A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

La storia di Grisù ha colpito tante persone. La gattina viaggiava con la famiglia su un treno notturno Lecce-Torino ma, sgattaiolata fuori dal trasportino, è stata intercettata dal controllore. Questi, credendola una gatta di strada che si era intrufolata sul convoglio in qualche stazione precedente, l'ha fatta scendere alla prima fermata utile, ovvero a Pescara. Qualche ora dopo sono scattate le ricerche che hanno mobilitato non solo le associazioni locali ma anche l'opinione pubblica attraverso il classico tam-tam di condivisioni della notizia online e di appelli per ritrovarla.

La vicenda ha avuto il suo buon lieto fine nel senso che, dopo cinque giorni di ricerche, Grisù è stata ritrovata nei pressi della stazione alle otto del mattino, a crogiolarsi al sole di questo inizio di primavera.

Quando accadono questi fatti di cronaca, da spettatrice mi chiedo sempre cosa ci insegnino queste storie e che tipo di informazioni possiamo trarne per il futuro. E, in questo caso, sono almeno due gli insegnamenti in relazione al nostro rapporto con i gatti e al modo di viverci insieme.

La prima importante indicazione che Grisù ci ha dato è, in realtà, una conferma a livello di etologia del gatto che è assai risaputa a chi è del ramo – o almeno dovrebbe – ma che, purtroppo, molto spesso sfugge ai cittadini, gattofili o meno. Ovvero che, in quanto animali stanziali, i gatti si allontanano difficilmente dal loro territorio di pertinenza. Il luogo in cui un gatto vive stabilmente è fatto da una serie di riferimenti spaziali, olfattivi, visivi, sociali, che rappresentano il suo “mondo” e all'interno del quale costruisce delle routine che infondono sicurezza e, in definitiva, gli garantiscono la sopravvivenza.

Perché Grisù è rimasta in zona

"Ma Grisù non era a casa sua!", si dirà. Certo, ma la cosa da mettere in memoria è che questo schema comportamentale viene riproposto a maggior ragione da un gatto che, come Grisù, da un momento all'altro si ritrova catapultato in un luogo che non conosce perché un estraneo, equivocando la sua presenza, ha deciso di farlo scendere da un treno fermo in stazione. In questo caso, Grisù non aveva punti di riferimento, non conosceva il luogo, non sapeva di chi fidarsi e di chi no, non aveva idea di dove andare. Ma è proprio quel “non avere idea di dove andare” che porta il gatto – ancor più un gatto che vive in appartamento e non ha esperienza del mondo esterno – a restare nei pressi del luogo in cui ha perso il contatto con i suoi riferimenti precedenti (i proprietari, nel caso di Grisù).

Leggevo, durante i giorni delle ricerche, che qualcuno parlava di droni e ricerche aeree: sarebbero state risorse sprecate perché era più che probabile che Grisù si trovasse nei dintorni della stazione – magari nascosto alla vista dei passanti, inizialmente – e che fosse ancora lì, in attesa di capire come la situazione si sarebbe evoluta.

I gatti hanno un profondo contatto con il qui e ora e valutano momento per momento: un micio che si trovi all'improvviso in un luogo che non conosce, non inizia a girellare ramingo esponendosi a mille pericoli che nemmeno può prevedere ma, anzi, circoscrive la sua zona d'azione in un raggio molto ristretto, cercando di costruirsi piano piano, giorno per giorno delle nuove sicurezze. Non è un caso che ci siano voluti cinque giorni per intercettarlo. Qui e ora, e con il pensiero fisso di sopravvivere agli eventi.

La prima lezione di Grisù

La lezione di Grisù, allora, riguarda tutti i gatti che vengono dati per “persi”: bisogna cercarli nei dintorni di casa, con pazienza, meglio se durante le prime ore del giorno o al tramonto, senza creare troppo allarme ed agitazione nella zona per non inibire i loro tentativi di venire allo scoperto. E avere fiducia, sia nella loro capacità di cavarsela nel frattempo, sia nel fatto che sanno prendere decisioni sagge e a totale salvaguardia della loro incolumità.

Ricordo che qualche anno fa venni contattata da una ragazza che aveva smarrito la propria gatta all'aeroporto di Madrid perché, durante le operazioni di sbarco da parte del personale, il trasportino aveva ceduto e lei era fuggita via. Ci ha messo circa due mesi ma alla fine, con una caparbietà invidiabile e lottando contro mille ostacoli burocratici, ritrovò la gatta, proprio nell'area di sbarco dei bagagli, un posto sicuramente inospitale ma l'unico che la micia conosceva.

La seconda lezione di Grisù

La seconda lezione riguarda il modo in cui si viaggia con un gatto. Usare trasportini sicuri, di buona fattura, resistenti e affidabili è fondamentale perché in caso di incidente è molto probabile che il gatto, colto alla sprovvista, si dia alla fuga. Inoltre, anche se dispiace perché ci si immedesima in lui e nella sua noia, è davvero raccomandabile che il gatto resti nel trasportino per tutto il tragitto. Spesso le persone liberano i mici negli abitacoli delle auto e negli scompartimenti dei treni, ritenendo di farli sgambettare un po' e sottovalutando il fatto che gli inconvenienti possono capitare e che, di nuovo, presi alla sprovvista in un ambiente che non è il loro e magari poco abituati a viaggiare, i gatti possono avere reazioni emotive difficili da controllare, anche per loro stessi. O, come è successo a Grisù, fare incontri sfortunati o restare vittima di malintesi.

Avendo a che fare con gatti che tollerano male il contenimento, le alternative da mettere in campo per cercare di alzare la soglia di tolleranza sono tante, magari affidandosi a figure esperte che ci guidino a costruire nuovi apprendimenti. E c'è anche l'alternativa del cat-sitting, la quale permette ai gatti più restii agli spostamenti – ed esserlo, lo sottolineo, è la norma biologica per questa specie, non c'è nulla di sbagliato – di rimanere nel loro ambiente, accuditi e seguiti, fino al rientro della famiglia a casa.

La comunità come fattore di protezione del gatto libero