Ogni anno sono più di 700mila in Italia, e circa 12 milioni in Europa, gli animali vittime di atroci sofferenze, perché utilizzati dalla ricerca come cavie per test e sperimentazioni.

Solo il 30 per cento, però, degli esperimenti riguarda la medicina. Il restante riguarda prove per testare prodotti cosmetici, industriali (detersivi, saponi, inchiostri, ecc.) o per prove psicologiche comportamentali.

Ma com’è possibile che nel 2021, nonostante i livelli di tecnologia estremamente avanzati che si sono raggiunti, si debba ancora utilizzare questa pratica?

Per questo il 24 aprile si celebra la Giornata Mondiale per gli animali da laboratorio: per sensibilizzare, una volta di più, l’opinione pubblica sul tema della sperimentazione e per far sapere che è possibile sostituire queste violente tecniche scientifiche con altre altrettanto all’avanguardia, ma Cruelty Free.

Istituita dalla National Anti-Vivisection Society di Londra nel 1979, oggi è riconosciuta come Giornata Mondiale dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e continua a essere celebrata perché, nonostante le chiare indicazioni della Commissione Europea e delle leggi vigenti che sanciscono la priorità dei metodi alternativi, il fenomeno presenta ancora dimensioni impressionanti.

Tutte le tecniche di ricerca che prevedono l’impiego di animali vivi a scopo scientifico, vengono definite dal Ministero della Salute italiano, che si occupa di autorizzare le procedure che coinvolgono gli animali, "sperimentazione animale". Ma il significato è lo stesso di vivisezione, solo che questo termine fa più paura.

Generalmente gli animali che vengono impiegati in Italia, comprendono cani, gatti, primati, roditori, furetti, capre, bovini, suini, rane e pesci, solo per menzionarne alcuni. E i numeri ( i 700mila e più) si riferiscono a dati resi noti nel 2017, perché da allora non sono mai state comunicate cifre più aggiornate.

L'ultimo report, diffuso dallo stesso Ministero, mostra una leggera diminuzione del numero complessivo degli animali rispetto agli anni precedenti, ma registra però un aumento nell’uso di cani e un’impennata nell’impiego dei macachi.

Dal punto di vista della sofferenza inferta agli animali, guardando alcuni dei protocolli elencati dal Ministero della Salute che descrivono gli esperimenti, vengono i brividi: ulcere, lesioni cerebrali, danni cerebrali acuti, danni renali cronici e molte altri ancora. A queste agghiaccianti definizioni, vanno sommate le sperimentazioni per le quali i laboratori autorizzati chiedono e ottengono di poter evitare il ricorso all’anestesia.

Ma nonostante centinaia di testimonianze di ricercatori e scienziati evidenzino l’alto indice di fallimento di questa pratica e la legge dica che i metodi senza animali sono da considerarsi totalmente prioritari perché rapidi, efficaci e affidabili, queste povere bestie sono ancora chiuse negli stabulari dei laboratori.

In teoria, la Direttiva Europea 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici che è stata recepita in Italia dal decreto legislativo 26/2014, punterebbe a limitare quanto più possibile la sperimentazione animale e a eliminarla completamente nei casi in cui non sia necessaria, raccomandando, come già detto, metodi alternativi o l’uso di animali solo come ultima possibilità.

Purtroppo, però, non è così. Basti solo pensare alla differenza di finanziamenti stanziati tra quelli per i progetti che utilizzano animali, che superano il miliardo di euro, e quelli per i modelli alternativi, che ammontano a sei milioni, destinati peraltro al triennio 2020-21-22.