A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

"Scrappy The Robot Dog" è il nome del robot progettato dall'americana Boston Dynamics che da un mese a questa parte gode anche di un canale YouTube e promette di diventare la nuova frontiera del cane di famiglia. L'automazione era stata presentata in dicembre e l'acquisto di Scrappy è passato in breve dal mercato industriale a quello privato. Alla base del progetto c'era l'idea di disegnare un robot dotato di sensori ambientali in grado di esplorare zone remote, inaccessibili o pericolose. Ma, a giudicare dai video sempre più numerosi che affollano il Web e considerata l'apertura del progetto al mercato privato (sebbene Scrappy costi ad oggi 75mila dollari, non esattamente spiccioli), l'impressione è che il suo utilizzo possa essere esteso a numerosi ambiti della vita umana, fino a conquistarsi l'etichetta del robot “da compagnia”.

Il cane cyborg per la famiglia

Nei filmati diffusi dall'azienda lo si vede passeggiare nelle neve a raccogliere legna, riordinare casa riponendo nel cesto dei panni sporchi la biancheria lasciata in giro, fare il bagno nel mare, aprire porte abbassando maniglie, azionare leve, scavare buche in giardino, trascinare oggetti pesanti, riportare palline, salire e scendere le scale, fare il bagno al mare e andare a passeggio insieme ad una ragazza che lo governa qualche metro più in là con un joystick al posto del guinzaglio.

Insomma, se gli utilizzi del robot sembravano confinati ad operazioni di ispezione e monitoraggio ambientale (durante il lockdown del 2020 venne impiegato addirittura per pattugliare le strade di Singapore e disperdere gli assembramenti), sembrerebbe che ora si stia assistendo ad una virata verso un vero e proprio cane cyborg, portato per strada e trattato come un cane in carne ed ossa… a cui i cani reali rispondono con profondo sgomento.

La tentazione del cane “on/off”

Nell'epoca della post-modernità e della ibridazione sempre più massiccia tra umano e macchine, un progetto di questo tipo non può più sorprenderci ma non manca nemmeno di sollevare angoscianti domande di natura etica e filosofica.

La prima cosa a cui ho pensato quando ho visto i video di Scrappy passeggiare serenamente sul lungomare, tra cani, passeggini e persone è stato che, sicuramente, non provocherà le lamentele di chi vede nei cani solo un fastidio perché sporcano, abbaiano o occupano spazio vitale. Inoltre, Scrappy non deposita feci da raccogliere, non ha bisogno di marcare in giro, non tira al guinzaglio (anzi, non c'è nemmeno bisogno di averne uno), non si fa prendere da paure inspiegabili, non va portato dal veterinario, non abbaia in nostra assenza disturbando il vicinato e non accadrà mai che crei imbarazzanti situazioni di conflitto con cani altrui. In compenso, gioca, scodinzola, si rende utile in casa, riporta gli oggetti, ci accompagna in passeggiata, è curioso e supera abilmente gli ostacoli ambientali. In pratica, riassume tutto il meglio del cane – o, almeno, quello che viene ritenuto tale – ovvero la compagnia, la giocosità, la capacità di essere utile, al netto di qualunque complicazione. E quando rientri a casa e sei stanco e stravolto dal lavoro, non c'è bisogno di portarlo fuori, basta premere il bottone e spegnerlo (quel bottone tanto agognato sui cani reali!).

L'ambiente condiziona le relazioni

Che un prototipo di Scrappy possa sostituire i cani anti-mina o che possa essere coinvolto in attività esplorative pericolose per l'incolumità umana e anche canina è un ottimo risultato. E' più preoccupante che si faccia sempre più realistica l'ipotesi di sostituire con Scrappy i cani reali per un essere umano sempre più ibridato con le macchine e sempre più disturbato dalla biologia dei viventi.

L'ONU ha calcolato che entro il 2050, il 68% della popolazione mondiale vivrà in grandi metropoli che sono luoghi in cui una convivenza con il cane è più costellata da limitazioni perché si fatica a trovare spazi adeguati a fornire a questi animali la possibilità di esprimere il loro repertorio comportamentale, sia in termini fisici che psicologici. Purtroppo, però, è proprio l'ambiente in cui viviamo che stabilisce e stabilirà sempre di più quali animali possiamo permetterci e quali no, perché è l'ambiente ad imporci quali esigenze siamo in grado di garantire agli animali senza stravolgere le nostre esistenze, le quali rispondono già ad altre pressioni (economiche e sociali) ben più grandi di noi e sempre più limitanti. Se il 68% della popolazione vivrà nelle metropoli, bisognerà aspettarsi che saranno quelle a dettare come cambierà la relazione con i cani nel prossimo futuro.

Allora, immaginare che in un futuro anche lontano l'uomo possa rinunciare alla natura biologica del cane per isolare artificialmente il “piacere dello stare col cane”, evitando le complicazioni cittadine e mettendolo sotto totale controllo (ambizione che, peraltro, viene già coltivata da innumerevoli regolamenti urbani), non è poi così improbabile. Ancor più che – Scrappy lo dimostra bene – l'automazione sarà in grado di sostituire gradualmente il cane persino nei lavori tradizionali che hanno permesso a questo animale di consolidare la sua alleanza millenaria con l'uomo.

Da cane utile a pet

La convivenza tra l'uomo e il cane è antichissima e risale a ben prima della nostra trasformazione in agricoltori sedentari. E' stata modellata dai benefici reciproci che uomo e cane ne hanno ottenuto: i cani hanno avuto un pasto e un gruppo di riferimento garantito e noi esseri umani abbiamo imparato a cacciare meglio, a difenderci meglio e a sfruttare meglio le risorse ambientali.

Il Novecento ha stravolto in gran parte questo rapporto perché l'avvento delle macchine ha allontanato l'uomo industrializzato da molte delle attività che un tempo condivideva col cane. Così, nel Dopoguerra è andata affermandosi l'idea del cane pet, del cane utile per fare compagnia, seppure in alcuni lavori (pensiamo ai cani anti-droga o quelli per il soccorso) la sua presenza sia ancora in grado di evocare l'antico patto di alleanza con l'uomo. La storia ci insegna che l'uomo ha bisogno di attribuire una funzione ad una specie per restare in relazione e quella di pet sembra l'ultima spiaggia per animali – come il cane ma anche il gatto – sollevati dai loro ruoli storici.

Quando il cane non è più utile e nemmeno pet

La stragrande maggioranza dei cani di famiglia odierni è da considerarsi un pet che, al massimo, potrà ambire a svolgere qualche sport cinofilo, ovvero i surrogati moderni di attività in cui i cani non vengono più coinvolti, per mutamento degli stili di vita o perché, appunto, sostituiti da macchine. Cosa succederà quando pure questa ultima funzione verrà meno perché svolta da cyborg in grado di simulare anche tutti gli aspetti piacevoli del vivere con un cane e affrancandoci da quelli impegnativi per una società post-moderna?

In un essere umano sempre più disarticolato, sempre più lontano dal rapporto con la natura e ignorante in termini di relazioni dirette con gli animali che non siano quelle strettamente funzionali ai propri bisogni di animale urbano, siamo sicuri che il carattere di autenticità della relazione col cane sopravviverà alle sirene della tecnologia? Oppure, dobbiamo aspettarci che anche il cane verrà stravolto da una rivoluzione antropologica di cui nessuno è in grado di predire la direzione?

Certo, nessun cyborg al mondo potrà toccare il cuore della nostra umanità, riprodurre il calore del mantello di un cane, il suo respiro mentre dorme, la sua capacità di entrare in simbiosi con l'uomo e la profondità del suo sguardo mentre cerca in noi una sintonia privata, personale, ricca di senso che arricchisce anche noi permettendoci di evolverci come persone. Nessun cyborg potrà mai restituire il senso dell'esistere insieme con lo stesso calore e la stessa forza prorompente. E questa forse è la sola speranza che ci resta da nutrire.

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