È morto in una clinica lontano dal suo unico riferimento umano. Bregungia, un meticcio di tipo Yorkshire, ora riposa nella sua terra d'origine, ma la fine della sua vita è stata straziante.

Una travagliata vicenda, raccontata da diversi punti di vista, che inizia una settimana fa e che ancora oggi vede contrapposti diversi attori che si sono ritrovati coinvolti nel modo in cui le cose sono andate ma la cui conclusione è tutta nella deriva tragica della morte dell'anziano cane. Sarà eventualmente la magistratura, qualora decidesse di aprire un'indagine, a fare luce sulle responsabilità.

Su Kodami abbiamo ricostruito la vicenda attraverso i fatti e riportando le testimonianze dei protagonisti coinvolti: il pet mate di Bregungia, l'associazione Pali (Protezione Animali Liguria) nei confronti della quale è stato fatto un esposto, l'associazione Una che gestisce il canile Monte Contessa e che ha prestato l'auto di servizio alla Pali e il nucleo di Genova della guardie zoofile dell'Enpa che con una nota si è dissociato dall'accaduto.

Cosa è successo a Bregungia

Venerdì scorso Bregungia è stato prelevato dalle guardie zoofile Pali, davanti a un supermercato nel quartiere del Lagaccio a Genova. Con lui era presente il suo pet mate, Paolo Ortu, clochard 48enne, con cui l'animale ha condiviso 17 anni e mezzo di vita. Bregungia in quel momento stava molto male. Una guardia zoofila lo ha caricato su un'auto dell'associazione Una che gestisce il canile municipale Monte Contessa e che il 15 aprile 2022 ha ricevuto dalla Regione Liguria l'autorizzazione al soccorso e recupero degli animali selvatici feriti o in difficoltà. La guardia cinofila fa parte del team dell'associazione che gestisce il canile municipale di Genova. Il cane viene ricoverato d'urgenza in una clinica del centro e lì muore nella notte.

Bregungia nei suoi ultimi giorni di vita
in foto: Bregungia nei suoi ultimi giorni di vita

Paolo Ortu quella sera voleva imbarcarsi per la Sardegna proprio per riportare il suo cane, in fin di vita, nella sua terra e seppellirlo poi insieme alla madre come aveva promesso alla donna. Ma il pet mate non viene fatto salire sull'auto di servizio dell'associazione e raggiunge da solo la clinica dove saluta Bregungia. Poi non ha più notizie di lui fino al mattino seguente, quando gli viene comunicato il decesso avvenuto dopo le 2 di notte circa. Mercoledì sera Paolo parte per la Sardegna con le spoglie di Bregungia e il giorno successivo lo seppellisce nella sua terra.

La versione dell'umano di Bergungia

Paolo Ortu fa il cuoco in Svizzera fino allo scoppio della pandemia quando perde il lavoro e si trasferisce a Genova, ospite della comunità di Sant'Egidio. Passa le giornate davanti a un supermercato di via Venezia ed è conosciuto dai dipendenti del market e dagli abitanti del quartiere che accolgono anche Bregungia come una mascotte. Il cane viene visitato gratuitamente e più volte da una clinica del ponente genovese e la coppia viene seguita da un team di volontari animalisti. Il veterinario di riferimento prescrive al cane una cura per la cardiopatia ma non lascia speranze sulle prospettive di vita dell'anziano simil Yorkshire. Con Paolo l'accordo è che lo avrebbe riportato in ambulatorio in caso di  sofferenza estrema per praticare l'eutanasia.

Paolo e Bregungia la sera del 22 luglio sono seduti davanti alla Basko di via Venezia. Quanto vissuto dall'uomo senza fissa dimora è raccontato da lui stesso in un esposto – in cui dichiara di non voler procedere alla denuncia – rilasciato al comando dei Carabinieri di Sampierdarena due giorni dopo che abbiamo visionato.

«Il mio cane era in fin di vita, ed io lo accarezzavo tenendogli la zampa, quando all'improvviso arrivava una vettura delle guardie zoofile dove scendeva una donna sconosciuta che senza alcun motivo mi portava via il cane, mettendolo sull'auto e ripartendo con le sirene spiegate». Tre sono i particolari che Paolo riporta ai militari: «La vettura era una Fiat Panda riportante la scritta "guardie zoofile ambientali Una", la vettura era condotta da un uomo, ed entrambi vestivano una specie di uniforme».

Poi il pet mate precisa: «Non mi è stato consegnato nessun foglio, sono venuto a conoscenza che il mio cane veniva portato nella clinica veterinaria "Animali cura" della Foce, poiché la donna che lo ha preso parlava al telefonino ad alta voce». Infine riporta il nome della guardia zoofila  e la sua decisione: «Non intendo sporgere querela sull'accaduto, ma chiedo all'autorità di fare chiarezza se l'operato della guardia zoofila Una è stato corretto».

Da questo punto in poi la notizia diventa di dominio pubblico e sui social si scatena una polemica da parte delle varie associazioni di guardie zoofile genovesi. Tutte si "scagionano" tramite commenti in cui si dichiarano estranee ai fatti e una sola manca all'appello: Pali. A sei giorni dai fatti, però, l'associazione si pronuncia con un comunicato stampa, che ha anche un titolo: "No alla gogna mediatica, il caso Bregungia e il senso del dovere".

La replica della Protezione animali Liguria

«Non ci stiamo», è l'esordio del testo. «Abbiamo atteso qualche giorno noi di Pali, Protezione animali Liguria onlus, prima di scrivere la nostra versione dei fatti, quella vera ovviamente, narrata dalla viva voce di chi ha vissuto questa (triste) storia del cane Bregungia e del suo padrone, Paolo Ortu ma soprattutto della guardia zoofila dell'associazione ingiustamente “condannata” alla gogna mediatica senza neanche essere ascoltata. Per questo abbiamo deciso di fare chiarezza una volta per tutte mettendo nero su bianco i fatti».

Poi si lascia la parola alla guardia zoofila intervenuta: «Alle ore 21 circa veniamo chiamati da alcuni abitanti di Dinegro: il cane Bregungia (già conosciuto, visto che appartiene a Paolo Ortu che dorme e chiede l'elemosina vicino a una gdo della zona) sta male. Arrivati sul posto ci accorgiamo che il cane è morente. A quel punto, abbiamo iniziato a interloquire col sig. Ortu spiegandogli che era necessario portare il cane in clinica. All'inizio il sig. Ortu non ne vuole sapere: devo portarlo in Sardegna, dice, deve morire in Sardegna, devo seppellirlo con mia madre. Ma il cane ha evidente necessità di essere visto subito, perché sta male».

«Avevamo la macchina di servizio di Una, canile municipale di Monte Contessa (Pali non possiede una macchina di servizio e si appoggia a Una). Il sig. Ortu alla fine si convince. Nella macchina di servizio non si possono portare cittadini: per questo ho chiesto alle persone che ci hanno chiamato se potevano portare il sig. Ortu alla clinica Foce dove avrebbero curato il cane. Il cane viene visitato subito, con una specie di codice rosso: gli vengono effettuati esami clinici, ma l'animale non ha nessuna reazione, trema addirittura. Il medico di turno riscontra un'insufficienza renale cronica. Nel referto del medico rilasciato alle 23:47 del giorno 22/07/2022 viene scritto: “il cane presenta una grave insufficienza renale cronica che necessita di cure quotidiane per giorni 6… minimo. In queste condizioni il cane non puà viaggiare per nessun motivo e deve rimanere riucoverato per il periodo terapeutico”».

La nota torna poi a raccontare i fatti dal punto di vista di Pali: «Il veterinario fa vedere il cane al sig. Ortu: soprattutto esclude che l'animale possa affrontare alcun tipo di viaggio. L'animale deve essere ricoverato, deve rimanere in clinica per essere curato, ribadisce il veterinario. Alle 2.30 di notte usciamo dalla clinica: la mattina dopo la clinica chiama e dice che l'animale è deceduto nella notte per arresto cardiocircolatorio. Io e l'allievo siamo andati a Dinegro e abbiamo dato la triste notizia che l'animale è mancato al sig. Ortu».

Il prelievo di Bregungia viene definito da Pali come «un intervento perfettamente legittimo, attuato addirittura su richiesta di privati cittadini, tutti (cittadini e Pali) preoccupati solo per la salute di un povero cane malato». In almeno due punti del comunicato si paventano inoltre misure legali sia nei confronti di testate giornalistiche, sia di altre associazioni di guardie zoofile.

Una, in particolare, nei giorni successivi alla morte di Bregungia ha inviato una nota a firma di Patrizia Bandettini, capo nucleo provinciale e ispettore regionale delle guardie zoofile dell’Ente nazionale protezione animali (Enpa).

L'intervento delle guardie zoofile Enpa Genova

«Da tempo il “modus operandi” delle nostre guardie viene messo in discussione da altre associazioni, ma noi preferiamo evitare i sequestri dove è possibile farlo. Nello specifico essere “clochard” non significa essere presunti maltrattatori e molti casi si possono risolvere con assidui controlli, con l’aiuto al mantenimento e cure degli animali che, se non vengono messi a rischio da comportamenti deviati, vivono, e muoiono sereni vicino al proprio umano con il quale instaurano un rapporto di reciproco aiuto che spesso non si trova in altre situazioni».

La presidentessa si sofferma sul rapporto tra senza fissa dimora e animali da compagnia e su come, a suo dire, la guardia zoofila può relazionarsi a questo binomio. «Per le nostre guardie e i nostri volontari è un momento di soddisfazione quando portano le pappe e i farmaci ai pet dei senza tetto che prodigandosi in ringraziamenti ci mostrano sempre i miglioramenti dei loro animali. Con questi “clochard”si è instaurato un rapporto di fiducia reciproca che fino ad oggi, e sono anni che operiamo in questo senso, non è mai stata tradita. Purtroppo ci sono casi in cui i sequestri vanno eseguiti per tutelare l’incolumità e il benessere dell’animale ed altri in cui il sequestro è unicamente uno strumento per “una prova di muscoli”».

Poi la stoccata a Pali: «Alla base, in questi secondi casi, c’è poca conoscenza dell’etologia, poca attenzione a sviscerare la situazione nella sua complessità e, conseguentemente poco interesse per l’animale e il suo benessere, anche solo emotivo, e mancanza di rispetto per chi vive in condizioni disagiate o precarie. Come sempre la formazione, l’empatia e il voler approfondire le situazioni piuttosto che trovare rapide soluzioni fanno la differenza. Ci uniamo al dolore del Signor Paolo per la perdita del suo adorato Bregungia».

Il comunicato del canile municipale di Genova

L'associazione Una, che appunto gestisce il canile municipale di Genova e le guardie zoofile per il soccorso e recupero degli animali selvatici, si dichiara estranea ai fatti ma su richiesta degli utenti di un chiarimento pubblica sulla pagina Facebook un comunicato. «Le notizie purtroppo, troppo spesso, viaggiano sulle ali del sentito dire e avere un nemico da odiare è spesso, per alcuni, una valvola di sfogo. Tutto ciò che ci sentiamo in dovere di dire, in quanto non presenti al momento dei fatti, è che la guardia zoofila che operava in quel momento, utilizza giornalmente l'auto della nostra associazione per recupero degli animali selvatici, ma l'associazione Una non ha responsabilità alcuna per quanto riguarda l'accaduto».

Come un deja vu, ecco la storia di Bregungia secondo il canile, con focus sulla sicurezza, sulla necessità di un soccorso urgente e sulla stima riposta nella propria guardia per il recupero selvatici: «Il cane alle ore 22.10 non si trovava in un luogo protetto, abitazione o studio veterinario ma davanti ad un supermercato, agonizzante in possesso ad una persona con evidenti criticità e alle ore 22.40 si trovava in studio veterinario, dove dopo gli accertamenti clinici e il ricovero non é stato possibile salvarlo. Dubitiamo che la causa della morte del cane sia una conseguenza dovuta alla corsa in clinica per cercare di salvarlo. Ci teniamo anche ad aggiungere che il proprietario è stato fatto entrare in clinica per salutare il suo amico e che la guardia zoofila si è subito prodigata per raccogliere fondi per saldare la clinica. Altresì ci preme far sapere che abbiamo piena stima della guardia zoofila che ha cercato, forse sbagliando nei modi, dovuti forse anche alla gravità della situazione, comunque di porre rimedio alle sofferenze di un cane anziano e cardiopatico. A lei tutta la nostra solidarietà. I social ci mettono mezzo secondo a buttare fango addosso alle persone… A volte invece basterebbe solo avere voglia di approfondire le cose».

Questa la cronaca dei fatti e le varie dichiarazioni e posizioni che sono state prese. Restano centinaia di commenti a contorno di una vicenda in cui il fulcro, dal nostro punto di vista, è intorno alla relazione tra un cane e il suo umano, un "terreno sacro" in cui bisognerebbe entrare sempre con molta delicatezza, soprattutto da parte di chi opera proprio nel mondo del volontariato. In ogni caso e comunque siano andate le cose, però, ciò che sicuramente rimane è il dolore di chi ha perso un compagno di vita.