha iniziato da giovanissimo: «A 16 anni ho fumato eroina e crack e per due anni li ho usati quotidianamente fino a quando a 18 anni ho iniziato a bucarmi. I miei genitori hanno divorziato quando avevo cinque anni e mio papà è andato via di casa: mi erano rimasti mia madre e mio fratello di un anno più grande ma non mi sentivo capito da nessuno e alla fine mi sono allontanato da tutte le persone care, crescendo praticamente in strada».

Kevin ha concluso il percorso da educatore cinofilo e adesso sta prendendo un'ulteriore certificazione per poter continuare a lavorare nella cinofilia anche una volta terminato il percorso di recupero dalla tossicodipendenza, iniziato tre anni e due mesi fa con l’ingresso a San Patrignano.

«Ho iniziato a frequentare l'associazione di San Patrignano che si trova vicino alla mia città e dopo un anno mi hanno detto che la mattina dopo sarei andato a fare il colloquio per entrare in Comunità – ricorda Kevin – Durante il percorso di avvicinamento c'erano momenti in cui volevo entrare ma anche altri in cui mi ricredevo, così la sera la prima di arrivare ho contattato un mio vecchio amico. Ci siamo bucati insieme in macchina e lui è morto accanto a me di overdose. E' quello il momento in cui credo di essermi svegliato e di aver capito che era ora di fare qualcosa. Ho ricominciato il percorso nell’associazione locale per altri 7 mesi, fino al definitivo ingresso qui».

San Patrignano non inizia e finisce nei 300 ettari della cittadella in provincia di Rimini: la Comunità ha una rete sparsa su tutto il territorio nazionale che funge da porta d’ingresso per coloro che sono interessati a intraprendere un percorso di recupero ma non hanno ancora gli strumenti per attuarlo da soli. Il discrimine per entrare è proprio la capacità di restare lontani dalle droghe partecipando alle attività dell’associazione territoriale. Una volta pronti, i giovani sostengono il colloquio per l’ingresso ufficiale nella Comunità.

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in foto: La Comunità di San Patrignano vista dall’alto

Si tratta di un momento che spesso spaventa, perché una volta entrati, per diverso tempo non si può tornare a casa, pena l’allontanamento definitivo dalla Comunità e il fallimento del percorso.

A fornire supporto ai ragazzi sono gli sponsor, ovvero altri ospiti in Comunità da più tempo, e, per i ragazzi del settore cinofilo, anche i cani che al Sanpa Dogs vengono riscoperti nella loro dimensione relazionale e  non solo affettiva. «Mi sarei lasciata andare molto di più se non avessi avuto i miei due cani, anche se oggi mi rendo conto che non riuscivo a dare loro tutto ciò di cui avevano bisogno. Ora parlo il loro linguaggio», racconta Sara, 38enne di La Spezia a San Patrignano da 3 anni e 8 mesi. Anche lei, come Kevin, sta prolungando la sua permanenza per concludere la formazione cinofila.

Sono mille le giovani e i giovani che oggi vivono a San Patrignano e che appena arrivati vengono inseriti all’interno di uno dei 40 settori di formazione della Comunità. Caseificio, norcineria, cantina e 110 ettari di vigna da curare, ai quali si aggiungono tessitura, tipografia, e poi i settori di servizio per la Comunità: lavanderia, cucina e altri. Gli scopi alla base dell’esistenza dei settori è molteplice: il principale è insegnare ai ragazzi una professione che possa facilitare la loro reintroduzione in società una volta usciti.

Ascoltando le storie degli ospiti di San Patrignano è evidente come la marginalità sociale sia il terreno feritile in cui si sviluppa la tossicodipendenza. Limitando al massimo una nuova messa al bando con lo stigma di “drogato” i ragazzi vengono reintrodotti nel mondo con una nuova etichetta: sarta, operaio, educatore cinofilo.

Nuova vita per i giovani e la Comunità

«È dura». E' il commento unanime degli ospiti parlando della vita a San Patrignano e dell’isolamento che, almeno per i primi tempi, devono rispettare restando in Comunità. «Da un po’ posso tornare a casa per il fine settimana dalla mia famiglia, sempre tenendomi lontano dalle vecchie compagnie», spiega Kevin che quasi è giunto alla fine del suo percorso e si sta preparando per uscire definitivamente.

Proprio la gestione dei ragazzi recalcitranti rispetto alla permanenza a San Patrignano è stata al centro di numerose vicende giudiziarie e mediatiche, ricostruite recentemente anche nella docu-serie “SanPa” distribuita su Netflix nel 2021. La serie racconta la fondazione della Comunità nel 1987 e la gestione di Vincenzo Muccioli.

San Patrignano è nata sul finire degli anni Settanta per rispondere al boom di eroina in Italia con una l'idea di creare una Comunità autosufficiente in cui gli ospiti con problemi di tossicodipendenza potessero sostenersi reciprocamente durante il recupero e imparare un mestiere che potesse agevolare il ritorno in società. Ma la storia di questo luogo è stata piena di ombre che neanche la magistratura è stata in grado di rischiarare nel corso dei due processi a carico di Muccioli.

La gestione della famiglia Muccioli è terminata poi definitivamente con il passaggio di testimone nel 2011 da Andrea, figlio di Vincenzo, a Letizia e Gian Marco Moratti. Tra i cambiamenti operati dai Moratti a San Patrignano c’è stata anche la riconversione dell’allevamento di cani di razza, passione del fondatore, in canile. Una scelta compiuta due anni fa in continuità con altre assunte dall'assessora al Welfare della Lombardia, sensibile alla questione animalista e finita per questo nella lista di nomi per il Quirinale tra i candidati amici degli animali.

Il ricordo dell'allevamento continua nei Labrador che oggi a San Patrignano vengono impiegati per gli Interventi assistiti con animali. La pet therapy è rivolta soprattutto ai minori ma viene praticata anche con i degenti del centro medico che sorge sul terreno della Comunità e che ospita un poliambulatorio per i ragazzi e un polo specializzato in malattie infettive, nato per fronteggiare l'epidemia di Aids negli anni Ottanta.

Ad assistere alla trasformazione dell’allevamento in canile c'è sempre stato Giovanni Fornari, memoria storica della Comunità, nella quale era entrato nel 1984 e dalla quale non si è allontanato neppure dopo aver terminato la disintossicazione. Oggi Giovanni collabora con i giovani in qualità di co-responsabile del Sanpa Dogs: «Il lavoro che facevamo con l’allevamento era totalmente diverso, così come la relazione che i giovani in percorso instaurano con gli animali che seguono. Oggi i cani danno loro forza e voglia di andare avanti perché, tramite il cane, le persone si mettono in gioco e crescono insieme. Insomma, ne salviamo due. Perché uno sarà pronto per l'adozione mentre l’altro tornerà nella propria famiglia».

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in foto: Giovanni Fornari, educatore cinofilo del Sanpa Dogs di San Patrignano

È quello che stanno facendo anche il cane Buzzico e Valentino, 23enne della provincia di Trento, a San Patrignano da quasi due anni: «Buzzico ha più o meno dieci anni ed è arrivato una settimana dopo di me. Mi ha aiutato molto perché appena ero arrivato anche io al canile mi chiedevo: "Dove diavolo mi hanno messo?"».

I ragazzi, infatti, vengono assegnati per il primo anno ad un settore lontano dai loro interessi al fine di spronarli ad affrontare nuove sfide. «Non era abituato, ma con Buzzico è stato tutto diverso – aggiunge Valentino – E' prepotente ed arrogante con gli altri cani e fatica a stare con quelli della sua specie. Io e lui ci assomigliamo molto e associo sempre il mio percorso al suo. Quello che sta facendo lui è quello che faccio io».

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in foto: Valentino e Buzzico

Quando chiediamo a Jessica, Kevin e Valentino se sono orgogliosi del percorso del loro compagno animale rispondono di sì con sicurezza, ma se la domanda viene girata su di loro, nonostante la sovrapposizione dei percorsi raccontata da loro stessi, hanno tutti un tentennamento. Alla fine è Valentino a prendere la parola per tutti: «Sì ma c’è ancora molto da fare per noi… nel frattempo iniziamo con loro».