A cura di Laura Arena
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Veterinaria esperta in benessere animale
vivere in cattività

Prima di iniziare a scrivere questo articolo ho voluto consultare alcuni dizionari online della lingua italiana, mossa dal dubbio riguardo l’accezione semantica della parola “cattività”, in riferimento a quella degli animali. Pur conoscendo il significato della parola, non sapevo se le sue definizioni formali fossero “neutre” o “negative” nel descrivere lo stato degli animali.

La risposta che ho trovato è che la parola viene definita con un’accezione negativa. La lingua italiana caratterizza quindi la cattività non come “accettata o accettabile”, ma come pratica crudele. Al definire la parola “cattività”, i dizionari, oltre a descrivere la condizione per cui l’animale vive al di fuori del proprio habitat, ne sottolineano la “costrizione” e la descrivono come “stato di prigionia”, “schiavitù” e “segregazione” obbligata dall’uomo e quindi contro la volontà dell’individuo, spesso a seguito di cattura.

Nelle definizioni e nell’etimologia delle parole (in questo caso captivus, “prigioniero” e captivĭtas -atis, “prigionia”) troviamo già, semplicemente, tutte le informazioni che cerchiamo.

Non ci sono quindi molti dubbi rispetto a cosa possa essere la cattività per un animale, ma davanti alle evidenze che ci ricordano che gli animali sentono e soffrono, e nella consapevolezza del perpetuarsi del fenomeno, fermiamoci a fare delle riflessioni.

Cattività ed essenza animale

Nonostante gli scetticismi, esiste davvero poco margine per poter ragionevolmente negare che gli animali siano capaci di provare emozioni, di ragionare, di relazionarsi socialmente grazie a strutture mentali molto complesse e, in parte, simili alle nostre. Così la contemporanea discussione scientifica e gli studi filosofici riguardanti l'etica ambientale e animale sono sempre più focalizzati sull’uso degli animali come intrattenimento (che sia in zoo, circhi o delfinari), sulla cattività in generale e sulle sue questioni morali.

Tenere un animale in prigionia, con il fine di esposizione, addestramento o “compagnia” svilisce la sua natura, indipendentemente dalle condizioni in cui questi animali vengono detenuti. Le condizioni di vita hanno sì effetti sull'animale, in termini di salute fisica e psichica, ma la cattività di per sé modifica radicalmente l'essenza degli animali che sono privati, oltre che dell’identità individuale, anche della dignità della loro specie.

Una specie animale, e quindi tutti gli individui che la compongono, è indissolubile dal contesto ecologico nel quale è radicata. L’ambiente non è solo il luogo dove l’animale vive ma è l’insieme delle relazioni e delle interazioni in cui ogni vivente si autoregola e influenza l’ambiente stesso e gli altri esseri viventi.

In quanto unità simbiotica, sottrarre un animale dal proprio ambiente, e obbligarne la sua esistenza al di fuori di esso, è un errore di concetto. In questa separazione avvengono inevitabilmente delle radicali modificazioni.

In un contesto non naturale non si tratta quindi di vivere, ma di sopravvivere, dove per sopravvivenza non ci si riferisce alla lotta agonistica per la stessa ma alla vita senza dignità.

Provenienza e condizionamenti in cattività

Un animale in cattività può essere brutalmente sottratto dal suo ambiente o può nascervi. La cattura di un animale selvatico per fini di prigionia è un atto brutale, un crimine contro la natura. I cuccioli, economicamente più appetibili, vengono sottratti alle madri, che spesso soccombono durante i tentativi di difesa o che sono i primi obiettivi del mirino per lasciare libero il campo.

D’altro canto, un animale che nasce in cattività, non acquisirà mai le caratteristiche di un animale domestico, pur avendo perso la sua essenza di vivente libero, dignitoso e connesso con il suo ambiente naturale.

La domesticazione è un processo millenario, l’unico che ha consentito all’uomo la convivenza ravvicinata e sana con gli altri animali; qualunque animale in cattività estraneo a questo lunga e tortuosa storia è solo un animale snaturato.

Spesso vediamo gli animali in cattività, siano circhi o zoo, mansueti e tranquilli, ma queste caratteristiche sono i principali segni della mano dell’uomo attraverso l’addestramento e dell’inibizione o soppressione degli istinti primordiali tipici e dignitosi di ogni specie e di ogni individuo.

È rischioso confondere le alterazioni comportamentali create dall’uomo, attraverso pesanti condizionamenti e forzature psicologiche, con forme di relazione sana e spontanea, come accade invece con il cane, ad esempio, con il quale condividiamo la storia da circa 100.000 anni.

La cattività e gli “animali da compagnia”

Non andiamo troppo lontani però, non pensiamo solo agli zoo o ai circhi: la cattività ce l’abbiamo anche sotto gli occhi, nelle nostre case.

La detenzione come animali da compagnia di animali definiti “non convenzionali” è diventata sempre più una moda e così le case degli umani si riempiono di ogni sorta di specie di animali; coloratissimi volatori costretti a stare in gabbie, nuotatori tropicali costretti a stare in acquari, nobili animali terrestri costretti a stare in terrari, nessuno si salva insomma. Comune denominatore, la restrizione spaziale e il furto della libertà.

Pensiamo che per un tempo relativamente breve, durante la pandemia, lo abbiamo provato sulla nostra pelle e non ci è piaciuto affatto.

Nonostante esistano regole ferree per l’acquisto e la detenzione di animali selvatici, la regolarità del loro acquisto non sottoscrive l’etica della scelta e la dignità della vita dell’animale, oltre a non garantirne la qualità della custodia.

Possedere (perché di possesso di tratta, non di convivenza) un animale selvatico, bello, colorato, nobile e possente, con il quale non possiamo neppure interagire, è una questione discutibile, soprattutto quando pensiamo a quanto l’individuo sia snaturato per essere costretto a vivere con noi.

Gli animali dovrebbero essere maggiormente tutelati dalle autorità, ma il potere di chi lucra su questi commerci e gli interessi economici prevalgono. Come sempre, è nella mani del “consumatore” e della sua empatia la salvezza e la dignità degli animali, che nel frattempo sopravviveranno per resilienza.

Un cambio di prospettiva necessario

Oggi è necessario un ripensamento degli animali non umani come coesistenti nel mondo.

Tradizionalmente la nostra esperienza del mondo si basa sulla distinzione tra noi e gli altri animali dai quali dobbiamo trarre benefici nella piena ottica dello specismo. Ci devono intrattenere, li dobbiamo guardare senza fare lo sforzo di capirli, dobbiamo possederli. L’incontro degli animali in quest’ottica distorta non ci rende quindi consapevoli della loro identità: gli zoo, gli acquari, i circhi e la cattività nelle nostre case sono la dimostrazione del rapporto deteriorato tra noi e loro.

Non esiste cattività che stia salvaguardando una specie, non esiste una persona che ami e rispetti davvero il suo prigioniero. L’animale non è nel suo ambiente ma in una situazione che evidenzia il dominio degli uomini su di lui.

L’errore di coloro i quali ritengono istruttivo l’incontro con gli animali in cattività, negli zoo, nei delfinari è quello di credere possibile la riproduzione delle interazioni naturali in un ambiente artificialmente riprodotto, dove queste interazioni sono snaturate ed obbligate. Allo stesso modo accade in coloro che ritengono che possa essere chiamata vita quella di un “animale non convenzionale da compagnia”: è un errore etico.

Se vogliamo rendere l’osservazione degli animali educativa e l’esperienza con gli animali formativa, soprattutto per i più giovani, impariamo a studiarli, osserviamoli nel loro ambiente, nelle loro interazioni con esso, che sia anche solo attraverso un documentario. Perché l’esperienza zoo, gabbia, acquario o terrario sarà sempre deludente e non sarà mai formativa ma solo una sorta di scuola per coltivare un ulteriore distacco emotivo, di cui, stiamone certi, non abbiamo più bisogno. Anzi, del quale ci dobbiamo liberare.