Quando una specie vivente scompare definitivamente dalla faccia della Terra ci troviamo di fronte a quella che naturalisti e biologi hanno definito come estinzione. La scomparsa delle specie è un fenomeno biologico naturale e inevitabile, che esiste fin dagli albori della vita così come la conosciamo: una specie biologica si sviluppa a partire da altre già esistenti, prospera per un lungo periodo finché le sue caratteristiche la rendono adatta all'ambiente in cui vive e poi si estingue, di solito in seguito a cambiamenti ambientali che trasformano drasticamente l'habitat in cui vive. È sempre successo e sempre succederà, è la base dell'evoluzione.

Di regola questo processo avviene in maniera lenta e graduale, ma di tanto in tanto può capitare che improvvisamente, e in un arco temporale relativamente breve su scala geologica, scompaiano un gran numero di specie viventi tutte insieme. Questi eventi eccezionali vengono chiamati estinzioni di massa, e coinvolgono almeno il 75% degli esseri viventi che in quel momento abitano il Pianeta. È accaduto almeno cinque volte nella storia della vita sulla Terra. La più catastrofica è stata quella del Permiano, circa 250 milioni di anni fa, quando si sono estinte oltre il 90% delle specie marine conosciute e la vita ha rischiato di essere spazzata via per sempre. L'ultima e più famosa tra tutte, invece, è l'estinzione del Cretaceo, circa 66 milioni di fa, che ha visto sparire quasi tutti dinosauri a eccezione degli uccelli, lasciando il campo libero ai mammiferi, nuovi dominatori del Pianeta.

Negli ultimi tempi, però, la comunità scientifica è sempre più convinta che alle famose big five se ne debba aggiungere un sesta, molto più recente e soprattutto tuttora in corso. Non si tratta di un'estinzione causata dall'impatto di un meteorite o da un'improvvisa glaciazione, la catastrofe che in questo momento sta causando una nuova estinzione di massa sulla Terra ha un nome e un cognome: Homo sapiens.

Perché le specie si stanno estinguendo

Fin dall'invenzione dell'agricoltura l'impatto delle attività umane sulla biodiversità è stato incredibilmente forte e invasivo. La velocità con cui le specie viventi si stanno estinguendo ha raggiunto numeri impressionanti, ben al di sopra dei normali tassi di estinzione, e sembra che la situazione sia addirittura accelerata negli ultimi 50 anni. Oggi le specie si estinguono fino a 100 volte più velocemente di quando non c'era l'uomo. Inoltre, secondo il Living Planet Index di WWF e ZSL (Zoological Society of London) le popolazioni di vertebrati dal 1970 a al 2014 si sono mediamente più che dimezzate. Una vera e propria catastrofe.

Tra l'altro quasi tutti gli studi vengono effettuati senza tener conto degli invertebrati, che rappresentano oltre il 95% degli animali. Su di loro sappiamo ancora molto poco, ma questo non significa che non stiano svanendo, come indicato tutte le ultime ricerche sull'apocalisse degli insetti, tanto per fare un esempio.

Le cause dirette e indirette di questo drammatico declino sono molteplici e parecchio complesse. Per provare a renderle più tangibili e immediate il grande naturalista americano Edward O. Wilson ha coniato un acronimo in grado di riassumere tutte le attività umane che stanno causando la crisi profonda della biodiversità: HIPPO.

  • H, Habitat destruction: La distruzione degli habitat generata dalle attività umane è forse le più importante causa di declino della biodiversità mondiale. Deforestazione, estrazioni minerarie, urbanizzazione, agricoltura, consumo di suolo e soprattutto i cambiamenti climatici stanno sottraendo e alterando sempre più spazio vitale alle specie viventi di tutto il mondo;
  • I, Invasive species: Nel corso della storia l'uomo ha portato, intenzionalmente o accidentalmente, migliaia di specie animali e vegetali in giro per il mondo, lontano dai loro areali d'origine. Quando queste specie aliene si naturalizzano e si moltiplicano nel nuovo ambiente possono diventare invasive, alterare gli equilibri degli ecosistemi, entrare in competizione con altre specie, e spesso causarne l'estinzione;
  • P, Pollution: Le sostanze inquinanti che l'uomo rilascia nell'ambiente possono interferire in maniera drammatica con i cicli biogeochimici degli ecosistemi, alterandoli irrimediabilmente il funzionamento, o accumulandosi negli organismi. Scarichi industriali, inquinamento delle acque e abuso indiscriminato di pesticidi e diserbanti sono solo alcune fonti di inquinamento causato dalle attività umane. Anche il rilascio di anidride carbonica che sta causando la crisi climatica può essere classificato come inquinamento;
  • P, human over-Population: La popolazione umana mondiale ha superato i 7,8 miliardi di individui. Decisamente troppi se si vuole condividere con altre forme di vita un Pianeta dalle risorse limitate. La sovrappopolazione mondiale è certamente alla base dell'insostenibilità di tutte le attività dell'uomo;
  • O, Overharvesting by hunting and fishing: Il sovrasfruttamento delle risorse naturali attraverso la caccia e la pesca ha causato nel tempo diverse estinzioni. Attualmente questo fenomeno colpisce diversi gruppi animali ma soprattutto quelli marini. Gran parte degli stock ittici nel Mediterraneo risultano sovrasfruttati in maniera insostenibile. Se non si cambiano le politiche legate alla pesca presto nel mare non ci saranno più pesci;

Chi decide se una specie è in via di estinzione: i colori del rischio

L'IUCN (International Union for the Conservation of Nature) è la più autorevole organizzazione mondiale per la salvaguardia e la conservazione della natura e si occupa, tra le altre cose, di stilare e aggiornare periodicamente la cosiddetta Lista Rossa IUCN (IUCN Red List of Threatened Species) che dal 1964 rappresenta il più completo inventario sullo stato di conservazione delle specie viventi a livello globale. All'interno della lista le varie specie sono suddivise in diverse categorie di minaccia in base a criteri prestabiliti. I criteri utilizzati per assegnare le specie alle diverse categorie sono quantitativi e tengono in considerazione le fluttuazioni nel tempo della consistenza e delle dimensioni delle popolazioni, la variazione della superficie dell'areale di distribuzione o il numero di unità geografiche dove tali specie sono presenti, calcolando la probabilità di estinzione in natura in 10 anni o 3 generazioni. Vengono inoltre considerati altri parametri come la frammentazione degli habitat, l’isolamento degli individui e delle popolazioni o la concentrazione in piccoli territori. Il concetto di fondo è che, a partire da certe soglie critiche, il valore acquisito da queste diverse variabili aumenta fortemente la probabilità di estinzione delle specie considerate.

Le categorie della Lista Rossa IUCN
in foto: Le categorie della Lista Rossa IUCN

Per le specie valutate esistono sette categorie di rischio piuttosto intuitive, e a ognuna di esse è assegnato un colore. Le categorie di minaccia più importanti sono tre, e le specie che rientrano tra queste sono quelle che necessitano con priorità crescente di maggiori interventi di conservazione. Senza azioni concrete l'estinzione è l'unica possibilità all'orizzonte per queste specie.

Ecco quali sono le tre principali categorie di minaccia:

  • Vulnerabile (VU – Vulnerable): La prima, di colore giallo, si applica quando la popolazione è calata del 50% in dieci anni, quando il suo areale si è ristretto sotto i 20.000 km² o quando numero di individui è inferiore a 10.000;
  • In Pericolo (EN – Endangered): La seconda, di colore arancione, si applica quando la popolazione è diminuita, invece del 70%, quando il suo areale si è ristretto sotto i 5.000 km² o quando il numero di esemplari è più basso di 2.500;
  • In Pericolo Critico (CR – Critically Endangered): La terza, di colore rosso, è la categorie immediatamente precedente all'estinzione. Viene applicata quando la popolazione di una specie è crollata del 90% negli ultimi dieci anni, quando il suo areale si è ristretto sotto i 100 km² o quando il numero di individui adulti è inferiore a 250;

Quali specie stiamo perdendo

Le specie valutate all'interno della Lista Rossa sono necessariamente una piccolissima parte di quelle conosciute. Molto spesso non si hanno dati a sufficienza per poterle valutare e questo mette a serio rischio la sopravvivenza della maggior parte delle forme di vita sulla Terra. Su un totale di oltre 2 milioni di specie viventi descritte soltanto circa 129.000 sono state valute e inserite nella lista. Appena il 6% del totale. Questa visione parziale della biodiversità a rischio è però sufficiente a fornire un quadro globale drammatico e paurosamente allarmante.

Tra gli animali il gruppo più minacciato è quello degli anfibi, con il 41% che rientrano in una delle categorie di minaccia. A seguire troviamo i rettili col 34%, squali e razze col 33%, i coralli sempre col 33%, i crostacei col 27,5% e poi mammiferi e uccelli, rispettivamente con il 26% e il 14%. Significa che quasi metà di tutte le specie note di anfibi e più di un quarto di mammiferi rischiano di sparire nel giro di qualche decennio. Tutti gli altri gruppi hanno percentuali inferiori o non hanno una copertura sufficiente per effettuare delle stime attendibili.

Inoltre la maggior parte delle stime e dei calcoli viene effettuata solamente sul numero di specie note e considera esclusivamente le estinzioni accertate. Dichiarare una specie estinta non è così semplice come si può pensare, richiede tempo e il rispetto di criteri molto rigorosi. È piuttosto difficile dimostrare l'inesistenza di qualcosa, potresti semplicemente non averla trovata o non cercata a dovere. Pertanto considerando che la maggior parte delle specie esistenti non sono nemmeno mai state descritte e che certamente quelle che si estinguono sono di più di quelle ufficialmente dichiarate tali, tute le stime su specie minacciate e tassi di estinzione sono perlopiù estremamente conservative.

15 animali a rischio estinzione

Nel giro di pochi decenni potremmo perdere per sempre tantissime specie animali, tutte uniche e bellissime. Uno studio recente ha pubblicato una lista delle specie di vertebrati rimaste con meno di 1000 esemplari al mondo. Sono più di 500 e più di metà di loro sopravvive oggi con meno di 250 individui.

Ecco alcune delle specie più minacciate del Pianeta:

Rinoceronte di Giava (Rhinoceros sondaicus)

Quello di Giava è la più a rischio tra le cinque specie rimaste al mondo di rinoceronte. Ne sopravvivono meno di 60 sull'isola, tutti confinati nel Parco nazionale di Ujung Kulon. Questo fa di questa specie il mammifero terrestre di grosse dimensioni più minacciato del Pianeta. Tra le cause di declino principale ci sono il bracconaggio e la deforestazione per far posto a coltivazioni di palma da olio.

Vaquita (Phocoena sinus)

Foto di Paula Olson
in foto: Foto di Paula Olson

Questa piccola focena endemica del golfo della California è ormai a un soffio dall'estinzione. Ne rimangono appena 12 esemplari, minacciati principalmente dalle catture accidentali della pesca illegale al totoaba (Totoaba macdonaldi), una specie di pesce anch'essa criticamente minacciata di estinzione.

Gibbone di Hainan (Nomascus hainanus)

Foto di Anna Frodesiak
in foto: Foto di Anna Frodesiak

Il gibbone di Hainan vive esclusivamente sull'isola cinese da cui prende il nome. Alla fine degli anni '50, la popolazione era stimata in oltre 2.000 individui, oggi ne restano poco più di 20 esemplari, minacciati da bracconaggio, deforestazione e consanguineità dovuta alle ridottissime dimensioni della popolazione, che stenta a crescere.

Kakapò (Strigops habroptila)

Il kakapò è un grosso e curioso pappagallo notturno terricolo e incapace di volare. Vive esclusivamente in Nuova Zelanda e ne sono rimasti circa 150 esemplari. Gatti, ratti e altri predatori introdotti sull'isola sono state le minacce principali per questa specie. Fortunatamente progetti mirati di conservazione stanno facendo crescere lentamente la popolazione.

Moretta del Madagascar (Aythya innotata)

Foto di Frank Vassen
in foto: Foto di Frank Vassen

La moretta del Madagascar è un'anatra endemica dell'isola malgascia. Si pensava fosse estinta ma nel 2006 è stata riscoperta una piccolissima popolazione vitale. Progetti di riproduzione in cattività e ripopolamento stanno provando a salvare questa specie che oggi conta meno di 100 esemplari.

Gambecchio becco a spatola (Calidris pygmeus)

Il gambecchio becco a spatola è un piccolo limicolo migratore che si riproduce in Russia nord-orientale e sverna nel sud-est asiatico. Nel 2010 erano rimaste circa 120-200 coppie riproduttive, minacciate soprattutto dalla perdita di zone umide a causa delle bonifiche. Oggi, grazie a numerose campagne di conservazione, la popolazione sembra essersi stabilizzata e conta circa 360-684 individui totali.

Tartaruga gigante dello Yangtze (Rafetus swinhoei)

Foto di WCS Vietnam
in foto: Foto di WCS Vietnam

La tartaruga a guscio molle gigante dello Yangtze è la più grossa e rara tartaruga d'acqua dolce originariamente diffusa in Cina e Vietnam. Con la morte dell'ultima femmina in cattività nel 2019 era rimasto un solo esemplare maschio noto ospitato allo zoo Suzhou in Cina. Nell'ottobre del 2020, però, una spedizione è riuscita a trovare almeno altri due individui, di cui uno certamente femmina, nel lago Dong Mo in Vietnam. La speranza adesso è quella di tentare nuovamente la riproduzione in cattività per salvare una specie ormai a un soffio dall'estinzione

Alligatore cinese (Alligator sinensis)

Endemica della Cina è l'unica altra specie di alligatore oltre a quello americano. Nonostante sia una delle specie più diffuse in cattività negli '70 la popolazione selvatica mondiale era di appena circa 1000 esemplari. Nel 2001 erano calati a meno di 130. Oggi, grazie a numerosi progetti di conservazione in natura ci sono circa 300 individui.

Iguana della Giamaica (Cyclura collei)

Foto di Yinan Chen
in foto: Foto di Yinan Chen

Iguana endemica delle foreste intatte della Giamaica era considerata scomparsa negli anni '50. Venne poi riscoperta nel 1990, ridotta a poche decine di individui. Le minacce maggiori sono rappresentate dai predatori invasivi alieni, tra cui manguste, gatti, cani randagi e maiali. La popolazione è ancora in pericolo critico, ma le azioni di conservazione e reintroduzione stanno facendo salire la popolazione, che oggi si aggira intorno ai 200 esemplari.

Rana di Sehuencas (Telmatobius yuracare)

Foto di Robin Moore
in foto: Foto di Robin Moore

La rana di Sehuencas viveva nelle foreste pluviale della Bolivia. Fino al 2019 si pensava che l'ultimo esemplare rimasto al mondo fosse un maschio chiamato Romeo, ospitato al Bolivia's Cochabamba Natural History Museum. In quell'anno, però, una nuova spedizione è riuscita a trovare una piccolissima popolazione selvatica residua, compresa una Giulietta raccolta per far riprodurre in cattività Romeo. In natura ne restano a malapena qualche decina e si spera che la riproduzione controllata possa servire per ripopolare le foreste boliviane.

Rana di Hula (Latonia nigriventer)

Foto di Mickey Samuni–Blank
in foto: Foto di Mickey Samuni–Blank

Endemica del lago di Hula, in Israele, si pensava fosse estinta, ma nel 2011 è stata riscoperta con pochissimi esemplari. Le cause del declino sono da ricondurre al progressivo essiccamento del lago in cui vive. Prima della sua riscoperta era nota per solamente tre esemplari adulti e due girini. Oggi la popolazione conta qualche centinaio di esemplari.

Falso rospo delle montagne di Bullock (Telmatobufo bullocki)

Foto di Edgardo Flores
in foto: Foto di Edgardo Flores

Endemico del Cile, questo anfibio è estremamente raro e gravemente frammentato. Si sospetta che la popolazione stia diminuendo a causa del calo dell'estensione e della qualità del suo habitat. Il numero di esemplare rimasti in natura è completamente sconosciuto.

Pesce sega (Pristis pristis)

Si tratta di una specie di pesce sega diffusa in zone costiere e interne, principalmente tropicali o subtropicali. Nonostante l'ampia distribuzione e la popolazione una volta abbondata, la pesca eccessiva ha portato in pochissimo tempo a un calo drammatico del numero degli esemplari. Anche se comune in cattività ora è a un passo dall'estinzione in natura.

Salmone di Sakhalin (Parahucho perryi)

Esistono pochissimi dati sul numero di esemplari rimasti per questa specie. Le popolazione che vivono tra Russia e Giappone hanno perso più del 50% del loro habitat e stanno continuando a calare drasticamente.

Trigonostigma somphongsi 

Trigonostigma somphongsi è un piccolo ciprinide endemico della Thailandia. Minacciato dalla perdita di habitat in passato è stato abbondantemente raccolto per acquariofilia e allevamento. Si pensava fosse ormai estinto in natura ed è difficilissimo avvistarne uno, ma di tanto in tanto rispunta fuori qualche piccolissima popolazione selvatica localizzate tra le risaie interne thailandesi.

Queste sono solo una piccolissima parte di tutti gli irripetibili pezzetti di biodiversità che potremmo perdere nel giro di qualche anno. Per molte di queste specie sono in corso importanti progetti di conservazione ma per tantissime altre, le meno carismatiche e famose, no. La maggior parte degli animali, soprattutto quelli più lontani da noi sul grande albero della vita, si estingue nel silenzio e nell'indifferenza di tutti. Purtroppo anche nella lotta all'estinzione esiste una sorta di campanilismo tassonomico a favore delle specie che più si avvicinano a noi. Dobbiamo quindi rassegnarci passivamente all'annientamento della biodiversità? Non del tutto.

Cosa possiamo fare per contrastare il declino

Anche se lentamente qualcosa sembra stia cambiando nel mondo. L'attenzione sui temi legati all'ambiente e in particolari alla crisi della biodiversità pare stia diventando sembra più presente all'interno del dibattito pubblico. I recenti movimenti ambientalisti stanno contribuendo molto in tal senso, aiutando a far crescere quella consapevolezza ecologica ancora troppo poco sviluppata.

Sappiamo cosa sta succedendo e sappiamo anche come rallentarlo. Secondo uno studio pubblicato di recente su Conservation Letters dal 1993 al 2020 siamo riusciti a rallentate il tasso di estinzione di uccelli e mammiferi di almeno 3 o 4 volte. In questo lasso di tempo grazie alle azioni di conservazione e tutela della natura si sarebbero salvate dall'estinzione tra le 28 e 48 specie di uccelli e mammiferi. Tra queste ci sono il condor della California, la lince pardina e l'amazzone di Portorico.

Molte specie che erano ormai a un passo dall'estinzione stanno tornando grazie all'iuto dei progetti di conservazione. Come il bisonte europeo, sopravvissuto nel secolo scorso con poche decine di individui sparsi negli zoo e tornato a popolare l'Europa con oltre 6000 esemplari, tanto da essere stato addirittura rimosso dalle specie a rischio dalla IUCN.

Conservazione, riproduzione in cattività ma anche aree protette. L'istituzione di aree naturali destinate alla biodiversità e dove le attività umane impattanti sono limitate è certamente una delle azioni più efficace per salvaguardare le specie dall'estinzione. Diversi studi stanno dimostrando l'efficacia delle aree protette sulle popolazioni di molte specie animali che, in alcuni casi si stanno riprendendo molto velocemente.

Una delle sfide più importanti dell'Antropocene, oltre a quella climatica, è senza dubbio quella di affrontare la crisi della biodiversità per provare a rallentare la sesta estinzione di massa. Le nostre vite sono intrecciate e dipendono da quelle di milioni di altre specie che con noi condividono il Pianeta. È già troppo tardi per salvare la maggior parte delle forme di vita a rischio sulla Terra, ma abbiamo la consapevolezza e gli strumenti giusti per intervenire e rallentare la catastrofe.

I dati sulle specie a rischio sono allarmanti, ma i risultati delle azioni di conservazioni sono molto incoraggianti e fanno ben sperare. Bisogna certamente fare di più, ma sappiamo in quale direzione andare. Altrimenti prepariamoci a dire addio alla vita così come la conosciamo oggi, soprattutto quella della nostra specie.