Chi fa il mestiere dell’istruttore cinofilo si trova spesso a fare volontariato in canile, ma è davvero raro che qualcuno scelga un posto con una gestione tanto diversa dal suo approccio. Io lo avevo fatto invece, perché sentivo che quel "passaggio" mi avrebbe aiutata a scardinare alcuni tratti del mio carattere che mi rendevano difficile entrare in empatia con le persone e per quanto assurdo fosse era un passo obbligato per la mia crescita umana.

La differenza tra "idea di canile" e "canile ideale"

Sapevo che i mesi in quel canile sarebbero stati fra i più difficili per me da affrontare. Sapevo bene che chi gestiva la struttura aveva una idea dei cani lontana anni luce dalla mia. Ero certa che ci sarebbero stati dei momenti di confronto e forse di scontro, perché il mio modo di intendere i cani prevedeva  uscite in libertà, incontri con altri cani, gioco, lavoro con il naso e tutto quello che di più avrei potuto dare anche ad uno solo di quei cani per dargli quante più chance possibili per essere adottati. Chi gestiva il canile, invece, apparteneva a quella tipologia di persone che considera ancora i cani degli ottimi compagni di vita a patto che sappiano rispondere a degli assunti ben precisi: saper stare al passo a guinzaglio, non ribellarsi mai, eseguire i comandi base, tollerare tutto e da tutti, stare sempre adeguatamente in ogni situazione urbana e non. Ogni comportamento fuori da questo schema era visto come da correggere, modificare, plasmare fino al raggiungimento di un ideale di cane "perfetto", secondo una visione del tutto umana.

Anche il canile era perfetto: un prato verde e curato, fiori profumati e fioriere in ordine che si trasformavano in un incubo per i cani stessi: guai se uno di loro faceva pipì proprio su quei supporti! Un luogo in cui chi arrivava, una volta entrato, avrebbe avuto l’idea di canile perfetto, appunto. La pulizia… certo è importante ma si trattava di un ambiente asettico, in cui dominava l'acre lezzo della candeggina che perfora le narici, con le ciotole in metallo splendenti e lucide. Dentro soggiornavano tanti, tantissimi cani che avrebbero invece solo voluto uscire, farsi una corsa a perdifiato e rotolarsi per confondere il proprio odore con qualcosa di puzzolente. Cani che non vedevano l'ora di tuffarsi in una pozza d’acqua e berne anche un po' senza dover accostare alle ciotole.

Fu in quei mesi che spesso mi veniva alla mente una frase che poi mi sono ripetuta diverse volte: “Aborriamo i lager per noi umani, giustamente, ma siamo stati in grado di costruirne di simili per chiuderci dentro i cani, in attesa che siano ricollocati i più fortunati e che la maggior parte, invece, ci passi il resto della vita”. Quel pensiero era diventato un tarlo, un loop mentale da cui faticavo ad uscire perché erano tanti gli animali chiusi lì dentro e molti erano davvero anziani e ci stavano da tempo. Quel pensiero un pò rigido e inflessibile mi riportava spesso alla mente i tempi bui della storia dell’uomo e che proprio gli anziani fossero fra i più dimenticati non faceva che confermare la mia idea in proposito.

L'indomabile Nonna Blacky

Nella mia prima visita alla struttura mi furono presentati i cani. Non tutti chiaramente ma i più difficili. Uno step che per la responsabile della struttura rappresentava una sorte di test attitudinale: se mi fossi armata di buona volontà e avessi dimostrato il mio valore, occupandomi dei cani più difficili, allora potevo essere parte della squadra. Sembrava una sorta di gioco di ruolo per lei, come se si dovessero di volta in volta accumulare punti e passare al quadro successivo. Era un gioco sciocco con cui poteva facilmente mantenere il suo ruolo e la sua visione tutta gerarchica e militaresca che aveva della vita tanto con le persone che con i cani.

Nella passeggiata lungo i corridoi, come se fossimo là a guardare vetrine, mi veniva illustrata la storia di questo e di quel cane, enfatizzando tutti i problemi con cui questi soggetti erano arrivati e il grande lavoro per renderli docili, mansueti, addomesticati e subordinati. Ascoltavo in silenzio quelli che lei giudicava dei successi e delle vittorie e mi chiedevo come si potesse ancora, nel Duemila, ragionare così. Mi limitai ad ascoltare e annuire: non c'era spazio per contestare e non le avrei dato soddisfazione. Fra i vari box mi colpì una cagnona che aveva un non so che di Pitbull: aveva dieci anni e fino ad allora, era stata gestita solo in sicurezza perché, a dire della responsabile del canile, non era tranquilla e mordeva. «Morde per fare male», sottolineava con enfasi, come se le desse uno strano piacere. Nessuno in quegli anni era riuscito nell’intento di placarla come se fosse un animale selvatico e, pertanto, mi sconsigliava di rapportarmi con lei.

Mi fu chiaro come il sole che tutti quei cani fossero stati fino ad allora totalmente inascoltati e che lei, Blacky, fosse fino a quel momento l’unica che non si era piegata neanche un po'. Mi era già simpatica: era una sovversiva Nonna Blacky, non si era lasciata sottomettere e non aveva barattato nulla con loro: neanche la sua libertà nelle aree di sgambo. Piuttosto non mangiava ma nessuno doveva starle intorno. Nonna Blacky era l’anello debole di quella catena e di quel meccanismo vecchio e obsoleto e io sapevo, con un balzo di coraggio e un sano timore reverenziale, che prima o poi mi sarei trovata a "discutere" con questa mia nuova eroina. L’indomabile Nonna Blacky.

Solo il pensiero di poter cambiare qualcosa per i cani mi ha fatto andare avanti

Avevo superato le prime fasi e, tutto sommato, anche la gestione si era un tantino ammorbidita nei miei confronti. Piano piano potevo osare delle piccole richieste fuori da quegli schemi tanto rigidi che venivano considerati come legge da tutti e avevo intenzione, con grande cautela, di domandare di occuparmi di Blacky. L’avevo studiata dai box adiacenti: continuava a sembrarmi una cagna molto affidabile a dispetto di quel che raccontavano. Certo, quando vedeva gli operatori della struttura sembrava davvero volesse mangiarli vivi ma non credevo che dipendesse realmente da lei. Piuttosto era stata sempre dipinta come una "bocca facile" e tutti si relazionavano e si avvicinavano prevenuti nei suoi confronti: così erano loro i primi a metterla in difficoltà. "Stai a vedere – mi dicevo – che alla fine quel personaggio ha finito per crederci davvero anche lei!". Con me era diversa: io non avevo richieste da farle, non cercavo di intercettare mai i suoi occhi perché mi dessero la conferma che fosse un mostro, mi limitavo a stare nelle vicinanze, a fare altro e in qualche momento avevo persino avuto modo di scorgere che aveva allungato il naso per sentire di che “puzzavo”. Mi serviva ancora un pochino di tempo ma avrei tentato quantomeno di aprirle io la porta dello sgambo senza che lei reagisse in maniera così eccessiva.

Una mattina decisi che avrei approfittato della latitanza della responsabile, e del turno di un operatore che mi sembrava il più affidabile, per osare un passo in più. Mentre Blacky era fuori, lasciai alcuni oggetti nel suo box e attesi il rientro per vedere che faccia avrebbe fatto. Nonna Blacky non se lo aspettava di certo di trovarsi quelle cose sul pavimento del box e le passò in rassegna in modo meticoloso col naso: ne scartò alcune, tornò ad annusarne altre fino alla scelta finale. Mosse con la zampa quella pallina dentro un vecchio calzino che le avevo offerto, la masticò un po' prima piano e poi vigorosamente, fino a decidere che quella roba là faceva proprio al caso suo e meritava di passare del tempo con lei dentro la sua cuccia. Avevo trovato la chiave di volta, lo sapevo! Mi veniva da sorridere ed ero certa che lei anche aveva capito qualcosa in più di me. Il piano era meticolosamente studiato perché l’operatore l’indomani doveva far sparire il gioco prima dell’arrivo della responsabile, altrimenti sarei finita alla gogna nella pubblica piazza per quel gesto… Anzi: nel pubblico canile.

Io e Nonna Blacky: una bella amicizia!

Il giorno dopo mi presentai davanti la porta del suo box e Blacky non sembrava esattamente il ritratto della felicità nel vedermi: avevo un asso nella manica però e me lo sarei giocato. Tirai fuori il calzino con la pallina e lo lasciai scivolare sul cancellino fino all’interno: Nonna Blacky lo annusò un attimo, dapprima con diffidenza e poi, riconosciuto l’odore dell’averlo masticato il giorno prima, se lo portò in cuccia. Quello era il momento giusto in cui facendo scattare la cerniera di apertura del box, lei non aveva nessuna intenzione di abbaiarmi con foga contro, come era solita fare. Con tutto il sano timore che si deve avere in questi casi, ma con la calma che mi aveva contraddistinto fino ad allora, decisi di entrare e mettermi appartata senza disturbarla. A più riprese venne per annusarmi e controllarmi, ma senza mai un cenno di tensione nei miei confronti.

Divenne il rituale del buongiorno fra noi: arrivavo, le davo il gioco, entravo e passavamo del tempo insieme. Ci studiammo a lungo fino ad uscire nel piccolo corridoio di lato del suo box. Ci studiammo a vicenda fino a potermi permettere di infilarle un collare e agganciarle un guinzaglio. Ci studiammo tutto il tempo che fu necessario perché lei mi concedesse di portarla a fare dei giri fuori da lì. Ormai eravamo diventate due che si erano capite, ma agli occhi di chi gestiva quel posto veniva tutto banalizzato: dicevano che era capitato forse perché io ero una donna e tante baggianate simili che usavano per spiegarselo in qualche modo. Senza comprendere che l‘etichetta di "indomabile" che Nonna Blacky si portava addosso era frutto di ignoranza e poco ascolto.

Osai anche sottoporla anche ad una visita veterinaria accurata ma non perché speravo che il veterinario le fosse simpatico quanto me (cosa che ovviamente non fu, anzi ci servì una museruola a prova di bomba) ma perché avevo avuto l’impressione che avesse male ad una gamba o alla schiena. In effetti Blacky veniva da una precedente gestione e aveva una brutta frattura saldata male che sicuramente le dava dolore e che aveva contribuito a renderla poco incline agli avvicinamenti e le manipolazioni.

Nonna Blacky non fu mai adottata e purtroppo morì in canile come spesso accade a tanti cani ma ebbi la possibilità di passare il nostro rituale del buongiorno col calzino ad un paio di persone con cui fino alla fine ha potuto fare delle gradite passeggiate. Ben poca cosa rispetto alla sua forza caratteriale e alla integrità che l’avevano sempre contraddistinta e che le avrebbero valso, almeno ai miei occhi, un'adozione da parte di qualcuno caparbio quanto lei. Dove  tutti avevano visto le criticità, lei ed io eravamo riuscite a vedere delle opportunità. Non dimentichiamolo mai quando ci mettiamo nella posizione di esprimere un'ipotesi su un cane in un rifugio. Le etichette possono uccidere.

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