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15 Maggio 2024
12:51

Cosa pensa il cane quando gli diciamo di no

Un cane capisce chiaramente il significato della parola "no". Cosa pensa quando glielo diciamo dipende della relazione che si è costruita e della fiducia che ha nei nostri confronti.

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Un cane capisce il significato della parola "no" e il suo comportamento successivo, in base a quanta credibilità abbiamo nei suoi confronti, è legato a un pensiero molto chiaro su quale azione compiere in conseguenza del diniego ricevuto.

A cosa pensa dunque un cane quando riceve un "no" è relativo all'ambito della relazione che si è costruita e della fiducia che ha nei confronti della persona che gli sta rivolgendo la richiesta di, sostanzialmente, non mettere in atto un determinato comportamento che chiaramente a lui interessa e l'umano gli impedisce di fare.

È molto importante nel rapporto con un cane avere ben chiaro che i "no" fanno parte della costruzione di una sana relazione. A volte chi viene dal mondo dell'addestramento classico (non tutti, sia chiaro!) tende a screditare l'approccio cognitivo relazionale confondendolo con il cosiddetto "gentilismo" e così a far credere alle persone che un'educazione basata sulla considerazione che un cane non è un oggetto da plasmare a nostra somiglianza ma un individuo dotato di emozioni e cognizioni voglia dire assecondarlo in tutto.

Non è così che stanno le cose e per un cane è molto importante avere un umano di riferimento che sappia come e quando utilizzare la parola "no" che il nostro amico a quattro zampe comprende benissimo nel suo significato più profondo.

I cani hanno bisogno, come del resto noi umani all'interno di una relazione basata sul rispetto reciproco, di conoscere i confini entro i quali determinate azioni possono essere svolte, avere delle regole chiare e coerenti da parte di chi è il loro umano di riferimento così come il cognitivismo (e non il comportamentismo) ha chiarito negli ultimi anni di studi.

Cosa provano i cani quando gli diciamo "no"

Andare nel profondo di emozioni che non possiamo davvero conoscere è un arduo compito. L'unica cosa che possiamo fare è considerare le caratteristiche etologiche del cane e ricordarci che come noi sono animali sociali che hanno fatto del legame con l'uomo la loro "nicchia ecologica", ovvero il mondo intorno al quale gravitano. Ciò vale in generale per la specie (di cui l'80 per cento vive in libertà) e ancora di più per i cani di famiglia.

Ecco, partendo dal presupposto che la scienza ci ha già confermato che i cani hanno emozioni e cognizioni e che arrivano anche ad avere rappresentazioni mentali complesse come noi umani, possiamo affermare che di fronte a un "no" debbano comunque scendere a patti con l'emozione che sottende la spinta a compiere l'azione che gli stiamo negando.

Questo ragionamento dunque parte dal presupposto che bisogna allontanare completamente l'idea meccanicistica del cane, ovvero la visione nata prima dagli studi di Ivan Pavlov e poi da quelli di Burrhus Frederic Skinner a inizio Novecento da cui emergeva che il comportamento animale era basato solo su una semplice reazione tra stimolo e risposta. Una teoria che chiaramente così non dava alcuna capacità cognitiva né emozionale al cane, privandolo della abilità di elaborare un pensiero. Questo è, in sintesi, il "comportamentismo" che nell'approccio cognitivo comportamentale è stato invece superato mettendo al centro il cane come individuo appunto dotato di emozioni, cognizioni e una visione dunque del soggetto non come una macchina che reagisce e basta.

Precisato brevemente tutto ciò, ecco allora che possiamo arrivare a ragion di scienza a comprendere che quando neghiamo qualcosa al nostro cane quest'ultimo elabora la risposta e attua un comportamento in cui o accetterà il nostro "consiglio" oppure deciderà di perseguire il suo fine. Pensiamo dunque con coerenza e valutando esattamente il motivo per cui stiamo dicendo "no" e nella consapevolezza che il nostro cane ci sta concedendo un totale ruolo di accreditamento nel rispettare il nostro volere e che questo può essere tale solo se quell'individuo ha piena fiducia nei nostri confronti.

È purtroppo anche vero che molti cani si bloccano di fronte al "no" di un umano perché lì dove non lo hanno fatto hanno subito in cambio punizioni fisiche e psicologiche ma anche in quel caso, in fondo, si dovrebbe ormai arrivare a comprendere che la reazione nel non fare qualcosa è determinata da una emozione e da una scelta razionale: "Non agisco perché se no ne pagherò le conseguenze".

Come fanno i cani a capire cosa gli diciamo

I cani comprendono perfettamente cosa vuol dire negargli di compiere un'azione e hanno piena consapevolezza di ciò che gli diciamo, a prescindere dal "no" nello specifico. L'uso del "no" deve essere coerente e inserito nel momento e nel contesto giusto, perché un cane sa anche capire se affidarsi o meno a una persona, rispettare il suo volere e dunque scegliere in ogni momento se assecondare le nostre richieste o meno.

Lo farà sicuramente, però, se si è creata una relazione di rispetto e fiducia, se siamo ai suoi occhi accreditati come un vero punto di riferimento e se non abbiamo abusato della nostra posizione di care giver ma compreso che si è in una relazione duale basata appunto sulla reciproca conoscenza.

Come ha scritto l'educatrice cinofila Claudia Negrisolo su Kodami: «Insegnare al cane il significato del "no" può tornare utile in alcune situazioni. Purtroppo, però, questa parola viene utilizzata troppo spesso da noi umani, finendo per perdere completamente il suo valore e divenire una sorta di rumore di fondo, a cui il cane non presta più alcuna attenzione. Inoltre, tendiamo a dare a questo termine un valore fortemente emotivo, proprio perché le richieste a cui è legato riguardano soprattutto momenti in cui potrebbe esserci un pericolo o un'emergenza. Ci troviamo quindi ad urlare "no" con preoccupazione, trasmettendo al cane uno stato di ansia che lo porterà, forse, ad interrompere ciò che stava facendo, ma non perché ha sentito la nostra richiesta, bensì perché si è spaventato».

Come dire "no" a un cane?

Per dire "no" a un cane e farsi ascoltare la prima cosa da fare è essere coerenti. Perché queste due lettere abbiano senso, infatti, il nostro amico deve sapere che le usiamo cum grano salis e nel momento e nel contesto giusto.

Bisogna infatti sottolineare che molti comportamenti a noi non graditi sono dal punto di vista del cane molto, molto piacevoli da mettere in atto. Pensiamo a Fido che vuole raggiungere un cibo succulento che abbiamo incautamente lasciato a vista sul tavolino basso accanto al divano. Ecco, non possiamo non comprendere che per lui non c'è nulla di male ad allungare il muso e mangiarsi quella pappa "pronta all'uso". Riuscire a chiedergli dunque di evitare di farlo è un processo che si basa sulla concertazione, su quella che da parte nostra è proprio una richiesta specifica a non fare qualcosa per lui di molto desiderabile. Solo l'accreditamento che il nostro cane ha nei nostri confronti, dunque, può impedirgli di mettere in atto un'azione per lui importante.

Questo esempio è utile per provare a comprendere quanto i cani sono "gentili" con noi e pronti a lasciar perdere qualcosa che gli piace pur di accontentarci, ma pensiamo a situazioni invece in cui potrebbero mettersi in pericolo o causare pericolo ad altri esseri viventi, umani compresi. Un cane che ha una forte motivazione predatoria, ad esempio, potrebbe "amare" l'inseguire una persona in bicicletta: aver lavorato insieme a lui nella fluttuazione dell'arousal (il livello di eccitazione) su quel tipo di pulsione attraverso anche il "no" sarà utile a evitare situazioni spiacevoli.

Ancora, ricordiamoci che per abituare il cane al significato del "no" va premiato su azioni positive e non punito quando ne compie di quelle che ai nostri occhi sono "negative". Elaborare dunque insieme a lui attività nelle quali si introduce il diniego è utile se prima si è interagito su esperienze che sono state per lui piacevoli e soddisfacenti nell'ambito della collaborazione. Per capire qual è il percorso migliore per farlo consigliamo di contattare un educatore (in caso di cuccioli) o un istruttore cinofilo (con cane adulto) con approccio cognitivo zoo antropologico.

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Diana Letizia
Direttrice editoriale
Giornalista professionista e scrittrice. Laureata in Giurisprudenza, specializzata in Etologia canina al dipartimento di Biologia dell’Università Federico II di Napoli e riabilitatrice e istruttrice cinofila con approccio Cognitivo-Zooantropologico (master conseguito al dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Parma). Sono nata a Napoli nel 1974 e ho incontrato Frisk nel 2015. Grazie a lui, un meticcio siciliano, cresciuto a Genova e napoletano d’adozione ho iniziato a guardare il mondo anche attraverso l’osservazione delle altre specie. Kodami è il luogo in cui ho trovato il mio ecosistema: giornalismo e etologia nel segno di un’informazione ad alta qualità di contenuti.
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