In alcune specie (come elefanti, babbuini e gorilla) è stato dimostrato che molte decisioni, come spostarsi o scegliere una direzione, sono prese solo quando la maggioranza è d'accordo e non quando il capo si alza e se ne va. Facciamo alcuni esempi: nei cervi rossi le mandrie si muovono se, dopo il riposino, almeno il 60% degli individui si alza in piedi. Negli scimpanzé, invece, il maschio alfa può governare solo con il supporto di un blocco elettorale chiave: le femmine.

Nelle api da miele, poi, si elegge la regina tramite una danza, come le sfide tra le crew di strada! Nel bufalo africano quello che sembra uno stretching è in realtà un comportamento legato al voto: se è favorevole alla decisione del gruppo, si allunga e si distende. Gli scarafaggi invece, quando devono rifugiarsi, a seconda del numero di nascondigli si dividono in gruppi, evitando così di competere tra loro. Infine i suricati, che emettono un vero e proprio verso per votare: si chiama “chiamata commovente”. Quando più suricate lo emettono insieme, si crea un ritornello acustico che guida la mossa successiva.

Alla luce di questi esempi, la democrazia sembrerebbe la strategia vincente. In effetti, in biologia, quando si fa il bilancio tra i costi e i benefici di ogni decisione, tutto il gruppo sembra trarne un beneficio maggiore quando ogni scelta presa di comune accordo. Quella degli altri animali è una decisione vincente in termini di sopravvivenza, di convivenza e di benessere. L'uomo, di contro, sembra l’unico animale che può permettersi di prendere decisioni politiche anti-evoluzionistiche e poco funzionali.

Osservare i modelli politici delle altre società animali potrebbe servire come ispirazione per affrontare le tante sfide del XXI secolo. Di fronte a sistemi in difficoltà e al collasso ecologico, potrebbe essere un modo cruciale per preservare la libertà e, allo stesso tempo, difendere il bene comune.