Un cucciolo di 8 settimane morto dopo aver contratto il virus della rabbia durante il trasporto illegale dalla Turchia sino alla Germania passando per la Bulgaria. È la pesantissima conseguenza del traffico illegale di cuccioli, una piaga che oltre a compromettere la salute e la vita degli animali mette a serio rischio anche la salute pubblica.

Il caso in questione è di poche settimane fa, come testimonia la World Organisation For Animal Health (Oie), l’equivalente veterinario dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms) degli umani. La notifica di un accertato caso di rabbia in un cucciolo di 8 settimane è arrivata il 21 settembre, ma la vicenda è iniziata prima. Stando a quanto ricostruito, il cucciolo è arrivato in Germania, nella zona di Brema, a inizio settembre, ed è stato tenuto nel giardino di una casa isolato, senza avere contatti con altri animali. La sua vita è finita in una clinica veterinaria il 9 settembre, dove è morto.

Gli accertamenti successivi hanno confermato la diagnosi che si temeva: rabbia, una malattia infettiva per cui l’Oie ha stabilito l’obbligo di immediata notifica. Soprattutto in Germania «che è un Paese in cui, con molti sforzi, la rabbia urbana, quella trasmessa dal cane, è stata eradicata. L’introduzione di un cucciolo tramite canali illegali può quindi permettere a questa malattia estremamente pericolosa, come ad altre, di diffondersi», spiega la veterinaria Laura Arena, esperta in benessere animale e membro del comitato scientifico di Kodami.

In Germania sono state adottate tutte le misure di controllo e prevenzione previste dal protocollo in questi casi: le persone entrate in contatto con il cucciolo sono state vaccinate in via emergenziale e le investigazioni epidemiologiche hanno confermato che il caso è rimasto isolato, e che lo status “rabies-free” della Germania non è minacciato.

Quanto accaduto, però, accende i riflettori su una pratica che le persone (ancora troppe) che acquistano cuccioli di dubbia provenienza, trasportati tra l’altro senza le necessarie misure di sicurezza, spesso ignorano. E cioè che potrebbero loro malgrado essere portatori di malattie molto gravi e pericolose, tra cui anche la rabbia appunto, che mettono a rischio la salute pubblica e che si concludono inevitabilmente nel modo peggiore: con la morte del cucciolo, per la malattia stessa o per eutanasia.

Rabbia, i precedenti in Italia

L’Italia, come la Germania, è indenne da rabbia. Stando all’ultimo report del Ministero della Salute, la rabbia silvestre e urbana ha interessato il territorio dell’Italia centro-meridionale fino al marzo del 1973, con rari casi di rabbia nei selvatici segnalati nelle province di Trento, Bolzano e Belluno nel 1967 e 1968. La rabbia silvestre ha fatto la sua comparsa nell’arco alpino da Aosta fino a Trieste con una prima epidemia nel periodo 1977- 1986, legata alla situazione epidemiologica in Francia, Svizzera, Austria e Yugoslavia. La seconda epidemia ha interessato la sola regione Friuli Venezia Giulia nel periodo 1988-1989. La terza epidemia ha interessato nuovamente la regione Friuli Venezia Giulia nel periodo 1991-1995. Nel 1993 e 1994 una nuova epidemia di rabbia silvestre, proveniente dall’Austria, ha interessato la provincia di Bolzano.

Il 98,2% dei casi di rabbia diagnosticati dal 1977 al 1995 ha riguardato animali selvatici e solo l’1,8% animali domestici. Tra i selvatici, le volpi hanno rappresentato l’87,5%, i mustelidi il 9,4% e gli erbivori selvatici il 2,9%. Fra i domestici si contano 38 casi autoctoni. Precedentemente ai casi registrati nel 2009, l’ultimo caso di rabbia è stato diagnosticato in una volpe in provincia di Trieste nel dicembre del 1995. Dal 1997 l’Italia aveva ottenuto il riconoscimento di stato indenne da rabbia, ma nell’ottobre del 2008 la rabbia silvestre è ricomparsa in alcuni Comuni del nordest della regione Friuli Venezia Giulia, casi strettamente correlati alla situazione epidemiologica della rabbia silvestre nella vicina Slovenia e in Croazia.

Tutto era partito dalla segnalazione di un uomo anziano morso vicino alla sua abitazione da una volpe, successivamente abbattuta. La notifica del morso era stata inviata al dipartimento di Prevenzione dell’Azienda sanitaria 3 “Alto Friuli” da parte del Pronto soccorso dell’Ospedale di Gemona del Friuli, che aveva allertato le autorità locali. Il corpo dell’animale era stato rintracciato nei pressi della zona boschiva dove l’uomo era stato morso, ed era stato trasferito al laboratorio di riferimento per la ricerca di virus della rabbia. Il 27 ottobre un’altra volpe, trovata morta nell'area di Venzone (Udine) a 12 km del luogo del ritrovamento della prima.

Le analisi di laboratorio del centro di riferimento per la rabbia dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie avevano confermato la positività delle due volpi, ed era stato attivato un protocollo che prevedeva diverse misure tra cui l’obbligo di vaccinare tutti i cani, anche quelli presenti solo temporaneamente nel territorio, e gli erbivori domestici come per esempio i bovini. Era stato reso obbligatorio anche l’uso del guinzaglio per condurre i cani, vietata la caccia col cane ed erano state attivate le procedure per la realizzazione della vaccinazione orale di emergenza delle volpi secondo le disposizioni comunitarie in materia e di concerto con gli Stati confinanti (Slovenia e Austria). Misure adeguate che avevano permesso di eradicare nuovamente la rabbia dal territorio italiano.

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