Lo Stato di New York potrebbe presto istituire il divieto di vendita di cuccioli di cane, gatto e coniglio nei negozi di animali. La decisione è tutta nelle mani della governatrice Kathy Hochul che dovrà decidere se firmare o meno il cosiddetto “Puppy Mill Pipeline”, una proposta di legge bipartisan approvata sia dal Senato che dall’Assemblea lo scorso giugno.

A proporre la legge è stata Linda B. Rosenthal, una dei membri dell’Assemblea (una delle due camere del Parlamento di New York, insieme con il Senato): l’obiettivo è mettere un freno agli allevamenti di cani, gatti e conigli finalizzati esclusivamente a generare profitto senza tenere conto del benessere degli animali, costretti a vivere in condizioni degradanti e al limite della sopravvivenza. E anche spingere le persone ad adottare, invece che puntare all’acquisto di cani di razza spesso portatori di patologie (basti pensare ai cani brachicefali, di cui su Kodami abbiamo parlato spesso e diffusamente), vittime della spinta sempre più forte degli allevatori alla selezione.

La piaga delle puppy mills e il ruolo dei negozi di animali

Le puppy mills sono una piaga molto diffusa negli Stati Uniti, ma anche in Australia e in molti Paesi dell’Est Europa, e si collega direttamente anche al mercato di cuccioli di razza nel nostro Paese. Il traffico di cuccioli di razza genera ogni anno profitti da capogiro, alimentando un sistema crudele che si basa sullo sfruttamento degli animali e che viene alimentato da una richiesta purtroppo costante. E i negozi di animali sono una parte fondamentale di questo ingranaggio, perché spesso gli allevatori intensivi si affidano a negozi di animali e venditori online per presentare un'immagine più sana e pulita di questa forma di maltrattamento animale, in modo che i clienti non sappiano dove nascono i cuccioli e come vengono trattati i riproduttori

«Gli animali nelle puppy mills subiscono gravi crudeltà e negligenza – sottolinea l’Animale Legal Defense Fund, una delle associazioni che da anni si batte per chiedere la chiusura delle “fabbriche di cuccioli” – Affollate in gabbie piccole e sporche e private della compagnia e dell'amore, le madri sono costrette ad avere diverse cucciolate ogni anno, finché non sono troppo mature per riprodursi. Quando non sono più redditizi, i cani vengono solitamente uccisi o abbandonati. Scarse condizioni igienico-sanitarie, poche o nessuna assistenza veterinaria e cibo inadeguato e avariato sono i segni distintivi delle puppy mill. I divieti di vendita al dettaglio di animali da compagnia aiutano a reprimere queste operazioni crudeli, riducendo la domanda di animali allevati in queste fabbriche di orrore».

Il Puppy Mill Pipeline prevede infatti il divieto di vendere cuccioli nei negozi di animali, invitati invece a indirizzare le persone in cerca di un animale verso rifugi e altre strutture che accolgono cani in cerca di casa. Le persone sarebbero comunque autorizzate ad acquistare gli animali direttamente dagli allevatori, un compromesso pensato per andare incontro alla fascia di allevatori che nelle ultime settimane hanno protestato a gran voce assicurando di provvedere al benessere degli animali e di svolgere la loro attività nella legalità e nel rispetto di ogni essere vivente: acquistando un cucciolo direttamente da loro, sarebbe possibile vedere da vicino le condizioni in cui vivono gli animali e favorire un’adozione più consapevole.

I Paesi che hanno già vietato la vendita di animali nei negozi

La nuova legge, sottolineano associazioni e sostenitori, eviterebbe anche a chi compra cani da allevatori senza scrupoli l’enorme sofferenza nel vedere l’animale accolto in famiglia soffrire per patologie devastanti – in alcuni casi anche morire dopo qualche settimana, perché privo di vaccinazioni e già malato – e di saldare fatture veterinarie a svariati zeri per curarli: «Le puppy mill sono gestite da persone che usano e maltrattano gli animali per sfornare animali domestici da mettere in vendita – ha detto Rosenthal – Animali che sono spesso attanagliati da malattie congenite, che costano a consumatori ignari centinaia o migliaia di dollari in fatture veterinarie e uno stress emotivo incalcolabile».

La governatrice Hochul in queste settimane sta incontrando i rappresentanti delle diverse parti in causa – allevatori e proprietari di negozi di animali in primis – per decidere se apporre o meno la firma sulla proposta e trasformarla ufficialmente in legge. La spinta in questo senso è sempre più forte, non soltanto da parte delle associazioni ma anche dal mondo politico, che si è ritrovato per una rara volta unito nel chiedere che questo divieto diventi realtà. Se accadesse, lo Stato di New York si aggiungerebbe alla California, primo Stato ad approvare una legge simile nel 2017, al Maryland (la firma è arrivata nel 2018), all’Illinois e a numerose altre città e Contee tra cui Cook County (Chicago), Boston, Dallas e Philadelphia. In Canada la vendita di animali di razza nei negozi è vietata dal 2019, e i negozi di animali possono vendere solo cani, gatti e altri animali da compagnia provenienti da rifugi certificati.

In Europa questa strada è già stata intrapresa in Spagna, dove nel novembre del 2021 è stato avviato l'iter di approvazione di una legge che prevede che tutti gli animali d'affezione, tranne i pesci, saranno adottabili solo negli allevamenti e nei rifugi riconosciuti; e anche in Francia il governo, nell’ottobre 2021, ha approvato una serie di riforme riguardanti il benessere animale che includono anche che dal 1 gennaio 2024 venga vietata la vendita di cuccioli di cani e gatti nei negozi di animali, oltre al divieto di esporre animali in vetrina. In Italia, invece, non c'è traccia neppure di un abbozzo di legge. Le norme nazionali, sancite dall’Accordo Stato Regioni del 2013, prevedono il divieto di vendita e cessione di cani e gatti in due soli casi: se sono di età inferiore ai due mesi, di tre mesi se il cucciolo è di importazione (regolamento della comunità europea 998/2003).