A solo un'ora e mezza dal centro di Napoli si trova l'Area Marina Protetta di Punta Campanella, un'area che si estende per ben 33 chilometri per la costiera sorrentina. Qui tutelare, sia il mare che gli organismi che lo abitano, è la parola d'ordine e non ci si mette molto a capirlo. Dopo decine e decine di curve, tipiche della costiera, caratterizzate da una vista davvero mozzafiato, si arriva a Marina di Puolo dove si trova l'Info Desk dell'Area protetta. Sono appena le 09:00 del mattino e proprio in questo momento, un gruppo di circa sei bambini entusiasti e con tanta voglia di fare, si siedono sul tavolo di legno vicino l'Info Desk e aspettano di iniziare le attività mattutine. Ogni giorno infatti, dalle 9 alle 11, si svolgono le attività e le lezioni gratuite di educazione ambientale per i più piccini, che possono imparare tantissime cose sul mare e sulla biologia marina divertendosi.

Le attività di educazione ambientale

Info Desk a Marina di Puolo
in foto: Info Desk a Marina di Puolo

«Quest'anno abbiamo attivato due Info Desk, uno a Marina di Puolo e l'altro a Marina della Lobra, proprio per coinvolgere i più piccoli in attività legate alla biologia marina e alla salvaguardia dell'ecosistema marino in generale. L'Info Desk ha anche funzione di sensibilizzare e coinvolgere la cittadinanza nella raccolta di informazioni», spiega Rosa Linda Testa, responsabile del progetto Life Delfi dell'Area.

Intanto, i volontari tirocinanti della facoltà di Biologia Marina di Napoli, mostrano ai bambini le immagini dei piccolissimi organismi che vivono nella sabbia, come i copepodi, e spiegandogli anche che la spiaggia su cui camminano è in continuo, brulicante movimento ed è ricca di affascinanti forme vita. I più piccoli, incuriositi e armati di maschera e beccuccio, si tuffano in acqua per prelevare campioni di sabbia da setacciare e osservare al microscopio alla ricerca di realtà nascoste. «Attraverso l'educazione ambientale abbiamo la possibilità di educare quelli che saranno i custodi del nostro territorio un domani o comunque a breve – continua la responsabile – e ci stanno dando davvero grandissime soddisfazioni. Con l'attività dei siti internet inoltre riusciamo a entrare in contatto con i cittadini, con i commercianti e con chi produce quindi economia nel territorio. Per noi è estremamente importante lanciare sempre più attività per coinvolgere più persone possibile».

L'attività di educazione ambientale con i bambini rientra all'interno del Progetto Life Delfi, cofinanziato dall'Unione Europea che coinvolge dieci partner tra cui il Cnr (Centro Nazionale delle Ricerche).

Il progetto Life Delfi: limitare le interazioni tra pescatori e delfini

«Il progetto Delfi si pone come obiettivo quello di mitigare le interazioni spesso negative tra le specie di cetacei, in particolare i delfini, e la pesca professionale. Negli ultimi anni, attraverso interviste sul posto ai pescatori locali, abbiamo rilevato grossi problemi riguardo l'interazione cetacei-pesca. La specie tursiope, tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno, spesso interagisce depredando il pescato dalle reti e creando così un danno sostanziale al pescatore che si ritrova il pesce mangiato e quindi invendibile. D'altra parte spesso il delfino può rimanere intrappolato nella rete e ferirsi», sottolinea la responsabile del progetto.

Il logo del Life Delfi è infatti un delfino vicino a una rete da pesca con la scritta "lowering fishing interactions" e, stampato su locandine, borse e magliette, è il simbolo più rappresentato all'Info Desk in modo tale da renderlo visibile e incuriosire e sensibilizzare le persone che si trovano a passare lì davanti. Sulla facciata laterale inoltre, vi sono diversi disegni fatti dai bambini che partecipano alle attività. Uno di questi rappresenta un delfino che nuota e dice "non voglio mangiare i pesci", facendo emergere la non intenzionalità da parte degli animali nel creare un danno ai pescatori, così come anche questi ultimi nei loro confronti. «Negli ultimi anni ci sono stati più di 200 casi di cetacei trovati morti spiaggiati o feriti e riconducibili a danni accidentali con le reti dei pescatori –  continua Testa – Le azioni previste dal progetto nella nostra area marina protetta sono quelle di testare i dissuasori acustici o pinger di ultima generazione. Infatti questi si attivano solo quando il delfino emette il suo tipico "click" che gli serve per geolocalizzare e esplorare il luogo, in particolare per andare alla ricerca di cibo. È un dissuasore disabituante quindi, che attivandosi solo nel momento in cui il delfino si avvicina alla rete, non crea abitudine nell'animale».

Il dissuasore acustico (in verde) attaccato alle reti dei pescatori
in foto: Il dissuasore acustico (in verde) attaccato alle reti dei pescatori

Questi dissuasori servono proprio a tenere lontani i delfini dalle reti da pesca e Antonino Muollo, Presidente della Cooperativa Pescatori San Cataldo, mostra come li attacca alle sue reti. Sono di dimensioni molto ridotte, leggeri e poco ingombranti, in modo tale da non affaticare troppo il lavoro. Il dissuasore non è però l'unico strumento previsto dal progetto. «Testeremo anche delle nasse trapula, ossia quelle da pesce e non da mollusco, che vanno a sostituire le reti da pesca normali che sono i principali attrezzi che vengono danneggiati dalle interazioni e che causano danno all'animale, evitando così la cattura accidentale non solo dei cetacei ma anche ad esempio delle tartarughe marine, estremamente presenti nel nostro territorio soprattutto negli ultimi anni. Infine, il progetto Delfi comprende anche azioni di sensibilizzazione, come quella che stiamo facendo con i bambini. I delfini sono animali bellissimi e estremamente affascinanti ma che effettivamente possono creare danno a quella che è un'economia già molto martoriata che è proprio quella della piccola pesca locale. In caso di avvistamento è meglio non avvicinarsi all'animale e eventualmente affiancarlo se si è curiosi di osservarlo e, se notate che sia in difficoltà, segnalarlo contattando i numeri dell'area marina protetta. Un'altra azione prevista dal progetto è infatti l'attivazione di un team esperto composto da biologi, veterinari e subacquei, che può intervenire prontamente nel momento in cui ci viene segnalato un animale in difficoltà o spiaggiato», conclude Testa.

L'Area Marina Protetta di Punta Campanella: Baia di Ieranto e Campo Ormeggi delle Mortelle

Baia di Ieranto
in foto: Baia di Ieranto

Alle 10 è ora di imbarcarsi sul gozzo dell'Area Marina Protetta insieme a Lucio Cacace, il Presidente dell'Area Marina Protetta Punta Campanella, Domenico Sgambati, responsabile del progetto Tartarughe e Coordinatore Project M.AR.E e Luca Urro, il capitano. Durante il tragitto si rimane meravigliati dalla bellissima costa, che si alterna a piccole spiagge e insenature sabbiose a coste rocciose dove è possibile scorgere grotte nascoste immerse in uno specchio d'acqua cristallino.

La barca solca il mare in gran parte dell'area gialla, la zona B della riserva, oltrepassando Punta Campanella e arrivando dall'altro lato della costa, nel Golfo di Salerno. «Un'area marina protetta è uno specchio acqueo delimitato da apposite boe e nel quale vige un regolamento restrittivo rispetto a quella che è la normale regolamentazione. Ovviamente ciò avviene in aree con un particolare interesse naturalistico e con una biodiversità da tutelare e preservare – spiega il Presidente Lucio Cacace – Le aree marine protette si dividono in tre zone: la A, detta anche zona di Riserva Integrale, nella quale è vietata qualsiasi attività antropica inclusa la pesca. Sono concesse solo le attività che hanno una valenza scientifica e le immersioni. Poi ci sono le zone B nelle quali vige comunque una severa restrizione: è vietato ad esempio l'ancoraggio in quanto solitamente i fondali sono ricchi di Posidonia oceanica e quindi da tutelare. Sono vietate inoltre le attività di pesca non autorizzate. Infine, vi è la zona C in cui le restrizioni sono un po' più più leggere ed è possibile l'ancoraggio».

Alla Baia di Ieranto,  situata in una piccola insenatura nella costiera sorrentina che fa capo al comune di Massa Lubrense, è vietato l'ingresso a qualsiasi imbarcazione a motore eccetto quelle autorizzate, motivo per cui si applica un'importante azione di monitoraggio da circa 11 anni grazie anche ad un progetto di volontariato europeo: «La Baia di Ieranto è una zona B di area marina particolarmente protetta nella quale vigono ulteriori restrizioni rispetto alle zone B», continua il Presidente. Dal gozzo si notano infatti diversi Kayak guidati da operatori che si guardano intorno fermando le barche dei privati e chiedendo di mostrare l'autorizzazione.  «Oltre a verificare che non entrino imbarcazioni durante il periodo estivo si svolge anche un'attività di ricerca scientifica – aggiunge Cacace – Sono state censite ben 280 specie differenti solo qui nella baia, un gioiello che va assolutamente tutelato e che continueremo a proteggere per i prossimi anni».

Alla baia successiva, quella di Marina del Cantone c'è il Campo ormeggi delle Mortelle, un luogo dove le barche possono attraccare in maniera sostenibile, effettuato con 36 boe del tipo Manta rei, una tecnologia brevettata dalla Marina americana che permette l'impianto di un ormeggio che non va a ledere le praterie di Posidonia oceanica. «Ci troviamo nella Zona B dell'Area, quindi l'ancoraggio sarebbe vietato, ma con questo sistema offriamo l'opportunità di ormeggiare in sicurezza e in completa tutela dell'ambiente marino», conclude il Presidente Cacace.

Tutela e recupero della Caretta caretta

Tartaruga marina Caretta caretta
in foto: Tartaruga marina Caretta caretta

Nell'Area di Punta Campanella ci sono anche altri progetti importanti, come quello del recupero e la salvaguardia delle tartarughe marine Caretta caretta, una specie molto comune nel mar Mediterraneo. A tal proposito, la Regione Campania ha finanziato un centro di primo soccorso per gli animali in difficoltà che verrà inaugurato entro il prossimo anno a Marina della Lobra.

«Insieme ad altri enti, come la stazione zoologica di Napoli, lavoriamo per ridurre gli impatti che la Caretta caretta subisce nel corso di tutto il suo ciclo di vita – spiega Domenico Sgambati, responsabile del progetto Tartarughe e Coordinatore Project M.AR.E – E' una specie infatti migratrice che, purtroppo, ha grosse interazioni con gli attrezzi da pesca, reti e ami  attraverso diversi programmi di sensibilizzazione e collaborazione con i pescatori riusciamo a recuperare le tartarughe prima che vadano incontro a morte per la cattura accidentale in una rete». Inoltre, è attivo da 10 anni un programma di tutela dei nidi: le tartarughe tornano a nidificare sulle spiagge dove sono nate ma incontrano ombrelloni, luci e bagnanti che disturbano la nidificazione. «I nostri volontari vanno quindi sulle varie spiagge – aggiunge Sgambati – soprattutto del Cilento, a monitorare i nidi, rallentare l'impatto antropico e assicurarsi che i piccoli vadano nella direzione giusta».

La Caretta caretta è una specie protetta e vulnerabile secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature)  principalmente a causa delle attività antropiche come la pesca, i rifiuti marini, il traffico marittimo, l'impatto con le barche e gli attrezzi da pesca, la perdita dei siti di nidificazione per lo sviluppo costiero e l'inquinamento.

«Attualmente recuperiamo circa 15 tartarughe all'anno –  continua il responsabile – che portiamo presso il centro tartarughe marine di Portici dove vengono curate, sottoposte alle varie analisi per valutare le condizioni di salute e alimentate. Solitamente in media vengono rilasciate in mare 2-3 mesi dopo il recupero, a meno di casi molto gravi, dalla Stazione Zoologica, altri partner del coordinamento o da noi. Solitamente preferiamo rilasciarle a largo, almeno 4-5 miglia dalla costa, così da essere sicuri che stiano lontane dagli impatti antropici».

L'acqua intanto sta virando verso un colore sempre più intenso, un blu scuro che si mescola a zone azzurrissime, e, se si guarda attentamente, è possibile scorgere diversi banchi di pesci che nuotano sott'acqua. Anche dal gozzo, si riescono ad osservare alcune rocce sommerse, ricoperte da organismi vegetali che danno l'impressione che la roccia sia in continuo movimento e che potrebbe uscire dall'acqua da un momento all'altro.

«La baia di Ieranto è un hotspot di biodiversità legato al fatto che ha differenti habitat nello stesso luogo – aggiunge Sgambati – Ci sono fondali sabbiosi ricoperti di Posidonia oceanica, pareti rocciose con ambienti pieni di luce, i cosiddetti fotofili, altre pareti più scure e grotte buie, i cosiddetti ambienti sciafili. Quindi abbiamo una serie di habitat che ospitano differenti tipi di specie a partire dalle alghe. Un'altra caratteristica interessante della baia è il fatto di essere molto vicina all'ambiente di mare aperto, ossia l'ambiente pelagico, per cui saltuariamente abbiamo l'ingresso di organismi gelatinosi del plancton, e spesso anche dei bloom di meduse oppure tonnetti, ricciole, lampughe, aguglie e tutti gli animali che vivono in mare aperto. Bisogna ricordare che il mare e gli oceani sono importantissimi in questo pianeta e che la biodiversità in essi conservati è frutto di quattro miliardi di anni di evoluzione. Non possiamo cancellarla, né possiamo non averne rispetto».

Alla fine della giornata il gozzo viene rimesso in moto per tornare sulla terraferma. Godendo del panorama del ritorno, prima che finisca la magia che trasmettono alla vista questi paesaggi, il Presidente dell'Area risponde ad un'ultima domanda, senza esitazione, come se avesse già immaginato la scena un milione di volte «Cosa direi ad un bambino per fargli capire quanto è importante tutelare il mare? Più che parlare, lo accompagnerei su una spiaggia piena di gente, con tanti mozziconi di sigaretta e plastiche galleggianti. Poi lo porterei in un'oasi come questa dove è quasi impossibile trovare dei rifiuti di plastica, dove non si trovano mozziconi di sigaretta, e gli farei vedere la differenza tra un atteggiamento consapevole e un atteggiamento esagerato. Penso si possa riassumere molto meglio con un'esperienza del genere piuttosto che con una chiacchiera».

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