Dagli ippopotami ai criceti, dalle giraffe ai leopardi delle nevi, dai gorilla ai leoni marini: i veterinari degli zoo di tutto il mondo hanno cominciato a somministrare agli animali loro ospiti un vaccino sperimentale contro la COVID-19, come protezione da quella che temono possa essere per alcuni mammiferi una malattia altrettanto letale come per gli essere umani.

Gli ultimi in ordine di tempo a contrarre il virus dall’uomo, sono stati, la scorsa settimana, due ippopotami dello zoo di Anversa in Belgio. Fortunatamente, Imani e Hermien, questi i loro nomi, hanno avuto sintomi molto lievi, ma altre specie non sono state così fortunate. A novembre tre leopardi delle nevi sono morti per complicazioni legate alla Covid in uno zoo in Nebraska. E altri parchi zoologici hanno segnalato infezioni in gorilla, oranghi, leoni, tigri, puma e iene maculate.

Sebbene sia ormai certo che il virus Sars-CoV-2 abbia avuto origine in un animale, molto probabilmente da un pipistrello, fino a poco tempo fa, comprensibilmente, la maggior parte dell'attenzione scientifica è stata dedicata all’infezione sugli esseri umani. Nonostante questo, però, sin dai primi giorni della pandemia gli scienziati si sono preoccupati anche della possibilità che altri animali potessero essere infettati.

«Abbiamo sempre riconosciuto che i coronavirus hanno questa straordinaria capacità di saltare le specie. Quindi è sempre stato previsto che ci sarebbe stata una varietà di animali domestici, bestiame e potenzialmente animali selvatici che potevano contrarre la malattia», ha affermato Margaret Hosie, professore di virologia comparata presso il Centro per la ricerca sui virus dell'Università di Glasgow.

«Ma il fatto che il virus possa infettare gli animali ha un risvolto molto negativo» prosegue la virologa al Guardian, e cioè che «all’interno di essi potrebbe adattarsi e mutare aumentando la preoccupante prospettiva di nuove varianti più aggressive che potrebbero essere trasmesse alle persone, rendendo inutile il lavoro fatto sull'eradicazione del virus negli esseri umani».

La prima segnalazione di un'infezione animale, ma a seguire ne sono partite molte altre, è arrivata nel febbraio 2020 quando un cane a Hong Kong è risultato positivo, probabilmente dopo averlo contratto dal proprietario infetto. Alcune ricerche, spiegano gli scienziati, hanno suggerito che le infezioni nei cani e gatti sono relativamente comuni. Studiosi olandesi hanno scoperto, per esempio, che nel 20 per cento delle famiglie in cui i pet mate erano risultati positivi al Covid, gli animali domestici avevano anticorpi contro il virus.

Inoltre, dalle specie analizzate, è stato appurato che non tutte sono sensibili allo stesso modo: alcuni animali infettati sviluppano sintomi, generalmente naso che cola, tosse, starnuti o congiuntivite, e la maggior parte recupera senza incidenti. Tuttavia altri, come furetti e criceti dorati, possono ammalarsi più gravemente o addirittura morire come i criceti nani di Roborovski. Al contrario, il pesce rosso probabilmente sembra esserne immune, visto che nessuno ne ha mai identificato uno positivo al virus.