Caro Fiorello, avrai altro a cui pensare questa mattina. Gli ascolti, le critiche, i commenti e chissà quanti messaggi a cui rispondere privatamente e pubblicamente per la tua ennesima performance al Festival di Sanremo. Ci mancava solo che qualcuno, la sottoscritta, decidesse di scriverti sulle pagine di Kodami per chiederti di fare una riflessione insieme su quello che hai detto sui Pitbull e pregarti, se vorrai, di condividerla anche tu pubblicamente per fare un passo indietro. Anzi, un passo in avanti per dare una voce diversa, rispetto a quella che hai voluto imitare, ai Pitbull che a migliaia vivono dietro le sbarre dei canili italiani.

E' tardi quando ritorni per la seconda volta nella prima serata del Festival all'Ariston. Porti con te il solito carico di simpatia, pronto a un altro siparietto con Amadeus. Questa volta decidi però di parlare anche di cani e scegli una razza che porta con sé un grande stigma. E tu proprio su quello decidi di ironizzare, coniando un termine che sarebbe davvero perfetto se utilizzato per un altro motivo. Dici: «Non voglio fare del pitbullisimo», connotando questo termine di qualcosa che purtroppo esiste, ovvero il razzismo nei confronti dei cani che appartengono in generale ai Terrier di tipo bull, che sono appunto visti dalla maggioranza delle persone come cani pericolosi e aggressivi.

E quello che fai, poi, nella tua breve gag è proprio rimarcare questo preconcetto dovuto in realtà alla poca conoscenza della razza. Un'ignoranza che ha portato e ancora purtroppo porta a far sì che si pensi che Pit e simili siano delle "bestie pericolose" e basta e che, cosa ben più grave, ha fatto sì che molti soggetti di questo tipo siano finiti dai divani di casa (bene che gli è andata) o spesso da una vita a catena dentro box di cemento. Abbandonati per sempre nei canili, perché presi appunto come "status symbol" e non valutati per una parte fondamentale della loro personalità: l'attaccamento all'umano di riferimento che per loro vale più di qualsiasi altra motivazione.

Tu hai detto:

«Quando entri nel mondo del canismo vai fuori e incontri le persone con gli altri cani. Quando incontri quello che ha il Pitbull, adesso non voglio fare del pitbullismo, ma tu lo vedi… Lui arriva con il Pitbull: tu arrivi e lui si ferma e il Pitbull si ferma… Quelli che hanno il Pitbull sono carini perché elogiano la bontà del cane: "Guarda è buonissimo!". Ma mentre lui dice questo il cane è fermo, ti guarda (imita cane con la faccia alterata ndr) e tu sei lì, lo guardi e… sì… è molto buono (fa chiaramente capire che percepisce paura ndr) e lui… sì è buonissimo… "Ma tu non sai con i bambini!" (dice l'altro con il Pitbull ndr)e io faccio: "Ho una comunione la prossima settimana me lo presti?". Il cane però nel frattempo ti guarda e… (di nuovo imitando il cane sempre più "arrabbiato" e facendo una voce tenebrosa ndr) sembra che ti dica: "Sì, sono buono ma fai qualcosa che giustifichi il mio essere Pitbull».

Nelle tue parole, però, c'è anche una grande verità che emerge chiaramente se si ha la fortuna di incontrare una persona che davvero prima di decidere di dividere la propria vita con un Pitbull, un Amstaff o incroci di queste razze ha scoperto. La storia del Pitbull è antica e travagliata e affonda le sue origini nell’Inghilterra del 1600. Questa razza è stata selezionata ed allevata per combattere, passando dall’essere un piccolo gladiatore a animale da spettacolo e da lavoro sino ad arrivare al cane da compagnia che conosciamo oggi. Il Pitbull è un cane sensibile ma bisogna conoscere a fondo le sue motivazioni prima di adottarlo.

Ed ecco allora che tu, Fiorello, puoi essere d'aiuto davvero a chi sta pensando di adottarne uno e soprattutto a chi da anni lavora con grande sensibilità e enorme frustrazione nei canili italiani in cui questi animali sono la presenza più grande perché si arrivi a sfatare il mito del cane cattivo: non esistono cani aggressivi “di default”, nemmeno il Pitbull lo è. Su Kodami lo abbiamo scritto proprio nella scheda della razza che abbiamo pubblicato: «Troppo spesso sono gli esseri umani che mettono i cani nelle strette condizioni di reagire in malo modo. Sono animali spesso incompresi che per potersi esprimere o difendere devono ricorrere a reazioni anche estreme e molto violente, talvolta letali. Per poi finire, ingiustamente, il resto dei loro giorni nella fredda gabbia di un canile. A dispetto del suo aspetto e della sua fama, il pitbull è un cane sensibile: è facile che venga travolto dalle conseguenze di stress eccessivo, con conseguenze importanti sia sul lato fisico che psichico. Comprenderlo, e non metterlo in condizioni pericolose è fondamentale per vivere felici con lui».

Aiutaci Fiorello, porta anche tu un messaggio diverso: usa quel termine, "pitbullismo" per fare una grande operazione mediatica e culturale che noi cerchiamo di fare ogni giorno su questo magazine sin dall'inizio. Come quando abbiamo raccontato la storia di Libano: «Un cagnone fiero, serio e dal cui sguardo profondo trapelava tutto il suo passato pesante: quegli occhi che spesso hanno i Pitbull e che rivelano quanto questi cani siano tanto possenti nell’aspetto fisico quanto fragili come cristalli dentro». Una storia che si è conclusa per il meglio ma che purtroppo non è rappresentativa della misera esistenza che conducono tanti suoi simili in ogni parte del nostro Belpaese in cui terminano le loro vite senza una persona che li apprezzi per quello che sono.

Se vorrai, anzi, al posto di condividere queste parole ti chiediamo di fare qualcosa che può essere davvero utile per un Pitbull in particolare e che rappresenta proprio quelle storie che non vanno a buon fine come accaduto a Libano. Si chiama Kei e in redazione per noi è davvero un chiodo fisso perché seguiamo la sua storia dal primo momento e non siamo ancora riusciti ad aiutare concretamente lui e le persone che se ne prendono cura. Kei è stato ritrovato in condizioni pietose ormai più di un anno fa. Era in fin di vita accanto a una valigia rossa, aveva ingerito pietre e ha subito diversi interventi. La sua storia aveva colpito tante persone eppure è ancora senza una famiglia. Siamo andati a Trani a conoscerlo e a parlare con le splendide persone della sezione locale di LNDC che gli sono sempre accanto e che anche attraverso noi cercano ancora la persona ideale che possa andare bene per lui.

Ecco, se tu volessi dare una mano a Kei per avere un futuro in cui poter condividere la vita con un essere umano che possa essere davvero un suo punto di riferimento la parola "pitbullismo" si trasformerebbe immediatamente in un termine che contiene un messaggio positivo e pieno di buoni auspici per i tanti Kei di tutto il mondo.

Sai, Fiorello, è vero che chi davvero vive con un Pit e lo conosce fino in fondo non potrà raccontarti altro che quello che tu hai detto per far ridere i milioni di telespettatori che stavano guardando in quel momento te e Amadeus: «E' buonissimo». Sì, i Terrier di tipo bull lo sono se gli si concede di esprimere i loro desideri e i loro bisogni che sono, in fondo, semplici: condividere la vita insieme nel rispetto degli altri, certo, ma prima di tutto di se stessi.