Non sono in pericolo di vita, stanno bene, a parte il naso che cola in maniera eccessiva: nello zoo di Anversa, in Belgio, due ippopotami, Hermien, di 41 anni, la mamma e Imani, di 14 anni, la figlia, si sono ammalati di COVID-19.

«Per quanto ne so, è la prima volta che la contaminazione da coronavirus viene registrata in questa specie», ha affermato Francis Vercammen, veterinario dello zoo, messo in allarme proprio dall’eccessivo muco presente nelle narici dei due animali. «In tutto il mondo, infatti», precisa «questo virus è stato osservato principalmente in altri animali, soprattutto nelle grandi scimmie, nei felini e nei visoni».

Dopo essere risultati positivi, i due mammiferi erbivori sono stati messi in isolamento e nello zoo sono state inasprite le norme di sicurezza e le restrizioni per i visitatori. Come gli ippopotami abbiano contratto la malattia rimane ancora un mistero per i medici del Servizio Veterinario nazionale.

Il recinto, al momento, è stato chiuso e verrà riaperto solo quando Hermien e Imani risulteranno negative. I loro gestori sono risultati tutti negativi al virus e, adesso, prima di avvicinarsi ai due animali, devono indossare mascherine, occhiali di sicurezza e disinfettare le calzature.

Non è il primo caso di contagio in uno zoo: a novembre, per esempio, tre leopardi delle nevi in ​​uno zoo del Nebraska sono morti per complicazioni legate al COVID-19, mentre nove grandi felini hanno contratto il virus allo Smithsonian National Zoological Park di Whasington D.C., a settembre.

Secondo l’American Veterinary Medical Association, come aveva spiegato già allora, trattando il virus con antibiotici e steroidi, la maggior parte degli animali solitamente guarisce rapidamente dal virus.  Ma gli animali possono naturalmente anche essere vaccinati, come hanno già fatto alcuni zoo, tra cui quelli di Oakland e Cincinnati.

Il contagio da Covid-19 sugli animali

Se ancora non ci sono evidenze che gli animali domestici possano trasmettere il coronavirus all'uomo, ce ne sono di più nel caso contrario, ovvero, che l’essere umano possa trasmetterlo all’animale. È l'Istituto Superiore di Sanità, a dichiararlo. I risultati di alcune sorveglianze veterinarie e di alcuni studi sperimentali, confermerebbero, infatti, in particolare «la suscettibilità all’infezione del gatto e del furetto, in misura minore, del cane».

E non solo al ceppo originale, ma anche alle varianti. Come ha documentato uno studio recente pubblicato sulla rivista Veterinary Record che ha confermato l'avvenuto contagio, per la prima volta, di sei gatti e un cane con la variante Alfa inglese, emersa lo scorso anno in Gran Bretagna.

Tra il dicembre del 2020 e il marzo del 2021, i veterinari del Ralph Veterinary Referral Centre di Marlow, hanno notato un aumento nel numero di cani e gatti che venivano ricoverati nel centro con sintomi compatibili con una miocardite virale. Ciò avveniva nello stesso momento in cui il numero di contagi provocato dalla variante inglese negli esseri umani stava raggiungendo il picco.

Gli autori dello studio, insospettiti, hanno deciso di testare gli animali e, di quelli studiati, in tutto sette, tre sono risultati positivi. Ulteriori analisi, hanno poi confermato che l’infezione era causata proprio dalla variante Alfa di Sars-Cov-2. Ma non solo: tutti gli animali studiati erano stati contagiati dai loro padroni e, in nessun caso, era stato registrato il contrario, o tra animale e animale.