Ci sono alcuni cani dentro i rifugi che non rispecchiano sicuramente le aspettative dell’adottante medio. Non sono iper socializzati alle persone, non amano il contatto e le coccole, non cercano i comfort che una persona vorrebbe per loro. Sono per questo invisibili alle visite dei futuri adottanti che arrivano a conoscere i cani nelle strutture. Eppure possono essere compagni eccezionali.

Nel rifugio “Dog Ranch” di Evelina Gasperi ed Erik Leotine, capitano anche cani che provengono da sequestri e diventano degli ospiti: per l’esattezza sette, tutti consanguinei e imparentati. L’Animal Hoarding ( disturbo da accumulo compulsivo di animali) è una patologia per la quale le persone iniziano ad accumulare un gran numero di animali, raccogliendoli e accogliendoli nelle loro abitazioni in modo compulsivo, senza potergli però fornire neanche gli standard minimi di benessere in termini di nutrizione, cure e igiene.

Kiwi e Chanel sono giunti con i loro 5 fratelli al rifugio in condizioni pessime e i ragazzi hanno subito cercato per tutti loro una sistemazione attenta con le necessarie cure del caso. Vivevano in una situazione davvero complessa, in una casa in cui una persona li teneva insieme ad altri trenta animali. Un essere umano che vive nelle condizioni in cui questi cani e lui stesso è stato ritrovato è sicuramente una persona che ha diversi problemi ma che viene aiutata solo quando le sue condizioni di vita rendono impossibile la vicinanza con altra gente a causa del cattivo odore, degli abbai e della gestione dei cani stessi. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che fa scattare i primi sospetti: molti di loro, nel caso specifico, vivevano infatti in casa, rintanati, senza la possibilità di mettere il naso fuori. Altri, invece, probabilmente spinti da un istinto di sopravvivenza maggiore, avevano iniziato a scappare ma poi venivano costantemente ripresi e rinchiusi. Forse la fortuna di Kiwi e sua sorella è stata proprio nel fatto che nonostante tutto erano riusciti a vivere alcuni spiragli di libertà. Erik mi racconta che i due fratelli non hanno assolutamente nessun contatto con le persone ma che non le rifuggono: non hanno quindi delle vere e proprie paure o dei deficit tali da prendere distanza dagli umani ma temono proprio di essere “ ingabbiati”, chiusi, accalappiati, contenuti. Il Dog ranch è un posto che permette ai cani di stare in spazi veramente ampi e Kiwi e Chanel così possono essere gestiti in modo da non fargli vivere ulteriori pressioni rispetto ai traumi del passato. Per loro due essere il frutto dell’incuria e del sequestro, forse, si è rivelato in qualche modo un ponte verso una possibilità futura.

L’arrivo al rifugio e la conoscenza coi ragazzi

Kiwi al Dog Ranch
in foto: Kiwi al Dog Ranch

L’arrivo dei cani al rifugio è stato di difficile gestione inizialmente, ma Kiwi e Chanel sebbene siano cani estremamente indipendenti non disdegnano la vicinanza delle persone e di altri cani. Sicuramente sono meno tolleranti dei cinque fratelli andati in adozione ma si sono aperti molto… «a patto che non li si tocchi», sottolinea Erik. Chanel subisce molto il contatto ma nell’ipotesi che si debba manipolarla, lei tutto sommato, suo malgrado, si lascia toccare. Kiwi invece no: ti controlla le mani, ti segue negli avvicinamenti e non vuole in nessun modo essere avvicinato. Kiwi ricorda bene la sua prigionia in quella casa e non può scendere a compromessi con le persone se non con il tempo e tanta, tanta pazienza e fiducia. È un cane davvero carino esteticamente, con un assetto un po’ trasandato per via del suo essere restio anche alle operazioni di pulizia e taglio del pelo, il che lo rende insieme ai suoi occhi fieri, un bello e “dannato” per dirla come un film. Entrambi sono cani che hanno accolto di buon grado la sistemazione al Dog Ranch e non sono certo animali che vivrebbero comodi su un divano: a loro non interessa. Kiwi e Chanel sono due cani rustici, che amano correre, perlustrare su grandi spazi, trottare, buttare il naso per terra, condividere delle avventure a patto che ognuno stia al suo posto. Chissà se un giorno vorranno fidarsi al punto tale da lasciarsi toccare ma poi, detta fra noi, è davvero così essenziale avere un contatto fisico con i cani e sederci insieme su un divano? Siamo certi che a tutti i cani interessi condividere gli spazi in maniera così intima con noi? Mentre chiacchiero con Erik, lui mi dice che Kiwi e Chanel non sono andati in adozione proprio per questo motivo: non incarnano in nessun modo il ruolo del cane da compagnia come i più lo intendono. Gli piace mantenere distanza, fare esperienze insieme nel rispetto della propria natura,  non sono assolutamente aggressivi ma non indosseranno mai pettorina e guinzaglio, nè gli si potrà spazzolare il pelo. Non vogliono starti accanto sul divano mentre guardi la tv, non ti verranno vicino mentre sei a tavola a mangiare e non li convincerai a rientrare se fuori sta piovendo. Quando arrivi al rifugio, Kiwi e Chanelle del resto non vengono incontro a farti le feste scodinzolando ma si prendono qualche metro per osservarti, per capire se avrai rispetto del loro mondo e di come loro intendono la vita e la libertà.

Perché ci aspettiamo dai cani sempre qualcosa? Rompere dei pregiudizi

La maggior parte di noi intende la propria vita con un cane sulla base di alcuni bisogni di relazione che aprono delle dimensioni di incontro con quell’animale. Non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi! Noi istruttori ci ritroviamo a fare dei match coi futuri adottanti proprio cercando di far collimare bisogni e necessità di ambo le parti. Per questo cani come Kiwi e Chanel spesso non vengono neanche proposti agli adottanti, perché sappiamo che il contesto di vita, familiare e ambientale in primis, non può dargli quello di cui la loro soggettività ha bisogno. E a tutti coloro che spesso ci accusano di non voler far adottare i cani, di essere molto pignoli, di mettere tante condizioni alle adozioni e che chiamano il più delle volte dopo aver visto una foto su un social ma leggendo solo un terzo di quello che scriviamo come assunti basilari per adottarli, vorremmo rispondere che il nostro lavoro non è una gara a quanti cani facciamo adottare.

L’obiettivo è che i cani in una struttura non solo non ci rientrino ma che possano essere adottati in maniera definitiva quando sussistono le condizioni adatte al loro benessere psico fisico. A Kiwi e Chanel non interessano le case comode e se qualcuno gli comprerà la migliore delle pappe in commercio. A loro interessa potersi esprimere liberamente, senza forzature, senza ripiombare in una prigionia come quella da cui arrivano che forse non sarà fisica se avrete una bella casa con giardino ma potrebbe comunque essere mentale.

A volte ci chiamano persone a cui sono negate delle adozioni perché il cane vivrebbe in esterno: noi diciamo sempre, ogni santa volta, “dipende!”. Ci sono cani che non vivono la vita in esterno come una forma di isolamento sociale dalla famiglia, che hanno delle caratteristiche a volte di razza altre volte apprese rispetto la loro biografia che invece preferiscono di gran lunga proprio starsene fuori!

E allora fatevi avanti, signore e signori: se possedete dei bei spazi ampi in esterno, se non misurate il vostro affetto con la lunghezza del divano da condividere con un cane, se vi piace passeggiare e vivere all’aria aperta, siete i candidati ideali per questi fratelli che vorremmo tanto far adottare in coppia. Non sono cani per tutti, certo, ma anche voi sarete degli adottanti fuori dagli schemi e questo non può che essere un bel complimento!

Per tutti i Kiwi e le Chanel col loro pelo arruffato là fuori e nei rifugi, noi speriamo che ci siano altrettante persone fuori dal comune che sappiano guardare la loro unicità e scegliere di condividere un pezzo di strada insieme con questi cani. Senza aspettative: non sarà l’amore e la fiducia probabilmente a riempire quello spazio che si prenderanno da voi ma vi potrete dimostrare reciproco affetto, in tanti altri modi.

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