gatto artem
in foto: Credit: Edoardo Contato

Una storia di affetto, resilienza e speranza. È quella del gatto Artem e del suo umano, un bimbo ucraino affetto da autismo di cinque anni: entrambi fuggiti dalla guerra, sono stati separati una volta arrivati a Venezia perché Artem è risultato positivo al Covid e poi si sono riuniti grazie al lavoro di squadra dell’Ulss 3 Serenissima e della Protezione Civile.

La storia l’ha raccontata Edgardo Contato, direttore generale dell'Usl 3 Serenissima, sottolineandone tutta l’umanità e la profondità. Artem, gatto nero come la pece di cinque anni, ha lasciato Kiev sulle ginocchia del suo piccolo umano e di sua madre: per quattro giorni la famiglia ha viaggiato sino a raggiungere Venezia, dove mamma e bambino sono stati sottoposti a tampone. Il piccolo è risultato negativo, la madre positiva, pur asintomatica, ed è stato quindi disposto il trasferimento nell’hub per i rifugiati di Noale, in una camera di una sezione riservata ai profughi ucraini risultati positivi.

Il gatto Artem non ha potuto seguirli subito: come da prassi in caso di animali da compagnia provenienti dall’Ucraina è stato affidato al Servizio Veterinario dell’Ulss 3 Serenissima per controllare le sue condizioni di salute. Ed è stato negli ambulatori veterinari dell’Ulss che, oltre ad accertarsi del suo stato vaccinale, i veterinari hanno effettuato un prelievo anticorpale per la rabbia e un tampone orofaringeo e rettale per la ricerca del Covid ed è arrivata la sorpresa: Artem è risultato positivo.

La valutazione è stata fatta fra Istituto zooprofilattico delle Venezie e Biologia molecolare dell'ospedale mestrino dell’Angelo, ed è scattato il vincolo sanitario per prestare al gatto cura e assistenza negli ambulatori veterinari dell'Ulss 3: «Il suo piccolo umano qui a Noale ha chiesto di Artem ogni giorno – hanno raccontato i volontari della Protezione civile della Città Metropolitana di Venezia, che insieme ai sanitari dell'Ulss 3 hanno seguito la famiglia dalla stazione di Mestre all'intero soggiorno a Noale -. Ma i veterinari dell'azienda sanitaria lo hanno rassicurato, mandandogli le foto e spiegando al bambino che stavano curando il suo amico e che presto Artem sarebbe tornato da lui».

«No ad allarmismi e correlazioni improprie: è stata l'umana a contagiare il gatto»

«È un gatto docile e affettuoso. Il fatto di curarlo, vaccinarlo e metterlo in sicurezza è diventato ancora più urgente per noi, considerato anche l'aspetto terapeutico che l'animale domestico può avere nei confronti di un bambino con un disturbo dello spettro autistico – ha spiegato il direttore dei Servizi veterinari dell'azienda sanitaria, Carmine Guadagno – Attenzione però a non fare allarmismi e correlazioni improprie tra gatto e Covid 19. Il micio è stato contagiato, non viceversa, ha avuto il virus in forma lieve e ora sta bene».

La puntualizzazione di Guadagno è fondamentale, soprattutto alla luce di alcune fake news che sono state diffuse a inizio pandemia e soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni in Cina, dove ci sono stati casi di uccisione di animali domestici a causa di una nuova ondata di contagi da Covid-19. Non vi è però alcun fondamento scientifico che attesti che gli animali domestici possano diffondere il virus, e per i Cdc, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione della malattia, il rischio che cani e gatti possano contagiare gli esseri umani è molto basso.

Come aveva spiegato a Kodami il professor Giovanni Di Guardo, già docente di Patologia generale e Fisiopatologia veterinaria dell'Università di Teramo, «in nessun’altra specie, oltre al visone, è stato notato che il virus muti e torni all’uomo. Per esempio, stando alle evidenze scientifiche, c’è stato un passaggio dall’uomo a un gatto, come quello della ‘variante inglese', ma non l'inverso. Ora è chiaro che vanno proseguiti gli studi». È dunque probabile, statisticamente, che sia l'uomo a contagiare l'animale domestico piuttosto che il contrario.

Artem riunito al suo umano e alla mamma in attesa di un fratellino

Nel caso di Venezia, Artem è rimasto positivo per 14 giorni, due settimane in cui la vita, per il suo piccolo umano e per la madre, ha riservato diverse sorprese positive dopo il trauma della guerra. La prima è che era è trovata per loro una casa a San Stino di Livenza, la seconda che la mamma, risultata negativa a sua volta, ha scoperto di essere incinta. La terza, che Artem poteva finalmente tornare a far parte della famiglia, in procinto di allargarsi.

«In queste situazioni di urgenza e di disagio, in cui guerra e malattia si sovrappongono, gli operatori della nostra azienda sanitaria cercano di essere presenti e utili ad ogni livello – ha detto Contato – Ogni singola persona può essere aiutata anche con interventi sanitari che possono sembrare semplici e invece rivestono un'importanza centrale per le persone fragili coinvolte, come nel caso del bambino di questa storia. Dentro la pandemia e la guerra la cura di un animale da compagnia può diventare così una piccola oasi di salvezza».