Charlotte Casiraghi che entra in passerella negli spazi del Grand Palais di Parigi in sella a un cavallo nero, per la sfilata Chanel, di cui lei è testimonial, è riuscita a stupire il pubblico della Fashion Week di Parigi dedicata all’alta moda. Ne hanno parlato tutti. Molto meno, però, si è parlato del cavallo, ritrovatosi a dover andare al trotto in un luogo a lui poco consono, tra luci, musica e rumore. Che cosa stesse provando, l'animale ovviamente non ce lo potrebbe mai dire con le parole. Ma lo fa chiaramente con i comportamenti: «In generale, da etologa io non sono favorevole alla spettacolarizzazione degli animali che li porta a trovarsi in situazioni del tutto innaturali, dalle quali l'unica specie a trarre vantaggio è quella umana», spiega Federica Pirrone, docente di Etologia Veterinaria e Benessere Animale all’Università degli Studi di Milano, nonché membro del Comitato Scientifico di Kodami.

«E questa uscita a mo' di circo ritengo sia molto discutibile, per la dignità e per il benessere del cavallo, che è un animale molto intelligente. Il cavallo è una specie preda e quindi molto sensibile agli stimoli esterni e suscettibile allo stress». Nonostante questo, però, «dall'analisi del breve video e delle poche immagini disponibili online, osservando le orecchie, le narici, gli occhi, il muso in generale, la coda e l'andatura, posso dire che il cavallo, effettivamente, non mostra segnali di stress. Ho qualche dubbio sul fatto che esista una relazione tra questo cavallo e la sua aristocratica amazzone, cioè che quello tra i due sia un binomio consolidato, ma si tratta certamente di un cavallo abituato a questi scenari, preparato per partecipare a eventi pubblici più o meno di entertainment».

Detto ciò, in ogni caso, conclude Pirrone: «Sono più che convinta che noi esseri umani possiamo far ricorso a una sorprendente capacità immaginativa e a doti creative sopraffine tali da permetterci di fare spettacolo e colpire il pubblico anche senza coinvolgere gli altri abitanti del regno animale. Forse ciò richiede di sforzarsi un po' di più ma non vedo perché non farlo».

Il cavallo e la sua spettacolarizzazione

Il cavallo, simbolo di fierezza e libertà in moltissime culture, ha sempre vissuto con l’uomo uno strettissimo rapporto che lo ha portato a subire un processo di “addomesticazione” che dura tutt’oggi, tanto che non ne esiste più nessuno che non abbia discendenti addomesticati, ovvero non esiste più nessun cavallo propriamente selvaggio.

Nella sua lunga esistenza è stato coinvolto nelle battaglie, frustato nel tiro dei carri, imprigionato negli allevamenti, utilizzato nei maneggi e nei rodei, spettacolarizzato al cinema e, ora, nelle sfilate. Senza dimenticare l'assurda industria circense, dove sono tra gli animali più sfruttati perché, a differenza di elefanti e grandi felini, sono più gestibili.

Industria, nei confronti della quale, purtroppo, nonostante la vita sia ritenuta incompatibile con i bisogni fisici e sociali degli animali e nonostante le denunce delle numerose associazioni, l'Italia non si è ancora dotata di una sua legislazione in materia, lasciando carta bianca ai proprietari di queste imprese.

L’addestramento, perché scegliere quello “etico”

Gli approcci utilizzati nell’addestramento si concentrano molto più sul risultato che sul benessere dell’animale. E sono basati molto spesso sul rinforzo negativo (eseguire un comportamento per evitare uno stimolo non gradito) e sulle punizioni (stimoli negativi per inibire un comportamento).

Ma, poiché la relazione umano-equino è in continua evoluzione, anche in funzione delle recenti scoperte delle scienze cognitive animali e sulla spinta di una società più attenta alla qualità della vita e ai valori di rispetto dell’individuo, a qualunque specie esso appartenga, proprio in questo contesto si inserisce l’Equitazione Etica che propone i più alti standard di benessere presenti nel panorama mondiale. L’approccio in questo caso è basato su tre principi cardine.

Primo, la qualità della vita degli equidi, individuando nella gestione naturale la precondizione per qualsiasi attività di interazione con l’umano. Questo significa che prima si garantisce ad ogni cavallo la possibilità di soddisfare le esigenze di specie e il proprio benessere psicofisico e, solo dopo, ci si approccia a lui in modo tale da potersi definire etico.

Secondo, si riconosce che il cavallo è un  essere senziente in grado di pensare, valutare, provare emozioni e la cui mente è responsabile di ogni comportamento espresso.

E terzo, si riconosce l’alterità del cavallo che diventa così parte attiva della relazione, soggetto con peculiarità individuali e non oggetto, la cui diversità non solo è rispettata, ma rappresenta essa stessa un valore aggiunto nella relazione.