13 Dicembre 2021
13:28

Sulle isole di plastica stanno nascendo nuove comunità di piante e animali

Le enormi isole fatte di plastica e rifiuti permettono a piante e animali costieri di sopravvivere in mare aperto, creando nuove comunità biologiche "neopelagiche"

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L'impatto delle attività umane sul Pianeta è talmente vasto e dirompente che siamo ormai entrati in una nuova era geologica: l'Antropocene. L'uomo ha ormai definitivamente alterato clima, territori, biodiversità e persino processi geologici, ma le conseguenze delle nostre azioni non hanno ancora raggiunto il massimo del loro potenziale e gli effetti a lungo termine della nuova "era dell'uomo" sono tutt'ora sottostimati e imprevedibili. Come sembra emergere da nuovo commento recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications: secondo gli autori sulle isole di plastica e rifiuti che si sono formate nel Pacifico settentrionale le piante e gli animali che di solito vivono sulla costa hanno trovato un nuovo modo di sopravvivere in mare aperto, creando comunità biologiche completamente nuove e inattese, che non esisterebbero senza immondizia.

Nuove isole fatte di immondizia

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Le "nuove isole" del Pacifico settentrionale fatte di plastica e rifiuti

L'impatto della plastica negli oceani va ormai ben oltre l'intrappolamento degli animali e l'ingresso nella catena trofica attraverso l'ingestione da parte di invertebrati, tartarughe, pesci, uccelli e mammiferi marini. Le 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono in mare stanno ormai modificando persino la geografia, formando vere e proprie isole permanenti fatte completamente di immondizia. Queste isole si formano quando le correnti superficiali portano i rifiuti dalle coste al mare aperto, dove i vortici oceanici li intrappolano in maniera permanente facendo così crescere la superficie di immondizia galleggiante col passare degli anni. Nel Pacifico settentrionale si sono formate diverse isole di rifiuti, una di queste è la Great Pacific Garbage Patch, un enorme accumulo di immondizia galleggiante con una superficie stimata tra i 700mila e 15 milioni di km². Un nuovo territorio vasto potenzialmente quanto l'intera Russia.

Queste nuove isole disabitate rappresentano per piante e animali "un'opportunità" unica per conquistare nuovi territori ed espandere i loro areali. Se in passato la biodiversità utilizzava tronchi galleggianti, piante e semi per spostarsi in giro per il mondo ora usa boe, bottiglie di plastica e altri rifiuti. Ma rispetto ai materiali vegetali degradabili la zattere di plastica sono potenzialmente eterne e gli organismi non le stanno usando solamente per spostarsi da un continente all'altro, hanno iniziato una vera e propria colonizzazione permanente, creando in pratica un ecosistema e delle comunità di piante e animali mai viste prime.

Le nuove comunità "neopelagiche"

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Le nuove comunità neopelagiche che si stanno formando sui rifiuti galleggianti. Illustrazione di Alex Boersma. Haram et al., 2021

Da un po' di anni gli scienziati hanno iniziato a sospettare che piante e animali potessero usare le isole di plastica per sopravvivere in mare aperto per lunghi periodi. Già nel 2011, con lo tsunami in Giappone, erano state osservate quasi 300 specie diverse che erano state in grado di attraversare il Pacifico vivendo per anni sui rifiuti e i detriti. Non solo questi organismi erano riusciti a sopravvivere sui rifiuti crescendo per anni in mare aperto, ma è stato scoperto che molti di questi si erano addirittura riprodotti. Lo stesso sta avvenendo in modi del tutto inaspettati anche sulle isole di plastica permanenti, dove organismi che solitamente vivono sulla costa e altri tipici del mare aperto stanno creando comunità biologiche del tutto inedite.

Gli scienziati hanno chiamato queste nuove comunità "neopelagiche", termine coniato per descrivere questo nuovo insieme di organismi costieri e pelagici che riesce a sopravvivere in mare aperto sulle nuove isole di plastica. Le comunità neopelagiche sono composte da specie tipicamente pelagiche, evolute cioè per vivere su oggetti naturali galleggianti o animali marini, e specie fino ad ora considerate esclusivamente costiere e un tempo ritenute incapaci di sopravvivere in mare aperto. Le isole di plastica stanno creando quindi nuovi e inesplorati habitat, abbattendo le barriere ecologiche e permettendo a crostacei, cnidari e altri piccoli invertebrati marini di vivere in luoghi altrimenti inaccessibili.

Un mare di dubbi, rischi e domande

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Non sappiamo quali conseguenze avranno sugli ecosistemi e sulla biodiversità queste nuove comunità neopelagiche

Questa nuova comunità di viventi apre scenari e possibilità del tutto inesplorate e imprevedibili. Ora sappiamo che in qualche modo l'immondizia consente a queste specie di sopravvivere e prosperare, anche se non è del tutto chiaro come. Non è noto neppure quanto questi nuovi ecosistemi siano diffusi, né tantomeno come si svilupperanno nel tempo. Ma soprattutto non sappiamo ancora quali conseguenze avranno sulla vita in mare, sulla distribuzione di piante e animali e sull'espansione delle specie aliene invasive. Un nuovo mondo fatto di plastica sta prendendo forma e potrebbe avere conseguenze nefaste per il Pianeta. Gli scienziati stimano infatti che la plastica in mare potrebbe raggiungere oltre 25 miliardi di tonnellate entro il 2050.

Con tempeste ed eventi atmosferici estremi sempre più violenti e frequenti a causa dei cambiamenti climatici, le isole di plastica potrebbero diventare ancora più numerose e mobili. Molte piante e animali potrebbero perciò finire per colonizzare nuove isole – in questo caso vere e proprie – e nuovi territori, comprese aree marine protette, parchi nazionali. Di conseguenza le nuove specie che verrebbero sparse in giro per coste e oceani potrebbero alterare gli ecosistemi naturali e aggravare il proliferare delle specie aliene su scala globale, una delle principali cause di estinzioni al mondo. Una nuova e impensabile era della biogeografia e dell'ecologia della plastica sta emergendo e solo il tempo ci dirà come evolverà e quali conseguenze avrà sugli ecosistemi e sulla biodiversità come li conosciamo oggi.

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Salvatore Ferraro
Redattore
Naturalista e ornitologo di formazione, sin da bambino, prima ancora di imparare a leggere e scrivere, il mio più grande sogno è sempre stato quello di conoscere tutto sugli animali e il loro comportamento. Col tempo mi sono specializzato nello studio degli uccelli sul campo e, parallelamente, nell'educazione ambientale. Alla base del mio interesse per le scienze naturali, oltre a una profonda e sincera vocazione, c'è la voglia di mettere a disposizione quello che ho imparato, provando a comunicare e a trasmettere i valori in cui credo e per i quali combatto ogni giorno: la conservazione della natura e la salvaguardia del nostro Pianeta e di chiunque vi abiti.
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