A cura di Laura Arena
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Veterinaria esperta in benessere animale

Esistono dei luoghi dove gli umani possono osservare gli animali che vengono da molto lontano, che non si potrebbero altrimenti vedere durante il corso di una vita intera, né durante escursioni in montagna o passeggiate in riserve naturali.

Luoghi dove però gli animali esposti spesso vivono condizioni di restrizione spaziale nell’impossibilità di esprimere i propri comportamenti naturali e di vivere una vita dignitosa secondo le esigenze della specie e dell’individuo.

Parliamo degli zoo, luoghi ricreativi fondati sulla cattività animale.

Che cosa sono gli zoo e che funzione svolgono?

Immagine storica dello zoo di Londra
in foto: Immagine storica dello zoo di Londra

La parola zoo è nata a metà del XIX secolo come abbreviazione di “giardino zoologico”, termine utilizzato all'epoca come riferimento a quello di Regent's Park, a Londra.

Secondo la Direttiva 1999/22/CE del Consiglio dell’Unione Europea relativa alla custodia degli animali selvatici nei giardini zoologici, per giardino zoologico si intende: “qualsiasi complesso permanente nel quale vengono tenuti a scopo di esposizione, per almeno sette giorni l'anno, animali vivi di specie selvatiche ad esclusione dei circhi, dei negozi di animali da compagnia…”.

Considerando l’ampia varietà di strutture e di circostanze che possono ospitare animali selvatici, un complesso per essere incluso in questa definizione, e per dover quindi rispettare i requisiti di conservazione, ricerca e formazione che vedremo più avanti, deve:

  • essere un complesso permanente;
  • tenere gli animali a scopo di esposizione;
  • esporre animali di specie selvatiche.

La funzione dei giardini zoologici si è evoluta nel corso del tempo ed è soltanto in epoca contemporanea che il suo ruolo nella società è stato oggetto di un dibattito che ne ha trasformato profondamente la finalità.

Conformemente al suo preambolo, infatti, la Direttiva del ’92 specifica che i giardini zoologici hanno un “importante ruolo nell'ambito della conservazione delle specie, dell'istruzione pubblica e della ricerca scientifica", oltre che alla tutela del benessere animale.

Funzioni non sempre compiute nella realtà dei fatti dell’era contemporanea, come dimostrato dal report "The EU Zoo Inquiry 2011", che ci descrive un quadro drammatico.

Breve storia dei giardini zoologici

Uno zoo dei primi del 900
in foto: Uno zoo dei primi del 900

Gli zoo costituiscono l'evoluzione moderna degli antichi “serragli” (dal latino serraculum, recinto), o ménagerie, intese come strutture architettoniche, presenti nei parchi pubblici o privati di palazzi reali e nobiliari, composte da una serie di gabbie o recinti dove venivano tenuti mammiferi ed uccelli.

Nell’antichità, la custodia di animali esotici riguardava esclusivamente le collezioni private e aveva un valore simbolico come rappresentazione di potere e ricchezza. Le origini di queste strutture risalgono al 3500 a.C. in Egitto dove, presso le residenze dei faraoni, venivano messe in mostra agli ospiti più illustri specie animali feroci o esemplari particolarmente rari.

I serragli iniziarono a diffondersi in età romana quando, in particolare dall'Africa, vennero importati leoni, tigri ed elefanti, sfoggiati dagli imperatori e dalle famiglie nobiliari. Ad Alessandria vi fu la prima apertura di un serraglio ai visitatori con lo scopo di rendere pubbliche le caratteristiche degli animali superando l’esposizione come simbolo di ricchezza.

Un altro punto di riferimento importante per queste strutture è stata la scoperta delle Americhe nel 1492, che ha comportato le catture e le importazioni di animali verso l’Europa.

L'epoca d'oro dei serragli fu indubbiamente nel Seicento con Luigi XIV; il serraglio della reggia di Versailles venne concepito e realizzato per manifestare l'onnipotenza del sovrano. In quest’epoca il serraglio divenne noto con il nome francese ménagerie.

Il fiorente commercio internazionale del XVII secolo ha contribuito a sostenere l’interesse per le nuove specie e ha determinato un significativo aumento del numero di zoo. L'associazione di animali e piante, con l'obiettivo di creare un habitat più simile a quello di ciascuna specie, ha dato origine al concetto di giardino zoologico.

Il primo moderno zoo del mondo ancora esistente è il Tiergarten Schönbrunn a Vienna, fondato nel 1752, mentre lo zoo di Londra è il più antico zoo destinato ad uso scientifico, inaugurato nel 1828. I giardini zoologici si diffondono così in tutta Europa. Il primo zoo italiano è il giardino zoologico di Roma, oggi Bioparco di Roma, aperto al pubblico nel 1910.

Nel XX secolo, in ragione del numero estremamente elevato di specie minacciate è nata la necessità di proteggere e salvaguardare la biodiversità del pianeta, intensificata grazie alla crescente influenza delle organizzazioni ambientaliste durante gli anni '70, epoca in cui sono state mosse le prime critiche ai giardini zoologici e ne è stato messo in discussione il concetto ed il ruolo atteso.

Nonostante la loro lunghissima storia è soltanto di recente che le funzioni dei giardini zoologici sono diventate soggette a normative. Mentre in Europa, il Consiglio dà vita alla Direttiva 1999/22/CE, nel 1993 l'Unione internazionale dei direttori di giardini zoologici (l'attuale WAZA), in collaborazione con alcune fondazioni, tra cui il WWF (World Wildlife Fund), ha pubblicato il documento "The World Strategy for Conservation in Zoos and Aquaria" che ha costituito la prima strategia contenente una descrizione degli obiettivi e delle pratiche comuni che i giardini zoologici dovrebbero seguire ai fini della conservazione.

Nel documento è stata sottolineata l'evoluzione dei giardini zoologici che sono passati dall'essere dei musei viventi a svolgere il ruolo di moderni centri di conservazione, dove vengono intrapresi programmi di istruzione e ricerca, al di là delle attività puramente ricreative.

Le diverse tipologie di zoo

Due visitatrici di un acquario
in foto: Due visitatrici di un acquario

Ad oggi i giardini zoologici si possono classificare a seconda del ruolo che svolgono e a seconda della loro struttura. Le diverse tipologie sono quindi:

  • Il parco immersivo: è la tipologia di zoo tradizionale in cui gli animali sono esposti in recinti più o meno grandi che replicano (più o meno) il loro ambiente di vita originario. I visitatori attraversano lo zoo a piedi su dei percorsi prestabiliti da cui possono osservare gli animali senza venire a contatto con loro. Rispetto al requisito di istruzione del pubblico, possono essere presenti guide didattiche o pannelli che illustrano le caratteristiche degli animali e del loro ambiente. Questi parchi, come anche tutti quelli a seguire, sono caratterizzati anche dalla presenza di altre attrazioni, ristoranti, negozi, eccetera;
  • Lo zoo safari: dove gli animali sono tenuti in zone esterne più estese rispetto agli zoo tradizionali. I visitatori girano il parco con autoveicoli su tragitti tracciati. Non è consentito scendere dai mezzi ma è di solito concesso di nutrire gli animali;
  • Aquari: nella classificazione dei giardini zoologici possono rientrare anche gli acquari, che ospitano ed espongono animali e altre forme di vita acquatica. I visitatori camminano lungo un percorso buio ed osservano gli animali attraverso i vetri delle vasche;
  • Parco a tema: consiste praticamente nella combinazione di un parco zoologico con un parco divertimenti. Classico esempio nel mondo acquatico sono i delfinari. Esistono però anche altri zoo con spettacoli di animali terrestri addomesticati a cui si sommano attrazioni di altro tipo come ruote panoramiche e parchi gioco;
  • Fattoria didattica con giardino zoologico: le fattorie didattiche ospitano di solito animali domestici, come pecore, maiali e asini, ma possono essere anche combinate con la presenza di animali selvatici. Al contrario, un giardino zoologico tradizionale può per esempio ospitare al suo interno una sezione dedicata ad una fattoria didattica;
  • Bioparco: è un parco zoologico che mira a conservare una risorsa naturale, come un lembo di territorio o un gruppo di animali a rischio di estinzione ed effettuare ricerche scientifiche. A queste si associano di solito iniziative di educazione ambientale e ricerca scientifica e conservazione.

Gli zoo, tra luoghi ricreativi e centri per l’educazione, ricerca e conservazione

Una giraffa ospitata allo zoo di Sydney
in foto: Una giraffa ospitata allo zoo di Sydney

Per quanto stabilito dalla Direttiva europea (Articolo 3) e dalle linee guida internazionali, l’esistenza dei parchi zoologici ad oggi è giustificata sulla base dell’obiettivo della conservazione che si può compiere grazie ad alcuni requisiti:

  • promozione dell’educazione e della sensibilità del pubblico rispetto alla conservazione della biodiversità, fornendo in particolare informazioni sulle specie esposte e sui loro habitat;
  • partecipazione a ricerche da cui risultino vantaggi per la conservazione delle specie, l’allevamento in cattività, il ripopolamento e la reintroduzione delle specie nella vita selvatica;
  • sistemazione degli animali in condizioni volte a soddisfare le esigenze biologiche e di conservazione delle singole specie, in particolare provvedendo ad un arricchimento ambientale e garantendo adeguati trattamenti veterinari preventivi e curativi e di alimentazione.

Nonostante gli obiettivi preposti, la realtà rischia però di essere molto diversa. Alcuni studi mostrano come gli zoo d’Europa e del mondo non sono costituiti su questi pilastri e che nella maggior parte dei casi il benessere animale è messo in discussione.

Un leone rinchiuso in una gabbia non adatta alle sue esigenze
in foto: Un leone rinchiuso in una gabbia non adatta alle sue esigenze

La maggior parte degli zoo manca di un programma educativo per i visitanti, non realizza visite guidate né tantomeno relazioni o conferenze. Anche i pannelli educativi non sono sempre presenti o esaustivi. Al contrario, spesso vengono svolti spettacoli travestiti da “educativi” con alcune specie, ad esempio gli spettacoli di falconeria. Questi però non contribuiscono in nessun modo alla formazione del pubblico né tantomeno apportano dati rilevanti sulla specie o sul suo habitat. Al contrario, trasmettono un messaggio erroneo rispetto alla cattività animale, normalizzandola, e presentando gli animali attraverso abilità apprese dall’addestramento, cercando anche di dimostrare come le interazioni con l’essere umano siano “normali” o addirittura benefiche per gli animali.

Uno studio scientifico condotto nel 2010 conclude che non esistono evidenze per poter affermare che gli zoo e gli acquari generino un atteggiamento di cambio, un’educazione permanente o l’interesse per la conservazione da parte del pubblico visitante. Lo studio confuta inoltre la metodologia utilizzata dall’Associazione Americana degli Zoo e degli Acquari (AZA) che in un suo report ritiene che questi luoghi producano effetti positivi sull’educazione delle persone.

Per quanto riguarda la ricerca, sono davvero la minoranza gli zoo che svolgono studi scientifici. Altra considerazione va fatta rispetto alla tipologia di studi. Di questi, la minor parte apporta un reale valore aggiunto al mondo animale, dato che sono centrati principalmente sullo studio delle problematiche o dei comportamenti disadattativi presentati dagli animali in cattività. Questi studi non possono in nessun modo essere estrapolati per aiutare le specie che vivono in natura.

Riguardo la conservazione delle specie, entriamo in un argomento molto delicato. Potrebbe di per sé apparire un paradosso parlarne considerando la cattività animale. Alcuni animali sono realmente a rischio d’estinzione, mentre altri no, e sono tenuti esclusivamente per scopi ricreativi legati all’esposizione. D’altro lato, vengono mantenute specie ad alto rischio d’estinzione, come l’elefante asiatico, che molto difficilmente è in grado di adattarsi alla cattività e che sviluppa malattie e disturbi comportamentali che spesso ne impediscono la riproduzione o ne possono causare la morte precoce.

La conservazione di una specie dovrebbe essere dettagliata in una strategia con programmi di nascite e mantenimento di una certa variabilità genetica che possa permettere la reintroduzione di animali che non presentino problemi di endogamia.

Invece, gli zoo attualmente non curano la conservazione o, al contrario, favoriscono la nascita di individui che non saranno reintrodotti. Dobbiamo purtroppo notificare che esistono addirittura casi della così definita “management euthanasia”. L’eutanasia di neonati o animali sani può essere fatta quando la struttura non ha risorse sufficienti per il mantenimento del benessere degli animali. Pratica comune che tende a giustificare questa scelta è poi quella del “riciclaggio” delle carni di questi animali per l’alimentazione dei carnivori dello zoo.

Insomma un po’ di paradossi che si intrecciano tra loro.

Forse accettando che la maggior parte dei programmi di educazione, ricerca scientifica e conservazione non sono rispettati dagli zoo, bisognerebbe promuovere un cambio di paradigma:

  • La popolazione dovrebbe essere istruita sul reale ruolo espositivo e ricreativo degli zoo, oltre che essere sensibilizzata sulla cattività animale. Allo stesso modo la popolazione dovrebbe essere incentivata a frequentare le possibili alternative agli zoo, per l’osservazione degli animali a vita libera;
  • Gli zoo dovrebbero adottare politiche di “zero riproduzione”, trasformandosi in centri di recupero per animali da situazioni di detenzione illegale, maltrattamento e dalla dismissione dei circhi con animali;
  • Nell’ottica della vera conservazione, i fondi e gli sforzi dovrebbero essere dedicati alla conservazione e alla protezione degli habitat naturali delle specie. Di fatto è molto più efficace finanziare progetti di conservazione delle specie nei loro paesi di origine, considerando a maggior ragione che la quasi totalità degli individui nati in cattività non possono essere reintrodotti a causa delle scarse possibilità di sopravvivenza o perché il loro habitat naturale è minacciato o sta scomparendo.