Intervista a Dott. Daniele Pieracci
Ittiologo specializzato in acque interne

I biologi conservazionisti lo sanno bene: sono molti gli organismi minacciati dalle attività umane, ma alcuni gruppi animali se la passano peggio di altri.

Una categoria particolarmente colpita negli ultimi decenni è purtroppo quella delle specie di vertebrati ed invertebrati che abitano le acque dolci, come laghi, paludi e corsi fluviali. Questi ambienti infatti sono di particolare importanza per l'uomo da tempo immemore. Non a caso le prime civiltà che si sono sviluppate migliaia di anni fa nacquero sulle loro rive: la civiltà egizia ed il Nilo, i popoli mesopotamici circondati dal Tigri e l'Eufrate, ma anche la maestosa città azteca di Tenochtitlán, ora Città del Messico, fondata sul lago di Texcoco.

Recentemente su Kodami vi abbiamo raccontato di alcune specie fluviali in via di estinzione. Molte di loro sono miracolosamente sopravvissute (almeno finora) superando numerose minacce e sconvolgimenti ambientali.

Ma come mai le specie fluviali se la passano così male? Lo abbiamo chiesto a Daniele Pieracci, biologo esperto delle acque interne ed amministratore di Pescistrani, un gruppo facebook che riunisce studiosi ed amanti delle specie acquatiche.

Come se la passano in generale le specie d'acqua dolce?

Male. Molto male, in alcuni casi. Le specie ittiche d’acqua dolce sono oggi uno dei gruppi più a rischio fra tutti i vertebrati, organismi per i quali è stato stimato un tasso di estinzione doppio rispetto a quello di altri  taxa appartenenti al medesimo subphylum. Gli ambienti dulciacquicoli, comprensivi di corsi d’acqua, laghi e aree umide, nonostante occupino meno dell’1% di tutta la superficie del pianeta ed una percentuale ancora  più piccola di tutta l’acqua presente sulla Terra, ospitano infatti oltre la metà delle circa 35.000 specie ittiche oggi conosciute, comprensive anche delle lamprede (ordine Petromyzontiformes) che sono tradizionalmente  incluse, seppur impropriamente, nella fauna ittica. Tutto questo è frutto di un lungo processo di speciazione innescato dalla storia geologica e climatica delle aree continentali, isolamento e adattamento alla grande varietà di habitat e nicchie ecologiche diverse che le acque interne riescono ad offrire.

Stiamo rischiando di perdere un patrimonio così importante?

Sì, è un’incredibile  ricchezza di biodiversità che, purtroppo, rischiamo di perdere per sempre e che in realtà stiamo già perdendo. Più  di 3000 specie di pesci d’acqua dolce, infatti, sono considerate a rischio di estinzione immediata o in un  prossimo futuro. Per oltre 80 specie è ormai troppo tardi, essendo considerate estinte in tempi storici, con  l’ultima, clamorosa notizia della scomparsa del pesce spatola cinese (Psephurus gladius)  dichiarata dallo Sturgeon Specialist Group (SSG) dello IUCN fra fine 2019 e inizio 2020.

Pesce spatola cinese
in foto: Pesce spatola cinese

Questi numeri tuttavia sono probabilmente sottostimati, risultato di valutazioni parziali o insufficienti a causa della difficoltà nel  riuscire ad ottenere dati e monitorare nel tempo lo status di molte popolazioni. Una cosa certa è che questi valori sono destinati ad aumentare drammaticamente nei prossimi decenni come conseguenza dei sempre  maggiori effetti diretti ed indiretti che l’antropizzazione determina sugli ecosistemi acquatici a livello globale.

Quali sono i motivi principali di questo declino?  

Le cause alla base della rarefazione delle specie ittiche d’acqua dolce sono molteplici, tutte riconducibili ad un comune denominatore identificabile nelle conseguenze dello sviluppo antropico e dello sfruttamento  dell’ambiente naturale. La distruzione o la compromissione degli habitat occupa senza dubbio una posizione  dominante in questa macabra classifica. Lo sviluppo industriale e urbano ha determinato negli ultimi due  secoli uno stravolgimento degli ambienti acquatici planiziali, che sono stati oggetto di pesanti fenomeni di  inquinamento organico e inorganico che hanno pregiudicato per lungo tempo la qualità delle acque e con  essa i popolamenti ittici delle specie più sensibili. Fenomeni quasi sempre accompagnati  dall’artificializzazione dei corsi d’acqua, alterati nella loro natura dinamica attraverso regimazioniattingimenti, deviazioni, canalizzazioni e creazioni di invasi artificiali e dighe, modificati a tal punto da  non esser spesso più compatibili con le esigenze ecologiche delle specie.

Una diga francese in Provenza
in foto: Una diga francese in Provenza

Può farci qualche esempio?

Pensate a tutte le specie  migratrici, tanto quelle diadrome, che si spostano tra mari e fiumi come salmoni e anguille, quanto quelle potamodrome, che si spostano lungo il corso delle acque interne. Dagli anni ’70, infatti, è stato stimato che le popolazioni di specie  migratrici abbiano subito in media un declino di oltre il 70%, con alcune specie oggi ridotte di quasi il 95%. Lo  stesso vale per laghi ed aree umide che hanno sofferto rispettivamente le conseguenze  di eutrofizzazione (inquinamento da sostanze organiche) e delle bonifiche a fini civili e agricoli, portando alla rarefazione o all’estinzione delle  popolazioni di endemismi puntiformi strettamente vincolate alle condizioni originarie e all’integrità di tali  biotopi. In ultimo si aggiungono due problematiche tanto attuali quanto di estrema importanza in proiezione  futura: gli effetti del riscaldamento globale, che incalzano gli ecosistemi acquatici sottoponendoli a stress di  natura e gravità sempre crescente e le introduzioni di specie aliene, oggi sempre più diffuse e che stanno rappresentando in determinati contesti geografici la prima causa di perdita di biodiversità (per competizione, ibridazione, diffusione di patogeni ed alterazione di habitat e reti trofiche).

E in Italia?  

Delle 614 specie originarie del territorio europeo attualmente 64 sono quelle considerate native delle  acque interne italiane. Si tratta sia di entità tassonomiche ad ampia distribuzione mediterranea o eurasiatica,  comuni quindi a molti altri Paesi, sia di specie endemiche o subendemiche italiane, aspetto che peraltro rende lo Stivale parte del  grande hotspot mediterraneo per la biodiversità ittica. Una biodiversità purtroppo in pericolo, in quanto la maggior parte dei pesci autoctoni italiani vertono in uno stato di conservazione non ottimale, sovente  precario, talvolta addirittura critico secondo i rapporti e le Liste Rosse IUCN.

Quali sono le specie più a rischio?

Potremmo domandarci quali specie non sono a rischio! Difficile individuare specie che oggi possano essere ritenute esenti da elementi di criticità. Due specie anadrome (animali marini che si riproducono in acque dolci), lo storione  comune (Acipenser sturio) e lo storione ladano (Huso huso), sono considerate da tempo estinte a livello regionale. Ad un destino analogo sembrano essere condannati anche i petromizonti anadromi come la lampreda di fiume (Lampetra fluviatilis) e la lampreda di mare (Petromyzon marinus), la prima ormai pressochè scomparsa dalle acque italiane e la seconda con un’unica popolazione riproduttiva oggi nota.

L’anguilla (Anguilla anguilla), specie  catadroma (che migra in mare per riprodursi) un tempo estremamente comune in tutta la nazione ha subito un crollo verticale negli ultimi decenni per l’effetto combinato dell’interruzione della continuità fluviale e dello sovrapesca industriale, al pari di altre specie come la cheppia (Alosa fallax).

Quali sono state le cause più gravi?

La  compromissione degli ambienti acquatici più delicati come i piccoli corsi d’acqua montani e collinari ha messo a repentaglio anche la conservazione di specie minute, criptiche e sensibili come il panzarolo (Orsinigobius punctatissimus), il cobite mascherato (Sabanejewia larvata) e lo scazzone (Cottus gobio). Per non parlare dei nostri preziosi endemismi puntiformi: il carpione del Garda (Salmo carpio) e il carpione del Fibreno (Salmo fibreni), rispettivamente in pericolo e a rischio critico d'estinzione a causa di danni ecologici subiti nel  tempo dal Benaco e dal piccolo lago di Posta Fibreno.

Un esemplare di panzarolo
in foto: Un esemplare di panzarolo

Le acque italiane, inoltre, non sono esenti dai problemi connessi alla presenza di specie  aliene ed invasive. Emblematico l’esempio dei salmonidi, dove le immissioni di trote fario di origine atlantica sono alla base della comparsa di fenomeni di ibridazione introgressiva con le trote autoctone. Specie aliene non soltanto provenienti da paesi lontani ed esotici, ma anche dall’Italia stessa: è il caso del  ghiozzo di ruscello (Neogobius nigricans), oggi minacciato nel suo ristretto areale tirrenico dalla competizione con il ghiozzo padano (Padogobius bonelli), accidentalmente immesso negli scorsi decenni.

Ghiozzo di ruscello
in foto: Ghiozzo di ruscello

La lista purtroppo sarebbe ancora più lunga, comprendendo ad esempio anche  ciprinidi e  leuciscidi, famiglie che assieme annoverano una fetta considerevole di specie native come il barbo canino (Barbus  caninus) e il cavedano etrusco (Squalius lucumonis).

Cavedano etrusco
in foto: Cavedano etrusco

Che misure potrebbero essere adottate per la loro conservazione? 

Molte sono le azioni che possono essere messe in campo per mitigare gli impatti antropici sulle popolazioni  naturali e permettere a queste specie ittiche di risollevarsi, invertendo la generale tendenza al declino registrata nel nostro Paese ormai da alcuni decenni. Un primo, fondamentale aspetto è quello della tutela integrale degli ambienti acquatici. Tutelare fiumi, laghi e zone umide significa non soltanto garantire  l’applicazione e il rispetto della normativa vigente nei confronti dei reati ambientali all’interno di aree  protette e non, ma altresì promuovere l’integrità e il ripristino degli habitat connessi, assicurando così piena funzionalità alle reti ecologiche anche nella loro componente acquatica.

La rinaturalizzazione dei corsi  d’acqua, delle zone ripariali e golenali (soggette a periodiche inondazioni) è uno step fondamentale per ricostituire biotopi oggi compromessi o  scomparsi, nonché importanti aree riproduttive per le differenti specie. Tipico esempio è l’abbattimento delle dighe ormai obsolete e la realizzazione di opportune scale di risalita per il transito della fauna  ittica, in particolare quella diadroma. Un miglioramento nella gestione della risorsa idrica, diminuendo gli  impatti degli emungimenti dalla falda e degli attingimenti superficiali, rispettando il deflusso ecologico e la  stagionalità delle portate nei corsi d’acqua regimati e puntando sull’applicazione di “soluzioni nature-based” per il controllo e la mitigazione del rischio idrogeologico, è un altro aspetto sul quale è necessario porre  particolare attenzione, soprattutto in vista dei futuri cambiamenti climatici.

Cosa dobbiamo sperare, dunque?

Sotto il profilo strettamente  gestionale e d’intervento, è auspicabile un cambio anche radicale nell’amministrazione del patrimonio  ittiofaunistico e lo sfruttamento sostenibile della pesca in acque interne. Una gestione che, da una parte, possa finalmente porre un freno all’introduzione e alla diffusione di specie ittiche alloctone le quali,  fortunatamente, oggi non sono ancora presenti in un buon numero di ambienti e, dall’altra, che metta a  disposizione mezzi e risorse da investire nella ricerca sulle specie d’acqua dolce e loro conservazione.

I progetti di conservazione imbastiti a livello locale o europeo come i Life (come Life STREAMS, Life+ TROTA, Life  GREYMARBLE, Life Nat.Sal.Mo., Life Cobice, Life Ticino BIOSOURCE, Life Barbie, Life SilIFFe e Life+ BIOAQUAE) rappresentano dei potenti strumenti a nostra disposizione  per la realizzazione di concrete azioni di sostegno delle popolazioni selvatiche (tramite ripristino di habitat e  ripopolamenti mirati con materiale geneticamente certificato ed adeguatamente allevato), nonché la messa  a punto di strategie e linee guida nella gestione delle specie ittiche a rischio estinzione.

In ultimo, uno degli  aspetti imprescindibili in ottica di salvaguardia della fauna ittica: la conoscenza. L’educazione ambientale  delle nuove generazioni e la sensibilizzazione della popolazione adulta sulle tematiche della perdita di  biodiversità e delle specie ittiche native (anche quelle meno carismatiche o oggetto d’attenzione da parte dei  più svariati portatori d’interesse), condotte tramite attività di divulgazione e promozione culturale rappresentano a mio avviso la chiave di volta su cui costruire il futuro delle acque interne italiane. Perché  sarà soltanto quando ognuno di noi avrà assunto sufficiente consapevolezza circa l’importanza e il valore  della biodiversità nativa e dei servizi ecosistemici che la medesima ci elargisce generosamente da sempre che si riuscirà a comprendere quanto sia fondamentale preservarla e prodigarsi, anche attivamente, affinché essa abbia un futuro.