Mentre ci incamminiamo sul sentiero tra le campagne romane nell’aria, oltre al frastuono delle cicale, si percepisce che la tensione è palpabile. Decine di persone marciano nella nostra stessa direzione, qualcuno lentamente e in religioso silenzio, altri col passo deciso di chi vuole solo arrivare dritto a destinazione.

Al cancello un gruppo di volontari sorridenti ci accoglie, ci ringrazia e ci indica la strada da seguire. Pochi passi e siamo dentro quello che ormai è diventato il rifugio per animali in difficoltà più famoso di tutto il paese: la Sfattoria degli Ultimi.

Da quando martedì 8 agosto l’ASL ha deciso che tutti i maiali e i cinghiali che vivono lì devono essere abbattuti per contrastare la diffusione della peste suina, c’è stata una mobilitazione di massa senza precedenti e migliaia di persone stanno arrivando da ogni angolo d’Italia per presidiare l’area, dare il loro supporto ai volontari e soprattutto per evitare che i circa 140 animali sani vengano abbattuti.

Questa è la storia delle ultime 24 ore, le più delicate, alla Sfattoria degli Ultimi prima che arrivasse la decisione del TAR del Lazio di accettare la richiesta di sospensione fino al 18 agosto, giorno limite in cui entrambe le parti potranno presentare nuova documentazione a sostegno delle proprie tesi. Questo è il racconto di un'esperienza vissuta tra momenti di tensione, intimità, confessioni, proposte e idee raccontate insieme ai volontari e alle tante persone che hanno mostrato solidarietà al rifugio.

L'arrivo al rifugio in una situazione difficile

Centinaia di persone stanno arrivando da ogni angolo d’Italia per sostenere la Sfattoria
in foto: Centinaia di persone stanno arrivando da ogni angolo d’Italia per sostenere la Sfattoria

Nel piazzale si sono radunate centinaia di volontari e attivisti che discutono animatamente e poco più là, in disparte, ad attenderci ci sono Paola Samaritani ed Emanuele Zacchini, le persone che gestiscono il rifugio e che convivono quotidianamente con i suidi. Ci sorridono e ci salutano con affetto, ma è un saluto stanco e pesante di chi non dorme e non mangia da giorni.

I volti sono tesi, delusi e arrabbiati, da qualche ora è arrivata la notizia più temuta, il TAR del Lazio ha bocciato il ricorso che chiedeva la sospensione dell’ordine di abbattimento: il giudice non ha riconosciuto il «periculum in mora», ovvero il danno grave e irreparabile.

Da un momento all’altro potrebbero arrivare a sgomberare l’area e uccidere gli animali.

Emanuele Zacchini, volontario del rifugio, è diventato il volto e la voce della protesta
in foto: Emanuele Zacchini, volontario del rifugio, è diventato il volto e la voce della protesta

Emanuele, che è al fianco di Paola e degli animali da un anno e mezzo, è diventato il volto e la voce di questa protesta pacifica. Sono soprattutto la sua determinazione e il suo coraggio a tenere uniti tutti, animali umani e non.

«Siamo i primi a essere interessati alla salute degli animali e a non volere che il virus arrivi qui – racconta – abbiamo fatto di tutto per mettere in sicurezza l’area e gli animali, seguendo e applicando alla lettera tutte le norme per contrastare la diffusione del virus». Tuttavia, per le autorità questo non basta.

«Come si può considerare non grave e irreparabile la morte di decine di animali, tra cui mamme con cuccioli, a cui hai dato e ricevuto affetto, empatia e momenti di vita vissuti insieme, ogni singolo giorno – commenta incredulo – I rifugi di fatto esistono e hanno una valenza sociale anche per le persone, non si può ignorare questa cosa».

Un mare di persone da ogni angolo d'Italia

Le persone continuano ad arrivare a ogni ora della giornata
in foto: Le persone continuano ad arrivare a ogni ora della giornata

Nel frattempo nel piazzale l’assemblea diventa sempre più grande, le persone continuano ad arrivare e ognuno porta il suo contributo in cibo, bevande e qualsiasi altra cosa possa essere utile: il presidio durerà ancora a lungo.

Partecipano persone che hanno alle spalle background diversi: volontari, membri di associazioni, avvocati, attivisti e semplici cittadini e ciascuno ha la propria opinione sulla vicenda, non sempre conforme a quella degli altri.

Ognuno avanza le proprie idee su come gestire l'assemblea, la vigilanza, i lavori da svolgere o su come evitare lo sgombero dell'area e l'uccisione degli animali. C'è chi fa lo sciopero della fame, chi cerca cavilli e scappatoie legali o burocratiche e chi spiega come dialogare pacificamente con le Forze dell'ordine, nel caso dovessero arrivare.

Nonostante i punti di vista differenti, tutti però sono mossi da un grande senso di solidarietà e da un forte spirito di aggregazione: si chiacchiera, si discute, si cercano soluzioni e si resiste tutti insieme, alternandosi e parlando a turno quando ci sono dibattiti importanti e complessi da affrontare.

Ci sono poi giornalisti che vanno e vengono, influencer di ogni tipo e alcuni esponenti politici di diversi partiti.  Qualcuno indubbiamente è davvero sensibile alla causa, qualcun altro un po’ meno. Del resto siamo pur sempre in tempi di campagna elettorale.

Il grande problema di rifugi e santuari

Massimo Manni, fondatore del rifugio Capra Libera Tutti
in foto: Massimo Manni, fondatore del rifugio Capra Libera Tutti

Mentre parliamo con Emanuele ci raggiungono Massimo Manni, responsabile del rifugio Capra Libera tutti che aveva proprio su Kodami aperto le porte del suo santuario in un episodio di Kodami Trails e Arianna Fraccon referente per la Rete dei Santuari di Animali Liberi. Loro sono stati tra i primi dare supporto alla Sfattoria e a chiamare a raccolta i volontari.

«Per lo stato noi siamo considerati allevamenti falliti – racconta Massimo Manni – ma gli animali a cui diamo rifugio non sono destinati alla filiera alimentare. C'è bisogno che venga creata una banca dati a parte e quello che succederà qui, nel bene e nel male, sarà un simbolo per tutti i rifugi e i santuari».

Rifugi e santuari danno una nuova vita ad animali maltrattati, feriti o salvati da situazioni difficili e con il caso della Sfattoria è venuto alla luce il vero punto della questione, l'importanza di tutelare questi luoghi: ce ne sono tantissimi in Italia e hanno un ruolo sempre più rilevante non solo per gli animali, ma anche per le comunità umane che ci vivono intorno.

«Con la Rete dei Santuari stiamo provando da anni a dialogare con le istituzioni per ottenere un riconoscimento – spiega Arianna Fraccon, referente della Rete – chiunque metta piede in una di queste strutture sa che non abbiamo niente a che fare con gli allevamenti. I rifugi danno modo alle persone di approcciarsi in maniera totalmente diversa con gli animali, a cui viene riconosciuta la loro dignità e libertà di specie e di individui».

I rifugi come quello in cui si sta combattendo la battaglia per la vita degli animali esistono eccome e sono parte attiva e integrata della società ma per lo Stato – semplicemente – non è così. Non è previsto infatti alcun tipo di riconoscimento giuridico e legale per queste strutture che, paradossalmente, altro non sono che allevamenti, anche se non allevano animali e non producono alcunché.

Arianna Fraccon, referente per la Rete dei Santuari di Animali Liberi
in foto: Arianna Fraccon, referente per la Rete dei Santuari di Animali Liberi

Questo enorme vuoto giuridico e il colpevole ritardo della politica sono alcune delle concause principali per cui, burocraticamente, gli animali – ora che c'è la peste suina – andrebbero abbattuti. Ma questa malattia non è pericolosa per l’uomo: è un’emergenza che riguarda esclusivamente la filiera agroalimentare, perché decimando i capi danneggia gli allevamenti in termini economici.

Ma se per lo Stato anche i rifugi e i santuari sono sulla carta degli allevamenti, ecco che si innesca il paradossale cortocircuito, nonostante tutti gli animali che vivono alla Sfattoria siano sani e registrati come non destinati alla produzione animale. Tradotto: non diventeranno mai carne da macello.

Massimo, Arianna ed Emanuele, insieme a tutti gli altri volontari di rifugi e santuari, spiegano che stanno cercando da tempo di instaurare un dialogo con la politica e le istituzioni per ottenere il riconoscimento giuridico di queste strutture, ma per ora questo non è mai avvenuto.

La storia di Paola, la fondatrice del rifugio

Paola Samaritani, responsabile del rifugio la Sfattoria degli Ultimi
in foto: Paola Samaritani, responsabile del rifugio la Sfattoria degli Ultimi

Nel frattempo le ore passano, le notizie e le indiscrezioni – non sempre verificate – si susseguono e il sole, di punto in bianco, sta tramontando sui campi dorati. Finalmente Paola, che è il vero cuore e l’anima del rifugio, può prendersi un momento di pausa. Un’altra giornata sta volgendo al termine e il clima al rifugio è inevitabilmente meno teso.

Questo posto l’ha costruito lei da zero, anche se mentre ce lo racconta non sembra volersi prendere troppi meriti. Prima del rifugio era un terreno abbandonato, ma ora ha dato finalmente un nuovo scopo e una nuova vita al terreno, agli animali e a lei stessa.

Per Paola il supporto emotivo e relazionale ricevuto da alcuni maiali è stato fondamentale
in foto: Per Paola il supporto emotivo e relazionale ricevuto da alcuni maiali è stato fondamentale

I primi grilli iniziano a cantare e Paola continua a raccontarci la sua storia difficile. Ha perso il suo compagno a causa di una grave malattia nel giro di pochi mesi: sono stati momenti terribili e di grande sconforto, dove solo grazie a una terapia sperimentale e al supporto emotivo di un maialino vietnamita di nome Panela sono riusciti ad affrontare questo percorso terribile.

«Se sono qui è grazie a questi animali, mi hanno aiutato ad affrontare il lutto per la perdita del mio compagno – racconta emozionata Paola – e qualcosa devo anche loro, non potevo perciò tirarmi indietro di fronte ad animali maltrattati, feriti e in difficoltà. La Politica non può ignorare tutto questo».

Per lei i maiali sono molto di più che "semplici" animali da reddito, proprio come un cane, un gatto o qualsiasi altro essere senziente con cui decidiamo di condividere le nostre vite.

Anche in segno di gratitudine, ha iniziato quindi ad aiutare tutti gli individui in difficoltà, diventando un punto di riferimento per le persone che vivono lì e – diciamolo – mettendo anche una pezza alle enormi lacune delle amministrazioni locali, sempre troppo indietro quando si tratta di soccorso e benessere animale.

Paola potrebbe salvarne solo due e le è stato suggerito di risparmiare Dior, il maiale più noto anche ai cittadini romani
in foto: Paola potrebbe salvarne solo due e le è stato suggerito di risparmiare Dior, il maiale più noto anche ai cittadini romani

Quando le è arrivata l’ordinanza di abbattimento le è stato spiegato che poteva salvarne solo due, l’ennesima triste toppa messa in tempo di emergenza per provare a tutelare i tanti suini d’affezione che vivono ormai da decenni nelle famiglie italiane. Come se gli slot emotivi e relazionali nella vita delle persone avessero uno spazio limitato, una memoria non espandibile.

«‘Signora salvi Dior' mi hanno detto», aggiunge Paola. Dior è il maiale diventato famoso perché spesso visto passeggiare per le strade di Roma dai cittadini: «Io ho risposto ‘Cosa'? Come faccio a fare un differenza tra lui e un altro? Se venite qui per abbatterli lui sarebbe il primo per me – racconta – perché mi state chiedendo di salvarlo solamente perché è noto, popolare e quindi non conviene abbatterlo». Anche per gli altri Dior non è un semplice maiale come tanti: ha un nome, una storia e una personalità. Sarebbe davvero troppo pesante ucciderlo.

E tutti gli altri invece?

Arriva la notte al rifugio

Alba Dore coordina e guida l’enorme gruppo di volontari arrivati al rifugio
in foto: Alba Dore coordina e guida l’enorme gruppo di volontari arrivati al rifugio

Nel frattempo il sole è calato, una civetta si fa sentire in lontananza e il presidio si appresta ad affrontare la notte. È il momento più difficile, quello in cui cala l’attenzione e le forze inevitabilmente si riducono. Mentre alcuni volontari si occupano del cibo e di dare un riparo a chi passerà la lunga notte lì, l’assemblea si riunisce tutta intorno ad Alba, una giovane volontaria arrivata per dare una mano al rifugio quasi due mesi fa.

Quando ha saputo dell'ordinanza è arrivata qui con l'idea di restare un paio d'ore: sono già passati 4 giorni.

Anche di notte il presidio resta vigile
in foto: Anche di notte il presidio resta vigile

È lei il punto di riferimento logistico del presidio, perché la sua forza, la sua calma e la sua lucidità sono il collante che tiene compatto e motivato il gruppo. Insieme ai volontari rimasti si organizzano turni di guardia, le strategie e anche i momenti di svago e socialità, indispensabili per tenere alto il morale. L’obiettivo è uno solo: evitare che arrivi qualcuno a sgomberare l’area nell’oscurità.

La notte è fredda e come se non bastasse ci si mette anche un temporale a rendere tutto più difficile, ma, nonostante ciò, trascorre tranquilla: nessuno è fortunatamente arrivato col favore delle tenebre. Alle prime luci dell’alba sono tutti un po’ provati e inumiditi dalla pioggia, ma il morale resta altissimo e il clima è molto più disteso.

Gli animali della Sfattoria e la biosicurezza

Il rifugio ospita circa 130 tra maiali, cinghiali e ibridi non destinati alla produzione alimentare
in foto: Il rifugio ospita circa 130 tra maiali, cinghiali e ibridi non destinati alla produzione alimentare

In tutta questa chiassosa vicenda ci sono poi i veri protagonisti: gli animali, rimasti per tutto il tempo isolati e lontani da occhi, chiacchiere, discussioni e telecamere. La stalla è isolata da ben due zone di quarantena: una rossa, dove possono entrare solo le persone che si occupano degli animali, e una arancione, destinata a giornalisti, politici e telecamere. Ad accompagnarci è Alba, che lascia per un po' l'assemblea per raccontarci le storie e le vite dei maiali e dei cinghiali del rifugio.

Per accedere alla stalla devono essere rispettate rigorose misure di biosicurezza
in foto: Per accedere alla stalla devono essere rispettate rigorose misure di biosicurezza

Per arrivare alla stalla e ai recinti, attraversiamo però ben due corridoi di calce viva, una delle misure di sicurezza che servono a evitare che le persone possano accidentalmente trasportare il virus nei ricoveri degli animali. Costeggiamo la doppia recinzione che isola la stalla da eventuali cinghiali selvatici e arriviamo al portone.

Prima di entrare dobbiamo però infilarci in una tuta protettiva tipo quelle anti-Covid usate negli ospedali, igienizzarci ulteriormente mani e scarpe e poi infilare guanti e calzari protettivi. Sembra quasi di star entrando in una centrale nucleare dismessa.

Tutti gli animali sono sani e microchippati
in foto: Tutti gli animali sono sani e microchippati

Ed eccoli qui di fronte a noi: i maiali, i cinghiali e gli ibridi più famosi del momento. Alba ci racconta le loro storie, quasi sempre cominciate nel maltrattamento e nello sfruttamento. Bastano pochi secondi per capire come ogni singolo maiale possieda una sua personalità, un suo modo di interagire con persone e altri animali e la sua rete di amicizie.

«Queste due femmine sono inseparabili – racconta – i cuccioli sono di quella più piccolina, ma anche quella grossa l'aiuta ad accudirli e allevarli. Lo stanno facendo insieme». Ci sono esemplari di tutte l'età, colorazioni e dimensioni e anche Rosa, un maiale arrivato in coma e che andava abbattuto e che invece i volontari sono riusciti a salvare e tantissimi altri: «Per lei provo un amore speciale» ci ha raccontato Emanuele.

Poi ci sono individui abbandonati, maltrattati, investiti e alcuni piccolissimi e bellissimi cinghiali nati proprio durante i primi giorni di presidio, le cui vite potrebbero essere spezzate da un momento all’altro: «Noi sterilizziamo tutti, tranne ovviamente le femmine che arrivano gravide – prosegue Alba – questi piccolini sono nati tre giorni fa e uno di loro lo abbiamo chiamato ‘Giustizia' perché è quello che vogliamo».

Tutti i maschi sono invece regolarmente sterilizzati
in foto: Tutti i maschi sono invece regolarmente sterilizzati

Sono i maschi a essere sterilizzati come da normative. Non si fanno riprodurre animali qui, una delle tante misure per permettere una vita dignitosa a tutti ed evitare sovraffollamenti. A un certo punto incontriamo un cinghiale davvero speciale: «Lui è Nerino, un cinghiale tripode e con la mascella rotta, andava abbattuto anche lui secondo il veterinario, ma ora corre felicemente insieme a tutti gli altri» spiega Alba.

«Rifugi e santuari vanno riconosciuti, vogliamo solo essere ascoltati»

Uscendo dalla stalla ci raggiunge di nuovo Emanuele. Sembra più rilassato ma probabilmente ancora più stanco del giorno prima. Anche il sole è tornato e tutti gli altri ne approfittano per assorbire un po’ di calore dopo la tempesta. Ci ribadisce, ancora una volta, che tutti – ma proprio tutti – sono aperti a qualsiasi tipo di soluzione per salvare gli animali con cui convivono: «Il nostro unico interesse è salvare la vita di questi animali – spiega – e vorremmo continuare a prenderci cura di loro come abbiamo sempre fatto».

È vero, la Sfattoria è una faccenda molto complicata. C'è per esempio la questione dell'affido del terreno, prima concesso in condizioni di emergenza poi non rilasciato in maniera permanente. Il rifugio sta provando a ottenerlo da anni e sono aperti al confronto.

I rifugi di fatto esistono e hanno un ruolo importante per una fetta cospicua della società
in foto: I rifugi di fatto esistono e hanno un ruolo importante per una fetta cospicua della società

«Noi vogliamo seguire tutte le regole e anche implementare ogni misura di biosicurezza. Vogliono solo essere visti, ascoltati e soprattutto riconosciuti. Nessuno qui nega l’emergenza peste suina o è mosso da pensieri estremisti, chiediamo solo che ci venga detto come fare per continuare a vivere con gli animali in sicurezza, come abbiamo sempre fatto. Diteci cosa dobbiamo fare e la faremo – spiega Emanuele – abbiamo anche microchippato tutti gli animali proprio per renderli tracciabili e riconoscibili».

Ma anche questo non sembra bastare, perché per lo Stato non esistono microchip per maiali ma solo per cani e gatti. Per la legge i maiali sono solo carne in attesa di essere lavorata.

Un sospiro di sollievo verso una nuova alba

Il TAR ha sospeso l’ordine di abbattimento fino al 18 agosto
in foto: Il TAR ha sospeso l’ordine di abbattimento fino al 18 agosto

Proprio mentre tutti sono ancora presi dallo sconforto arriva però il colpo di scena: il TAR ha sospeso l’ordinanza di abbattimento fino al 18 agosto in attesa di ricevere ulteriore documentazione da entrambe le parti. «Siamo felicissimi! Finalmente possiamo respirare per un po', ma non dobbiamo arrenderci. Abbiamo visto solo una battaglia e abbiamo pochissimo tempo a disposizione» commentano tutti al rifugio.

Anche se l'udienza è fissata per il 14 settembre, le parti hanno tempo solo fino al 18 agosto per portare documentazione a sostegno delle proprie tesi. A seguire, su istanza dell’ASL, potrebbe essere emesso un nuovo decreto monocratico che conferma o revoca l'abbattimento. «Ora dobbiamo aumentare al massimo le misure di biosicurezza prima del prossimo controllo. Dobbiamo essere inattaccabili e serve l'aiuto di tutti» raccontano al rifugio.

Il presidio non si ferma, continuerà. C’è da rimboccarsi le maniche e continuare questa battaglia civile non solo per gli animali della Sfattoria, ma per tutti i rifugi e i santuari del paese. Da questa vicenda non dipende solamente il destino degli animali e delle persone che vivono tra queste campagne romane, ma quello di tutti gli animali dei rifugi.

In un modo o nell’altro la vicenda della Sfattoria creerà un precedente che potrebbe cambiare per sempre la vita di rifugi, santuari e animali
in foto: In un modo o nell’altro la vicenda della Sfattoria creerà un precedente che potrebbe cambiare per sempre la vita di rifugi, santuari e animali

In un modo o nell’altro si creerà un precedente storico, che potrebbe travolgere completamente nel bene o nel male tutti i rifugi e i santuari. La notte è ancora molto lunga e quando spunterà il sole ci saranno solo due possibili albe.

O le istituzioni colmeranno il vuoto normativo riconoscendo i rifugi, i santuari e gli animali a cui danno ospitalità oppure una fetta enorme della nostra società sarà colpevolmente tagliata fuori, lasciata indietro senza diritti e senza possibilità di ascolto. La lunga notte alla Sfattoria per maiali, cinghiali, ibridi, volontari e centinaia di migliaia di persone in tutto il paese non è affatto finita.