Juan Carrito

Il presidente della Comunità del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm), Antonio Di Santo, si dissocia dalla denuncia dell'Enpa nei confronti degli umani responsabili del Pastore tedesco ripreso in un video mentre interagiva con l'orso marsicano Juan Carrito nei pressi di Villalago, in provincia dell'Aquila.

Nel video è ripreso l'incontro faccia a faccia tra Juan Carrito e il cane privo guinzaglio: i due animali interagiscono, ma tra loro non c'è nessun gioco, anzi come spiegato dall'etologa e membro del comitato scientifico di Kodami Federica Pirrone: «La disposizione dell'orso nei confronti del cane sembra neutra. È il cane che si mostra reattivo nei suoi confronti, esponendosi di fatto a un pericolo non indifferente. Se l'orso reagisse, le conseguenze non sarebbero certo positive».

Una situazione potenzialmente esplosiva per tutti i soggetti coinvolti.

A seguito dell'episodio, che ha goduto di grande attenzione mediatica, è scaturita la denuncia contro ignoti da parte dell'Enpa: «La denuncia è stata presentate allo scopo di dare un segnale ha spiegato Claudia Ricci, Legale nazionale dell'Enpa – Quando si portano animali d'affezione in luoghi naturali dove sono presenti specie selvatiche, è bene tenere l'animale al guinzaglio. Proprio per evitare le scene a cui abbiamo assistito nel video».

Non è concorde però la Comunità del Parco. Il presidente della Comunità ha indirizzato una lunga lettera aperta all'associazione animalista allo scopo di invitarla a «riconsiderare la propria decisione, che non contribuisce alla salvaguardia dell’orso, ma che, anzi, rischia di esasperare un dibattito già dai toni non sempre costruttivi».

La Comunità del Parco: «Incentivare la responsabilità senza criminalizzare i cittadini»

La Comunità del Parco, presieduta da Di Santo, è costituita dai presidenti delle Regioni e delle Province, dai sindaci dei Comuni e dai presidenti delle comunità montane nei cui territori sono ricomprese le aree del parco. Si tratta di un organo consultivo e propositivo la cui missione è creare un ponte tra le necessità della fauna protetta e dei cittadini.

Nella lettera, pur ribadendo «la necessità di condurre sempre e comunque i cani al guinzaglio, a meno che non ci si trovi in aree a ciò appositamente adibite», il Presidente ha posto l'accento sulla particolarità del caso: «Non si dimentichi che tutta la vicenda di Juan Carrito si snoda all’interno di un tema più grande, e cioè quello degli orsi confidenti/condizionati, che negli ultimi anni, per una moltitudine di fattori, si sta manifestando su di una scala più vasta di quanto accaduto in passato».

Il tema degli orsi confidenti, cioè che si avvicinano senza timore alle comunità umane, è tornato di grande attualità proprio con la nascita, meno di due anni fa di Juan Carrito. Il figlio della già famosa orsa Amarena, ha superato il record di confidenza stabilito della madre avvicinandosi così tanto agli esseri umani, da diventare protagonista di numerose scorribande a Roccaraso, un centro urbano di oltre 1.500 abitanti, ben diverso dai piccoli insediamenti ai quali gli animali confidenti si avvicinano di solito.

L'atteggiamento di Juan Carrito è del tutto particolare e inedito, come ha segnalato a Kodami il presidente del Pnalm, Luciano Sommarone parlando dell'interesse dell'orso per la città: «A Roccaraso trova molto cibo e, soprattutto, lì oltre alle pasticcerie, ha scoperto i cassonetti, cosa che non era avvenuta con altri esemplari confidenti. Juan Carrito in realtà ha messo il dito nella piaga della gestione dei rifiuti della zona».

La prossimità con l'essere umano è sempre dannosa per la fauna selvatica, ancora di più per gli orsi bruni marsicani, oggetto di un delicato processo di reintroduzione nell'area appenninica. Questa specie endemica è tornata a ripopolare la zona del Parco solo recentemente e dopo un'azione mirata da parte dell'Ente. Si dovrà attendere il prossimo monitoraggio su base genetica in programma per il 2023 per conoscere il reale stato di salute della popolazione – che oggi conta circa 50 individui – tuttavia le nuove nascite osservate dagli operatori del Parco fanno ben sperare per il destino di questi grandi carnivori.

Uomo-fauna selvatica: una relazione ancora antropocentrica

In un contesto tanto delicato, fa notare Di Santo nella lettera aperta, l'atteggiamento dell'Enpa rischia di creare malumore nella cittadinanza verso gli orsi che stanno tornando a ripopolare l'Appennino abruzzese: «Il futuro della tutela degli orsi bruni marsicani e gli stessi destini della specie si giocheranno anche e soprattutto sulla capacità, da parte dei diversi soggetti coinvolti, pubblici e privati, di saper gestire tali fenomeni, potenzialmente in grado di determinare l’insorgenza di nuovi e numerosi conflitti».

«Proprio per questo – aggiunge Di Santo – pur ribadendo l’importanza dell’assunzione, da parte di tutti, di comportamenti responsabili, si ritiene che le finalità di protezione e di conservazione dell’orso bruno marsicano non passino attraverso la criminalizzazione di singoli episodi, o la persecuzione dei cittadini, ma attraverso la diffusione della cultura della tutela e del rispetto e, soprattutto, con la collaborazione attiva delle comunità dei cittadini e degli utenti del Parco, che si sono sempre dimostrate pronte a raccogliere le sfide di un territorio che scommette sulla convivenza tra uomo e natura, con orgoglio, determinazione e sensibilità».

Porre l'accento sulla cultura della tutela e sulla responsabilità umana nel rapporto con le comunità animali è positivo, il presidente però chiude la missiva con un'osservazione molto amara: «In un diverso contesto, anche di comunità, cittadinanza e territorio, probabilmente i destini di un orso come Juan Carrito sarebbero stati differenti, e se questo ha ancora una possibilità di condurre una vita libera e in natura lo si deve anche alle persone che vivono nel Parco, e che ne hanno preso a cuore le sorti».

Come insegna la vicenda degli orsi bruni imprigionati nel Centro faunistico di Casteller in Trentino perché considerati «pericolosi per la popolazione», anche in Abruzzo lo spettro della repressione e della coercizione nei confronti delle specie selvatiche è dietro l'angolo.