episodio 25

Com’è arrivata in Italia la peste suina africana e come si diffonde

Il Nord Italia è alle prese con la peste suina africana, un virus altamente contagioso e letale per i suini. Ma come è arrivato nel nostro paese, cosa stiamo facendo per fermare la sua diffusione e quali sono i rischi?

27 Ottobre 2023
20:00
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20mila persone sono scese in piazza a Milano per l'abbattimento di tutti i suini del rifugio Cuori Liberi. Da diversi mesi, ormai, come vi abbiamo raccontato su Kodami, il Nord Italia è alle prese con il virus della peste suina africana. Ad oggi sono oltre 33mila i maiali abbattuti dalle autorità sanitarie in otto allevamenti intensivi raggiunti dal contagio, tutti in provincia di Pavia. I primi casi di questa nuova diffusione di peste suina africana in Italia risalgono al gennaio del 2022, quando furono trovati in Piemonte e in Liguria i primi cadaveri di cinghiali positivi al virus.

Storia della peste suina africana

Non si conosce ancora tutto sulla peste suina africana. Quello che sappiamo è che si tratta di una malattia virale, altamente contagiosa e letale che colpisce suini e cinghiali. Il primo focolaio fu documentato in Kenya nel 1921, mentre in Europa per la prima volta numerosi focolai vennero registrati nel 1957 vicino all’aeroporto di Lisbona, in Portogallo, causati dall’utilizzo di scarti alimentari di aerei provenienti dall’Africa. Verosimilmente, specifica l’ASL di Cagliari, allo stesso modo – e cioè a causa di scarti alimentari provenienti dall’aeroporto militare – si sarebbe diffusa in Sardegna nel 1978, dove è diventata endemica, ovvero costantemente presente sul territorio. Per tutti questi anni, quindi, il virus è rimasto confinato in Sardegna, dove si manifesta con forme meno gravi e con un tasso di mortalità più bassa. Dal 2007, un genotipo diverso e più aggressivo del virus – rispetto a quello divenuto endemico in Sardegna – partito dalla Georgia ha iniziato a diffondersi in tutta Europa, minacciando anche il Nord Italia.

I suidi colpiti da questo genotipo del virus presentano sintomi come febbre, perdita di appetito, debolezza, emorragie interne ed emorragie su orecchie e fianchi. È altamente contagioso e ha un tasso di mortalità che può raggiungere pressoché il 100%. Il decesso avviene pochi giorni dopo la comparsa dei sintomi. Però, è bene ribadirlo: al momento le conoscenze scientifiche che abbiamo ci rassicurano che questa malattia non è trasmissibile all’uomo e non è pericolosa. L’uomo, però, può essere veicolo di trasmissione.

Come si diffonde la peste suina africana

Il serbatoio d’origine, ovvero il vettore che ha portato originariamente il virus ai vertebrati, è una specie di zecca molle (genere Ornithodoros) molto diffusa in Africa. In questa zecca il virus può sopravvivere anche 4 mesi dall’ultimo pasto di sangue. Sono state accertate però altre due modalità di trasmissione, le più accreditate per la sua diffusione in Europa. Tramite contatto diretto con animali infetti: la trasmissione può avvenire tra cinghiale e suino, ma anche suino e suino. Il virus, inoltre, sopravvive a lungo nelle secrezioni degli animali (saliva, feci, sangue ecc). E tramite contatto indiretto: ingerendo carne infetta – come scarti di cucina e rifiuti alimentari -, ma anche entrando in contatto con qualsiasi oggetto contaminato dal virus, come abbigliamento, veicoli e altre attrezzature. Involontariamente l’uomo può far viaggiare il virus per centinaia di chilometri con i mezzi di trasporto.

Le misure contro la diffusione del virus

Tra le misure adottate per arginare la diffusione del virus della peste suina africana c'è il cosiddetto lockdown dei boschi, così definito perché sono state vietate una serie di attività all'aria aperta come trekking e raccolta di funghi nelle aree a rischio. La ratio dell'ordinanza ministeriale era cercare di evitare che il contagio si spostasse sul territorio a portata dei cinghiali: è scientificamente dimostrato che qualsiasi attività umana rischia di disperdere la popolazione di suidi selvatici e questo potrebbe allargare l'infezione a zone più ampie. Misure di biosicurezza sono state adottate anche negli allevamenti, dove l’effetto del virus è particolarmente drammatico. Per questo i proprietari degli allevamenti sono tenuti a denunciare le morti sospette di maiali. Questo però non è sempre avvenuto.

Per fare scoppiare un focolaio basta davvero poco: come detto, il virus può annidarsi persino sulle ruote dei trattori o dei mezzi che trasportano animali. E anche i suidi selvatici, cioè i cinghiali, giocano un ruolo nella diffusione, in alcuni casi dalle aree naturali si spostano fino ai parchi urbani, lo abbiamo visto a Genova, Roma e in altre città italiane. Quindi, se ci si imbatte, per esempio, in un cinghiale senza vita bisogna immediatamente chiamare l'ASL competente per territorio, oppure la Polizia Provinciale o Municipale, per segnalare il ritrovamento. Il segnalare e mappare i ritrovamenti, può aiutare a capire la dinamica della diffusione del virus per riuscire a trovare dei metodi efficaci di contenimento della malattia. Ognuno di noi infatti può contribuire attraverso una sorveglianza passiva, che rappresenta una misura importante contro la diffusione del virus.

La prevenzione è forse l'arma più importante a nostra disposizione, perché – al momento – non esiste un vaccino capace di debellare la peste suina africana: questo virus, infatti, è incapace di stimolare la formazione di anticorpi neutralizzanti, rendendo molto complicata la preparazione di un vaccino.

I maiali del rifugio "Cuori Liberi"

Arriviamo quindi a quello che è accaduto lo scorso 20 settembre, quando sono stati abbattuti tutti i suini presenti nel rifugio Cuori Liberi in provincia di Pavia. La vicenda ha attirato l’attenzione di migliaia di persone in tutta Italia, come vi abbiamo raccontato su Kodami. Gli attivisti che hanno difeso il Rifugio hanno lamentato due cose. La prima è la violenza con cui lo Stato è entrato nel Santuario. La seconda invece è la mancanza di alternative all’abbattimento e i modi con cui questo è stato condotto. I santuari si occupano di accogliere animali sfruttati dall’industria alimentare. Per i volontari quelli non erano prodotti, ma individui, non potevano quindi accettare un abbattimento di massa. A maggior ragione alla luce del riconoscimento arrivato dal Ministero della Salute che ha distinto i “rifugi permanenti”, i cosiddetti “Santuari”, dagli allevamenti di animali da consumo.

In sostanza, gli ospiti dei “Santuari” sono oggi considerati a tutti gli effetti animali da compagnia. E non dpa, cioè non destinati alla produzione alimentare. Esiste quindi una differenza pratica e concettuale tra queste realtà ma purtroppo non nei piani di gestione ed eradicazione di questa malattia di categoria A. Come attesta il Regolamento (UE) 2018/1882, che è uno degli atti derivanti dalla Animal Health Law (Regolamento UE 2016/429), vengono presi gli stessi provvedimenti per tutti gli animali "detenuti" senza che vi sia fatta distinzione tra i suidi di allevamento o ospitati all'interno di rifugi.

Tutte le vite hanno un valore intrinseco, e questo valore non dovrebbe essere determinato dal contesto in cui un animale vive. Se lottiamo per il diritto delle altre specie, dovremmo riconoscere che ogni creatura ha il diritto alla vita e al benessere. Molte volte, ci mobilitiamo per salvare una specie o un individuo che ci toccava emotivamente ma non dovremmo arrogarci il diritto di affermare quale vita sia più rilevante solo perché sentimentalmente più coinvolti; o ancora trascurare, come capita spesso, le innumerevoli vite che sorreggono il nostro ecosistema e che, in questo caso, vanno incontro alla stessa sorte. Altrimenti mostreremmo solo un'altra faccia dello specismo.

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