Membro del Comitato Scientifico di kodami
Etologa

Delle mie lunghe vacanze estive in Liguria ricordo in particolare le giornate trascorse al maneggio vicino a casa. Il mio cavallo preferito si chiamava Lucky. Era alto e slanciato, dal mantello color castagna e la criniera soffice e dorata. Avevo chiesto di potermi occupare sempre di lui, e mi accontentavano. Era mia convinzione che anche Lucky fosse legato a me in modo speciale. All’epoca, un pensiero di questo tipo era ritenuto da tutti solo una romantica ingenuità. Invece io, che ero giovane ma, per natura, già votata all’osservazione degli animali e alla ricerca della prova, ne ero certa. Appena mi scorgeva tra gli altri ragazzi del gruppo, Lucky mi veniva incontro nitrendo lievemente, quel suono basso e gutturale, appena vibrato, con cui solitamente i cavalli si salutano tra di loro. Mi annusava e poi, spesso, mi poggiava il muso sulla spalla. Insomma, gli piacevo e di me si fidava.
Aiutandomi con qualche carota, gli avevo insegnato ad assecondare alcune mie semplici richieste. In particolare, se mentre incedeva verso di me gli chiedevo di fermarsi, lui si arrestava. E lo faceva anche quando glielo chiedevo voltandogli le spalle, invitandoli, cioè, un segnale – la schiena girata – che molte specie, come i cani e le scimmie, leggono come uno stato di disattenzione.
Un giorno, eccezionalmente, mio fratello mi accompagnò al maneggio, e ne approfittai per allestire un esperimento. Gli proposi di chiedere a Lucky di fermarsi. Ero curiosa di vedere se il cavallo avrebbe risposto prontamente anche con lui. Come immaginavo, invece, sentire quella richiesta familiare pronunciata da una persona sconosciuta lo spiazzò, e me lo fece capire perché scrutò mio fratello a lungo, prima di reagire.

I cavalli riconoscono le persone con vista e udito

Molto più tardi, la scienza mi diede ragione. È stato dimostrato, infatti, che i cavalli, quando sentono un suono, come la voce umana, guardano contemporaneamente nella direzione della sorgente sonora aspettandosi di rilevare una corrispondenza tra lo stimolo acustico e quello visivo. Se i due stimoli sono incongruenti, si soffermano a guardare la sorgente sonora: hanno bisogno di tempo per mettere insieme i pezzi e interpretare il messaggio. Ma c’è di più.
Come raccontavo, se a chiedere a Lucky di fermarsi ero io, lui lo faceva anche se non poteva monitorare il mio sguardo, perché ero girata. Quando, invece, fu mio fratello a fargli la stessa richiesta, voltandogli le spalle, Lucky non la assecondò. In effetti, oggi sappiamo che i cavalli, nella comunicazione, si aiutano osservando il partner sociale negli occhi, cioè monitorando la sua attenzione visiva.  Allora, perché Lucky con me pareva non averne bisogno?
Una spiegazione potrebbe essere che mi conosceva talmente bene da riuscire a comprendere, e forse anticipare, le mie aspettative, indipendentemente dal mio stato di attenzione. Come sostiene l’etologo e psicologo britannico Robert Aubrey Hinde, quando si instaura una relazione, i partner sviluppano reciproche aspettative sul comportamento dell'altro. Basandosi sulle interazioni precedenti, in definitiva, Lucky poteva prevedere le dinamiche dei nostri incontri successivi. L’esperienza ha un ruolo importante, quindi.
Un giorno, provai a chiedere a Lucky di fermarsi ponendomi sempre davanti a lui, ma con gli occhi chiusi. In quell’occasione, il compagno di maneggio che avevo reclutato nella veste di assistente “giovane ricercatore” confermò che Lucky, diversamente dal solito, mi aveva monitorato a lungo prima di assecondare la mia richiesta. Anche questa sua esitazione poteva essere ricondotta al fatto che i cavalli creano una rappresentazione della persona basata sull'esperienza: è molto probabile che in precedenza mi avesse vista altre volte con la schiena girata, o distratta, mentre lo accudivo e gli parlavo; invece, vedermi davanti a lui, ma con gli occhi chiusi, era qualcosa di completamente nuovo, che necessitava di un po’ di tempo per essere messa a fuoco.

Molti animali sanno discriminare tra persone familiari e non familiari

I cani guardano più a lungo le fotografie degli esseri umani se sono incongruenti con la voce precedentemente ascoltata, mentre i delfini guardano di più le persone familiari che hanno di fronte, se queste si comportano in modo inaspettato durante un normale compito. Ciò suggerisce che questi animali generano attivamente una rappresentazione visiva delle informazioni uditive che ricevono dalle persone, e si creano aspettative sul loro comportamento nel contesto di una situazione familiare. In altre parole, sono capaci di discriminare tra persone familiari e non familiari attraverso una percezione multisensoriale. Il maiale (Sus scrofa domesticus), i bovini (Bos taurus), le pecore (Ovis aries), il cavallo (Equus caballus), il cane (Canis lupuis familiaris), e il gatto (Felis catus) utilizzano soprattutto la vista. Il cavallo, il cane e il maiale si aiutano anche coi segnali acustici e olfattivi.

Gli altri animali sono dotati di abilità socio-cognitive interspecifiche avanzate

Ghepardo (Acinonyx jubatus)
in foto: Ghepardo (Acinonyx jubatus)

In origine si pensava che queste abilità cognitive sofisticate negli animali non umani fossero il risultato della domesticazione. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato che anche gli animali selvatici che interagiscono con gli esseri umani sono in grado di discriminare tra persone familiari e non familiari utilizzando come indizio la voce: tra questi, le cornacchie americane (Corvus brachyrhychos), le gazze (Pica pica) e persino una specie vocale, semi-sociale, come il ghepardo (Acinonyx jubatus). Ciò conferma, ancora una volta, che anche l’esperienza e la vicinanza con gli esseri umani alimentano la sensibilità delle altre specie all’interazione con noi.
Il fatto che gli altri animali siano capaci di discriminare tra persone familiari e persone estranee indica chiaramente che essi sanno dare valore alla relazione con noi, e che l’uomo non è l’unico essere vivente dotato di sofisticate abilità socio-cognitive in questo nostro ma anche loro Pianeta.

Bibliografia

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