Alcuni animali arrotolano la lingua, altri ciondolano la testa e altri ancora sono semplicemente visibilmente irritabili quando avvicinati dall'uomo. Questi sono solo alcuni dei segnali dello stress negli animali tenuti in cattività e un nuovo studio asserisce che fra gli ungulati che possono più facilmente mostrarli ci sono cammelli, giraffe, rinoceronti, bufali, yak, pecore e maiali.

Il termine ungulati raggruppa tutti i mammiferi con una o più falangi rivestite da zoccolo anziché da unghie e, anche se è ormai in disuso fra i biologi, è entrato a far parte del linguaggio comune. Nella vita di tutti i giorni di ungulati ne abbiamo sicuramente visti parecchi: cavalli, pecore, capre, maiali, animali con cui almeno una volta abbiamo avuto un contatto, se non addirittura una relazione affettiva. Sono fra i più comuni animali da allevamento che accompagnano l'uomo da secoli ed è proprio qui che si fa largo nelle nostre menti una preoccupazione: gli standard che utilizziamo oggi per trattare gli animali in cattività sono adeguati?

Questa nuova ricerca è stata condotta dagli studiosi delle università di Aberystwyth e Portsmouth, nel Regno Unito, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of the Royal Society B Biological Sciences. Lo studio non risponde a pieno alla domanda, ma grazie al grande lavoro condotto dai ricercatori oggi abbiamo nuovi elementi per ridefinire gli standard di cattività degli animali e individuare quali sono gli ungulati che più necessitano attenzione.

Gli effetti della cattività sugli animali

Secondo lo studio in tutto il mondo oltre cinque miliardi di grandi ungulati, come giraffe, cavalli e maiali, sono tenuti in cattività in fattorie, giardini zoologici e parchi safari. Le esigenze comportamentali di un animale in cattività sono le stesse che avrebbe per sopravvivere e riprodursi in natura. Una limitazione di questi comportamenti può portare a uno scarso benessere e a comportamenti ripetitivi e insoliti, noti come comportamenti stereotipati, spesso proprio sintomi evidenti di stress.

Su Kodami Laura Arena, medico veterinario esperto in comportamento animale e membro del comitato scientifico, ha già descritto cosa significa la cattività per una animale. Aldilà dei programmi di conservazione in cui la cattività è essenziale per la sopravvivenza stessa della specie, tenere un animale in prigionia con il fine di esposizione, addestramento o “compagnia” svilisce la sua natura, indipendentemente dalle condizioni in cui questi animali vengono detenuti.

Le condizioni di vita hanno sì effetti sull'animale, in termini di salute fisica e psichica, ma la cattività di per sé modifica radicalmente l'essenza degli animali che sono privati, oltre che dell’identità individuale, anche della dignità della loro specie.

Una specie animale, e quindi tutti gli individui che la compongono, è indissolubile dal contesto ecologico nel quale è radicata. L’ambiente non è solo il luogo dove l’animale vive ma è l’insieme delle relazioni e delle interazioni in cui ogni vivente si autoregola e influenza l’ambiente stesso e gli altri esseri viventi.

Sfortunatamente nella realtà dei fatti affrontare il problema della cattività risulta essere difficile da superare in breve tempo. Per questo studi come quello delle due università inglesi possono quantomeno alleggerire il carico di stress che questi animali devono sopportare.

Lo studio su animali e cattività

La ricerca ha esaminato il comportamento di oltre 15.000 individui di 38 specie di ungulati e ha relazionato i segnali dello stress con diversi fattori tra cui l'ambiente dove vivono, il tipo di dieta e di struttura sociale. In questa enorme analisi dati la scoperta di alcune correlazioni ha lasciato di stucco gli scienziati: collegati all'insorgere di comportamenti stereotipati sono il tipo di cibo che l'animale è solito mangiare e la loro strategia di accoppiamento.

In particolare, le specie più a rischio sono quelle che mangiano la vegetazione da arbusti e alberi posizionati in alto come cammelli, okapi, rinoceronti e giraffe, comportamento alimentare definito dagli esperti "browsing", ovvero un tipo di erbivoria in cui un animale si ciba di foglie, germogli teneri, o frutti di piante ad alto fusto, generalmente legnose.

Altri ungulati che necessitano una particolare attenzione perché più sensibili alle pessime condizioni di cattività sono quelli con strategie di accoppiamento promiscue, dove gli animali tendono ad accoppiarsi con il maggior numero possibile di individui come per bufali, yak, pecore e maiali. Un altro fattore interessante è la disponibilità di cibo: anche gli animali in cattività che non hanno accesso costante al cibo sono molto inclini a sviluppare problemi comportamentali.

Lo studio è da considerarsi un vero e proprio strumento per individuare in maniera facile e veloce quali siano gli animali che presentano con più facilità comportamenti stereotipati. Definendo poche caratteristiche biologiche come la dieta e il tipo di accoppiamento, possiamo riuscire a capire già da subito se un ungulato ha bisogno di un'attenzione particolare nel momento nel quale viene messo in cattività.

Di strada da fare sul tema della cattività e dei diritti degli animali c'è ne ancora molta da fare, ma non per questo bisogna fermarsi. Sebbene studi come questo siano solo palliativi per favorire il benessere di animali che in un modo o nell'altro sfruttiamo, sono comunque gradini che è necessario salire per garantire loro una vita il più possibile dignitosa.