«Il nostro rapporto con la natura si è rotto. Ma le relazioni possono cambiare. Quando proteggiamo la natura, siamo la natura che protegge se stessa». E' con questo testo postato sul suo account Twitter che Greta Thunberg accompagna il cortometraggio realizzato con "Mercy For Animals", associazione che ha come mission «l'impegno a sradicare il nostro crudele sistema alimentare e a sostituirlo con uno che non sia solo gentile con gli animali ma essenziale per il futuro e la salute del nostro pianeta e di tutti coloro che lo condividono».  Il video è stato diretto dal regista Tom Mustill e prodotto dalla Gripping Films Production e il soggetto nasce da un'idea di Greta che ha voluto puntare a quanti danni causa alla nostra stessa specie la produzione intensiva di alimenti di origine animale e all'attuale sistema di produzione agricola legata al fabbisogno alimentare umano.

Greta Thunberg: «Se non cambiamo, siamo fottuti»

«Mi piacerebbe "unire tutti i puntini", perché è ora di affrontare la situazione e dirlo chiaramente: se non cambiamo siamo fottuti». In cinque parole, una di fila all'altra, si racchiude l'essenza di un discorso in realtà molto più complesso e articolato con cui Greta torna in video per esprimere in un corto della durata totale di 5 minuti e 18 secondi un messaggio che più chiaro di così non si può. L'appello dell'attivista svedese questa volta è focalizzato sull'importanza di dare valore alla relazione che l'uomo deve avere con le altre specie che abitano il Pianeta per una condivisione basata sul rispetto, la cura e la tutela. Greta torna con forza alla sua battaglia e a quella di milioni di persone che grazie a lei sono scese in piazza ogni venerdì in epoca pre pandemia con i cosiddetti "Frydays for future". Un'intera generazione di giovanissimi, soprattutto, che ha posto al centro dell'attenzione mondiale la drammatica situazione in cui abbiamo ridotto la Terra.

Il primo punto: la crisi sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19

Il video si apre con un'immagine intima della diciottenne mentre accarezza Moses, il suo Labrador, sul divano di casa. Non è la prima volta che compare insieme a lui e all'altro cane che vive con lei, un Golden Retrivier di nome Roxy. Dallo spaccato casalingo, indossando una mascherina che poi toglierà, il discorso subito si allarga al mondo e le sue parole vanno dritte al punto, ricordando che la Covid-19 è una zoonosi: «Fino al 75% di tutte le nuove malattie provengono da altri animali. Potrebbero esserci ancora molte cose che non sappiamo sul modo esatto in cui hanno origine queste pandemie. Tuttavia, sappiamo certamente che sono legati al modo in cui trattiamo gli animali. In un futuro mondo vegano, non ci sarebbero allevamenti intensivi, mercati di animali, zoo e commercio di animali selvatici. In un mondo del genere, le condizioni per l'insorgenza di tali malattie sarebbero notevolmente ridotte. La prossima pandemia potrebbe essere molto, molto peggio ma possiamo cambiare».

Il secondo punto: allevamenti e agricoltura intensiva

L'aspetto dell'alimentazione o, meglio, di come la società moderna produce cibo di derivazione animale è l'altro "puntino nero" su cui Greta traccia il percorso verso la consapevolezza. «Noi vegani parliamo spesso degli effetti dell'agricoltura animale sulla vita degli animali e sul clima del pianeta. Ma non dobbiamo dimenticare come colpisce direttamente gli esseri umani per il modo dispendioso in cui monopolizza la produzione alimentare. In un mondo vegano, saremmo in grado di produrre molto più cibo con meno terra e acqua, e sarebbe anche più sano. I ricercatori dell'Istituto per l'ambiente dell'Università del Minnesota lo hanno studiato nel 2013. Hanno concluso che i terreni coltivati ​​esistenti potrebbero sfamare quattro miliardi di persone in più eliminando biocarburanti e mangimi per animali. L'83% della terra agricola del mondo viene utilizzata per nutrire il bestiame. Eppure, il bestiame fornisce solo il 18% delle nostre calorie. Se continuiamo così esauriremo terra e cibo e non ha senso».

Il terzo punto: la crescita della popolazione umana come maggiore causa della perdita di biodiversità

Al terzo puntino Greta unisce la pandemia e lo spreco alimentare con il massacro degli animali e la conseguente devastazione del Pianeta alla perdita della biodiversità: «In tutto il Pianeta è una preoccupazione condivisa da tutti gli ambientalisti. La perdita della biodiversità non è principalmente causata dall'uso di combustibili fossili, dall'industria dei trasporti o dal consumo di energia ma dalla crescita della popolazione umana e dai modi dispendiosi con cui produciamo cibo per nutrirci tutti. Se continuiamo a produrre cibo come stiamo facendo distruggeremo anche gli habitat selvaggi della maggior parte delle piante e degli animali, condannando innumerevoli specie all'estinzione: il ché fa davvero schifo. Gli animali sono il nostro sistema di supporto vitale. Se li perdiamo, saremo persi anche noi».

Il quarto punto: la crisi climatica

La linea che unisce i puntini ne raggiunge uno caro all'attivista che nel 2019 è stata nominata "la persona dell'anno" da Time: la crisi climatica e la necessità di un cambiamento a livello politico mondiale.  «Quando pensiamo ai "cattivi" della crisi climatica, ovviamente, immaginiamo le aziende di combustibili fossili. Ma l'agricoltura e l'uso del suolo insieme rappresentano circa un quarto delle nostre emissioni: un dato enorme. Non deve essere così: se passiamo a una dieta a base vegetale, possiamo risparmiare fino a 8 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno. Possiamo nutrirci con molta meno terra e la natura potrebbe riprendersi. Questo sistema deve cambiare e possiamo ancora risolvere il problema perché noi siamo parte della natura».

Il quinto punto: la sofferenza degli animali

Greta ritorna poi al motivo stesso per il quale ha deciso di realizzare il video, ovvero attirare l'attenzione delle persone sugli animali e, anche in questo caso, le sue parole sono dirette e si basano su dati che riporta attentamente, lì dove il pathos delle immagini rende tutto a livello comunicativo ed emozionale di grande impatto: «Ogni anno uccidiamo più di 60 miliardi di animali, esclusi i pesci, il cui numero è così grande che misuriamo la loro vita solo in base al peso. E i loro pensieri e i loro sentimenti?… Il 70% degli animali che alleviamo vive all'interno delle fabbriche. Negli Stati Uniti, parliamo del 99% degli esemplari. Le loro vite sono brevi e terribili. Sapere tutto questo è devastante ("hearth breaking" in lingua originale) ma la consapevolezza è la nostra opportunità per cambiare le cose: sappiamo cosa fare, possiamo modificare il mondo in cui produciamo, possiamo cambiare ciò che decidiamo di mangiare e come trattare la natura».

Ora che lo sai, tu cosa intendi fare?

Ci siamo abituati a vedere Greta far valere le sue idee, sempre con cognizione di causa, di fronte ai politici più potenti del mondo. L'abbiamo vista all'Onu a 15 anni presentarsi così: «Il mio nome è Greta Thunberg e ho 15 anni. Vengo dalla Svezia e parlo a nome di "Climate Justice Now"» per iniziare poi un lungo viaggio nella vita e nel mondo per sensibilizzare di milioni di persone che hanno accolto il suo appello al cambiamento per salvare il nostro Pianeta. Questa volta, però, Greta non si rivolge a chi governa gli Stati e a chi ha il potere decisionale sul nostro destino ma da quel divano su cui ha iniziato il video, ancora accarezzando Moses, entra dritta nelle case di tutti gli abitanti del Pianeta e a noi rivolge la domanda finale del suo video: «alcuni di noi hanno molte scelte, altri non ne hanno proprie. Chi ha potere ha responsabilità e la maggior parte di noi può fare qualcosa. Così, tu cosa farai?».

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