Avevo saputo della storia di Artù qualche giorno prima: era un cane da caccia, di quelli che passa i suoi anni migliori a dare una mano nelle fredde mattine invernali a gente che imbraccia fucili e si diverte a sparare. Tante volte avevo avuto a che fare con i cacciatori della zona e purtroppo quasi mai avevo trovato persone disposte a dialogare. Sapevo che Artù era andato a caccia col suo “padrone” per anni e che iniziava ad avere una certa età: nessuno della famiglia poteva più occuparsi di lui e sarebbe finito in canile di lì a pochi giorni. Facendo un rapido calcolo nella mia testa, la mattina che lo avrebbero portato al rifugio ci sarei stata proprio io e già mi assillavano i pensieri terrificanti di me che avrei voluto gridare a queste persone improperi di ogni sorta e che, invece, mi sarei dovuta limitare a starmene in silenzio.

Il nostro Paese permette tutto questo: permette che dopo 12 anni di onorata carriera e vita di famiglia, un cane, nel momento di maggior bisogno e vulnerabilità, venga portato in canile come un paio di scarpe rotte che non si possono più usare. “Rinuncia di proprietà per seri e comprovati motivi” si chiama.  Dovevo fare appello a tutto il mio autocontrollo ma la rabbia e la frustrazione sarebbero state dure da digerire. Quella mattina scese dall’auto una signora minuta, con un abbigliamento che non si confà di certo al fango e alla polvere di un rifugio in mezzo le campagne: il tempo di scambiare qualche battuta, prendere in una mano il libretto del cane e dall’altra un guinzaglio finissimo e vederla andar via. Mi fermai con Artù qualche minuto ad osservarla: lei non si voltò. Mai. Nemmeno mezza volta.

Artù, il setter che amava il divano

Il setter di nome Artù, gran figlio di cani campioni e genealogia di alto rango, non ci mise molto ad ambientarsi. Eravamo tutti convinti che  dopo tanti anni di vita in famiglia e contatto con le persone avrebbe dato i segnali tipici di un cane che non capisce come mai si ritrova in un posto simile e del perché altre decine di cani come lui abbaino senza sosta da mattina a sera. Forse complice un principio di anzianità, Artù si era invece rapidamente e bellamente ambientato ai ritmi del rifugio. Per lui erano tre le cose che non dovevano mai mancare: il cibo, la coperta su cui stendersi al tiepido sole di primavera e quella irrefrenabile voglia di spingersi oltre ogni confine immaginabile guidato dal suo naso.

Quello di Artù era un prodigio di ingegneria più che un naso: era capace di star fuori un’ora e ripercorrere tutto il percorso che nella notte avevano fatto gli animali selvatici intorno al canile, perderne la traccia per pochi istanti e annusare l’aria fino a recuperare di nuovo il cono d’odore e ripartire come una fuoriserie. Quando era il mio turno, sapevo sempre che un’ora non sarebbe stata sufficiente e pur non volendo togliere nulla agli altri cani, mi lasciavo del tempo in più per quel vecchiarello e a volte mi tiravo dietro i rimproveri di altri. Viviamo spesso nell’idea che un cane anziano in canile debba stare semplicemente tranquillo, senza fare troppi sforzi, godendosi la vita in serenità e sperando in una adozione. E se non fosse davvero così? Artù aveva energia da vendere ancora, una testa attiva e presente, la voglia di fare e di collaborare che lo avevano già contraddistinto negli anni col suo amico cacciatore. E forse sì: avevano ragione quando mi dicevano che si stancava, che avrebbe accusato i primi dolori della vecchiaia, che non dovevo chiedergli troppo… ma vedevo quanto amasse trottare e infilarsi nella boscaglia. Chi ero io per fermare Artù e convincerlo che iniziava ad essere anziano e doveva abituarsi a non dare il cento per cento?

Adottare un cane anziano: una sfida contro il tempo

Se c’è una cosa che fatico sempre a comprendere, è perché le persone abbiano l’idea che un cane già a 6, 7 anni, sia vicino all’ora X. Molti vivono nell’idea che un cane dopo i primi anni, non sia più aperto ad apprendere, non si adatti, non si affezioni e porti più problemi che opportunità. Figuriamoci un cane che entra nell’anzianità! I vecchietti vivono il pregiudizio maggiore: nessuno vuole adottarli perché egoisticamente non vivranno molto e le persone si trincerano dietro la  scusa di non voler soffrire, come se la perdita fosse imminente. Allo stesso tempo coloro che li adottano, li destinano spesso ad invecchiare pre-tempo perché cercano di conservarli come sotto una campana di vetro, sperando che vivano il più a lungo possibile senza conoscere le brutture del mondo. Sfiderei entrambe le categorie di persone, anzi inviterei persino quelli che pensano che “dopo i due anni un cane non si affeziona”, a conoscere i vecchiarelli come Artù. I cani hanno una enorme flessibilità, anche quando chiediamo loro degli sforzi adattivi importanti, anche quando la loro testa, complice gli anni, non è magari così elastica come un tempo. I cani apprendono di continuo, fino all’ultimo giorno della loro vita. Hanno un sistema sociale complesso proprio come noi esseri umani e sono in grado di entrare a far parte di un gruppo famiglia se ci sono le giuste affinità, anche se avanti con gli anni. Queste considerazioni e tanti altri pensieri erano così diventati il mio cruccio quotidiano e il riscatto che avrei voluto per il grande Artù: cane da caccia e da divano.

Una buona occasione: sempre naso a terra amico mio!

Erano passati diversi mesi dall’arrivo di Artù e come ogni stagione, per un cane avanti con gli anni, gli inverni sono sempre troppo freddi e le estati decisamente troppo calde. Un pomeriggio mi avevano avvertito che era arrivata una coppia di signori oltre la sessantina, cercavano una cagnolina da adottare perché ormai erano passati un paio di anni dalla perdita della loro e si sentivano di nuovo finalmente pronti a prendere in considerazione l’idea di adottarne un’altra. Non mi sarei lasciata sfuggire quella occasione ma Artù era un maschio: come avrei potuto convincerli? Semplice: gli avrei mostrato semplicemente quanto ancora avesse da dare quel capoccione. Non posso dire che fu amore a prima vista, o meglio posso affermarlo solo nei riguardi della signora Andreina ma c’era un dubbio che attanagliava suo marito Gino: Artù non era di taglia contenuta come la loro precedente cagnetta e non si sentivano in grado di gestire un cane “taglia Setter”.

Gli offrii il mio aiuto, la mia pazienza e il mio tempo: quegli incontri a casa loro si trasformavano ogni volta  in qualcosa che assomigliava sempre di più ad andare a prendere un caffè da persone che avrebbero potuto essere i miei nonni. Avevano persino le stesse abitudini dei miei nonni, come la cura del loro orto in cui Artù era felicissimo di scorrazzare mentre si davano da fare. Avevamo aiutato Artù a capire che una regola importante: rimanere a vista senza perdersi nel suo magico mondo di odori. Era un cane che si era adattato al contesto del paese, alle passeggiate con Gino per fare le commissioni, a perdere un pò di tempo nelle mattinate di sole sulla panchina della piazza a leggere la Gazzetta dello sport. Continuava a dare tanto Artù e finalmente aveva trovato una famiglia che lo viziava anche, come Andreina ogni volta mi confessava con lo sguardo premuroso di chi sapeva che dare qualche cosa di cucinato per loro al cane, ogni tanto, non poteva poi essere sbagliato. Mi ripeteva spesso che lei non lo sapeva quanti anni rimanevano ad Artù e che questo la faceva sentire in dovere di fare degli strappi alla regola. Io sorridevo e glieli concedevo perché sapevo che il mio benestare contava moltissimo per loro e per quel rapporto di fiducia che fra noi si era instaurato.

Avevo promesso che li avrei aiutati e loro mi avevano ripagato dando fiducia e un’opportunità ad Artù: d'altronde quel cane era la personificazione dello strappo alla regola. Visse ancora molto, in salute, testardo e simpatico come suo solito, fino a 16 anni. Andare oltre un’età scritta sulla carta, significa anche questo. Adottare un cane che si avvia all’anzianità, può darci grandi soddisfazioni: basta solo riuscire ad andare oltre alcuni pregiudizi.

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