A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

Quello dell'accumulo compulsivo di animali non è solo un problema che riguarda i singoli ma può riguardare anche gli enti di volontariato che si occupano di animali stessi. Un approccio collaborativo che coinvolga più professionalità e le metta in rete è quello di cui avremo bisogno in futuro per la tutela dei gatti.

L'accumulo compulsivo di animali è un disturbo di natura psichiatrica già trattato su Kodami mettendo in evidenza come riguardi, di solito, persone con storie difficili le quali, nella convinzione di "salvare" i gatti dalla strada, iniziano a stiparli in numeri via via più grandi (dai 20 ai 100 individui e oltre), in spazi confinati, dove diventa impossibile garantire condizioni igieniche basilari, qualità della vita e parametri minimi di benessere.

Quando ad accumulare è un'organizzazione

Ancor meno conosciuto, tuttavia, è l'accumulo compulsivo di animali da parte di organizzazioni con riconoscimento legale sotto forma di associazioni di volontariato che dovrebbero occuparsi proprio di tutelare il benessere di cani e gatti. In questi casi l'accumulo si esprime in termini di accoglienza indiscriminata (cioè senza tener conto della storia e delle attitudini sociali) e perenne di animali che finiscono per vivere in spazi angusti, con alti tassi di promiscuità e in condizioni psico-fisiche precarie, senza che ci siano reali politiche di adozione a favore degli stessi perché i gestori dei rifugi – coerentemente col profilo dell'accumulatore – ritengono di essere gli unici a potersene occupare degnamente.

Uno studio del fenomeno

Uno studio canadese pubblicato nel 2019 sul Journal of Feline Medicine and Surgery e condotto dall'Ontario Veterinary College, in collaborazione con la Toronto Human Society (THS) – un'associazione di beneficenza che si occupa di animali e rifugi per ospitarli – e con la JVR Shelter Strategy di Belmont, ha iniziato a fare luce su questo fenomeno trascurato e di cui poco si parla.

Lo studio ha preso in esame 371 gatti accolti dalla THS dal 2011 al 2014, provenienti da comunità che comprendevano dai 10 ai 77 gatti. 9 di questi gruppi originavano da accumulatori non-istituzionali, ovvero privati che con l'aiuto di alcuni intermediari sociali avevano deciso di cederli, e 3 accumulatori istituzionali, ovvero rifugi che si occupano di gatti senza dimora.

L'accumulo è sinonimo di sofferenza

I risultati hanno evidenziato il fatto che l'esperienza di accumulo, dal punto di vista del gatto, è un continuum di sofferenza e di malessere, indipendentemente da dove viene vissuta.

Infatti il 38% dei gatti soffriva di infezioni alle prime vie respiratorie e il 30% aveva patologie dermatologiche, risultati compatibili con il fatto che l'accumulo implica un enorme livello di promiscuità, associato spesso a condizioni igieniche assai precarie e, a volte, ad una dieta totalmente inadeguata.

L'ambiente rifugio peggiora la sofferenza

Tuttavia, mettendo a confronto gatti provenienti da situazioni di accumulo istituzionali e non, è risultato che i primi soffrissero in una percentuale maggiore di infezioni alle vie urinarie, un problema tipicamente associato a condizioni di stress cronico. In altre parole, quando a perseguire l'accumulo è un ambiente tipo rifugio, i gatti si ammalano più gravemente e questo è probabilmente correlabile con una maggiore densità di popolazione. Risultati simili sono stati riscontrati anche rispetto all'incidenza del virus da immunodeficienza felina (FIV).

D'altra parte, confrontando i gatti provenienti da accumulo e non, si è visto che il tempo di permanenza presso il THS e i tassi di adozione relativi erano comparabili, anche grazie alla giovane età dei primi che ha agevolato la guarigione e il superamento delle pessime condizioni mediche.

Gli autori concludono lo studio mettendo in evidenza come sia importante prendere in maggior considerazione il fenomeno degli accumulatori istituzionali perché in grado di inserirsi in quel continuum di sofferenza tipica dei gatti che hanno subito questo genere di destino.

I danni non sono solo fisici

Va notato, fra l'altro, che lo studio ha preso in esame esclusivamente i danni fisici provocati da questo tipo di esperienza e testimoniate dalla presenza/assenza di malattia. Non c'è stata una investigazione su quelli che sono i danni a livello psicologico e le difficoltà che questi gatti dovranno poi affrontare per inserirsi in famiglia o in un contesto che li porti a vivere in stretta prossimità con l'uomo.

L'esperienza di molti rifugi coinvolti in accoglienze di questo tipo, infatti, insegna che i gatti risultano spesso poco o affatto socializzati, incapaci di esprimere in maniera costruttiva delle strategie di comunicazione e convivenza con l'uomo che vadano al di là del rintanarsi ed eludere qualunque forma di contatto. Il danno fisico, dunque, non è l'unico a dover essere preso in considerazione ma andrebbe valutato anche quello psicologico che diventa poi ostacolo per eventuali adozioni successive.

Promiscuità è malattia

Ma la riflessione a monte che andrebbe fatta è che, qualunque sia l'origine, i gatti soffrono e stanno male quando vengono costretti a vivere in grandi numeri e, magari, in spazi angusti. La loro propensione ad esprimere il disagio attraverso il deposito di urine e feci li porta ad essere animali ai quali è difficile garantire condizioni igienico-sanitarie adeguate in presenza di forte stress. E la promiscuità, le alte densità in spazi confinati sono eccezionali sorgenti di stress sociale.

Il futuro è multidisciplinare

Probabilmente, in futuro bisognerà imparare a creare delle reti multidisciplinari di professionisti (psichiatri, psicologi, veterinari, etologi, assistenti sociali, comportamentalisti) in grado di riconoscere queste situazioni e di operare in collaborazione tra loro, con i Comuni e con gli enti di beneficienza per affrontare la natura sfaccettata di questo fenomeno che richiede di aiutare i gatti, aiutare le persone che soffrono di disturbi psichici ed aiutare le rispettive comunità a comprendere questo fenomeno e a denunciarlo senza colpevolizzare ma coinvolgendo enti preparati e competenti nel gestirlo.

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